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di Gianni Fraschetti -

La lotta di classe  si rivela per quel che e' realmente. Ricchi contro poveri.  Il capitalismo ha ingranato la quarta contro i diritti dei lavoratori, molti dei quali, la maggior parte, risalenti al ventennio fascista che fu senza dubbio il piu' prodigo di riforme sociali. Oggi i lavoratori sono sempre più divisi, costretti a una guerra tra poveri. L’attacco all’articolo 18, ma anche semplici frasi come: «Le aziende non assumono perché non possono licenziare». Un disegno ben preciso: una lotta di classe alla rovescia. Sono idee che vengono attuate da decennie fanno parte della controffensiva iniziata alla fine della guerra per liquidare lo stato sociale fascista. Dottrine neoliberiste imposte con le baionette dai vincitori  comprimendo i salari e tagliando le spese sociali. 

La flessibilità? Una catastrofe spacciata per salvifica: precariato, contratti a termine e licenziamenti facili non hanno mai garantito la creazione di nuovi posti di lavoro, esattamente come l' imposizione di nuove tasse non ha mai favorito la ripresa economica.  La stessa Ocse non è mai riuscita a provare l’esistenza di una correlazione tra flessibilità e maggiori posti di lavoro, e in alcune sue pubblicazioni arriva perfino ad ammetterlo. Usando gli stessi indici dell’Ocse, si scopre che ad aumentare dovrebbe essere la rigidità, semmai. Perché dopo la riforma del 2003, che ha aumentato la cosiddetta flessibilità in Italia e che la rende superiore ad altri paesi come Francia, Germania e Inghilterra, i nostri indici occupazionali sono peggiorati.

La lotta ideologica contro i sindacati per adesso ha vinto, culturalmente in primis. Basta vedere il calo degli iscritti al sindacato nei paesi sviluppati. E questo ha inciso anche sulla partecipazione dei cittadini alla vita politica.

La fine delle ideologie e' poi la piu' grande delle menzogne,  una delle più robuste e articolate ideologie in circolazione. È servita ad assicurare il dominio delle politiche economiche neoliberali, e anche la legittimazione di quelle politiche sul piano culturale e ideale. Gli slogan li conosciamo bene: “ridurre la spesa pubblica”, “tagliare le imposte alle imprese e agli individui”, “occorre più flessibilità”, “meglio il lavoro temporaneo”, “il mercato deve guidare ogni immaginabile decisione, anche a livello locale”. Tutto questo ha avuto la meglio, anche nella cultura di gran parte della sinistra che rappresenta ogni giorno di piu' il servitore piu' pronto e disponibile ai desideri delle forze dominanti. L’egemonia attuale è vincente sia sul piano pratico che sul piano morale e culturale e la politica di austerità sta tagliando l’insieme delle condizioni di vita di milioni di persone, seminando recessione e poverta'. 

Eppure, a pensarci bene, non avrebbe senso  pensare di continuare a produrre sempre di più, all’infinito. Il progresso non consiste nell’avere cinque telefoni e tre automobili a famiglia, ma ha a che vedere con la qualità della vita, del tempo libero, del lavoro.  Negli anni ’70 aveva preso piede lo slogan  “lavorare meno, lavorare tutti”. Perché ora i sindacati sono muti? «Non si è sentito nessun sindacato, o gruppo di sindacati, europeo o americano, alzare la voce per dire che era inaudito che il salario orario minimo in Cina fosse di 75 centesimi di dollaro; e che è scandaloso che aziende europee e americane protestino perché quell’innalzamento da 65 a 75 centesimi non permette più loro di operare con profitto». Muti e rassegnati di fronte ad una delle peggiori espressioni di sfruttamento del capitalismo globale.

I governi più o meno “tecnici” d’Europa, sono tutti governi di una destra economica liberista ed omicida: perché allora in Italia il Pd sostiene Monti, subendone il fascino anche per il futuro? Evidentemente  la dottrina neoliberale ha fatto presa anche a sinistra, poi c’è il timore di apparire agganciati a una storia di vecchie ideologie ed infine le comode poltrone piacciono anche a loro. A cio' si aggiunga che c’è anche una seria questione di incompetenza, si è capito ben poco di perché è nata la crisi, sul come si è sviluppata, per colpa di chi o di cosa. E infine c’è un calcolo meschino:l' Italia è in Europa, e in Europa si gioca con le regole del liberismo. Così qualcuno avrà pensato di far mettere la faccia ai “tecnici” rispetto alla richieste dolorose che Bruxelles richiedeva. Diciamo che può essere stato un grigio calcolo elettorale, che tra l’altro se ne infischia della tragedia del debito pubblico sostanzialmente privatizzato dalla finanza.

Il movimento No-Debito non tiene conto dell’esistenza della Bce, che però non opera come una normale banca centrale: non può concedere prestiti, magari a basso tasso di interesse, agli Stati membri o ad altre istituzioni. Questo perché il trattato di Maastricht lo proibisce. Abbiamo rinunciato alla sovranità monetaria entrando nella Ue, e quindi ci ritroviamo con una moneta straniera. Ecco perché non pagare il debito è attualmente impossibile l ’istanza è però moralmente valida, specie se si pensa alla dissennatezza del sistema finanziario, al fatto che i Paesi hanno speso 4,1 trilioni di euro per salvare le banche aumentando il proprio debito. Per poterci salvare dovremmo tornare con rapidita' alla lira e ricontrattare a muso duro tutta la parte di debito ritenuto "odioso" ma cio' non sara' mai possibile con Monti & C in plancia di comando ed i partiti, ormai sorpassati e demoliti dalla storia, accucciati in adorazione ossequiosa ai suoi piedi. Ormai solo una sollevazione popolare puo' salvarci

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