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Siamo tutti Dudù

di Elisabetta Scarpelli -

Siamo stati tutte puttane, tutti pregiudicati, tutti Berlusconi. Ma oggi, guardandoci allo specchio, dobbiamo ammettere la più crudele delle verità: siamo tutti italiani. Nel senso più deteriore del termine. Siamo quelli che si fanno mettere i piedi in testa senza fiatare forse perché appena possiamo siamo noi a mettere i piedi in testa al primo che capita, siamo stati il popolo delle mazzette e della corruzione per 50 anni, finché una mattina ci siamo svegliati paladini della morale e della rettitudine. Siamo quelli che superano quando sono in fila, che insultano chi non è d’accordo, che non pagano le tasse, che se possono fottono il prossimo, che invocano la meritocrazia ma intanto cercano la raccomandazione “perché tanto fanno tutti così”, individualisti per costituzione, moralisti per definizione, egocentrici e divisi, campanilisti e piagnoni, ottimi predicatori e pessimi razzolatori.
Così concentrati sul nulla da essere ancora convinti che in Italia sia una questione di destra o di sinistra, senza comprendere che la partita si gioca molto più in profondità. Che la partita si gioca ben oltre i cancelli di Arcore dai quali, morbosamente, non riusciamo a staccare gli occhi. Che l’Italia c’era prima e ci sarà anche dopo Berlusconi. Così come continueranno a esserci gli italiani. O forse no, perché, parafrasando D’Azeglio, l’Italia è già sfatta ma ancora non abbiamo fatto gli italiani. Perché quei politici che detestiamo sono lo specchio del Paese. E per spazzarli via non ci sarà nessuna legge elettorale migliore di questa porcata chiamata Porcellum. Per spazzarli via, occorre una rivoluzione culturale. Finché gli italiani, uno per uno, non saranno persone migliori i politici saranno fatti della stessa materia. Le eccezioni nella società civile ci sono, per carità. Ma non è questo il punto.
Questo è il paese dei privilegi acquisiti, in cui nessuno fa mezzo passo indietro rispetto ai propri privilegi in nome del bene comune, in cui il termine solidarietà è una parola vuota persa a pagina 374 dello Zanichelli, in cui gli avvocati difendono la categoria degli avvocati, i tassisti quella dei tassisti, i medici quella dei medici, i notai quella dei notai, i farmacisti quella dei farmacisti, i giornalisti quella dei giornalisti, gli occupati l'art.18 e così via. Un Paese in cui nessuno sembra avere un quadro d’insieme, in cui nessuno capisce che la sopravvivenza collettiva dipende, oggi più che mai, dal sacrificio del singolo e dalla sua voglia di sentirsi davvero parte di una comunità. Mettiamocelo in testa: se non cambiamo noi tutti, nel nostro quotidiano, ci aspetta una vita da cani.
E a quel punto saremo tutti Dudù.

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