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l'ISIS   e lo sporco gioco saudita e turco

di Maurizio Molinari -

Campi di addestramento, finanziamenti e armi: le retrovie dei jihadisti dello Stato Islamico (Isis) sono nella Turchia di Recep Tayyip Erdogan, dentro il territorio Nato. L’accusa è di alcuni parlamentari del Partito repubblicano del popolo - Chp, all’opposizione ad Ankara - secondo il quale il governo di Erdogan avrebbe consentito ai jihadisti di accedere a una serie di campi di addestramento che vanno dalle frontiere con Siria e Iraq alle porte di Istanbul.

«Il ministro dell’Interno Efkan Ala deve dare spiegazioni in merito ad un video di Isis - afferma il parlamentare Sezin Tanrikulu - in cui si vedono centinaia di jihadisti addestrarsi in Turchia e poi pregare nella festa di Id Al Firt». Altri deputati hanno scritto a Cemil Cicek, presidente del Parlamento, chiedendo «chiarimenti governativi» sui «camion senza insegne» avvistati ad Adana, Kilis, Gaziantep e Kayseri con probabili armi per Isis. Senza contare che i turchi sarebbero circa il 10 per cento dei componenti di Isis e Abu Muhammed, noto comandante Isis, è stato fotografato nell’ospedale turco di Hatay nell’aprile 2014.

Nelle scorse settimane indiscrezioni Nato avevano sollevato il sospetto di un sostegno non dichiarato della Turchia al califfo Abu Bakr al-Baghdadi, chiamando in causa Hikan Fidal, capo dell’intelligence fedelissimo di Erdogan. Il sospetto dell’opposizione è che Ankara abbia favorito la formazione di Isis per avere un efficace strumento di pressione sul regime di Assad in Siria ed ora Isis è cresciuto al punto da poter minacciare la Turchia. A dimostrarlo vi sono attacchi come quello al consolato turco di Mosul, dove in giugno 49 diplomatici sono caduti in ostaggio di Isis.

David Phillips, direttore del programma Diritti Umani della Columbia University di New York, in Turchia ha incontrato «parlamentari e politici» che gli hanno sottolineato «i legami fra Turchia, turchi e estremisti sunniti» partendo dall’esempio della Fondazione per i diritti umani (Ihh), che ha il figlio di Erdogan, Bilal, fra i più convinti sostenitori nella raccolta fondi per sostenere «gruppi all’estero». Cengiz Candar, fra i più apprezzati analisti turchi, ritiene che la Turchia abbia «fatto nascere Isis all’inizio del 2012» quando si accorse che «l’incapacità dell’Occidente di sostenere l’Esercito di liberazione siriana» poneva la necessità di avere altri strumenti.

Sarebbe questa l’origine della scelta di Turchia, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati di sostenere, con fondi ed armi, le cellule di Isis, Al-Nusra e del Fronte Islamico, portandole spesso a collidere per rafforzare i rispettivi interessi. Le singole potenze regionali musulmane si sono così create delle proiezioni paramilitari - spesso in competizione fra loro - e quella di maggiore successo è Isis grazie alle risorse: dalle basi ai confini con Siria e Iraq alla quantità di armi convenzionali disponibili fino all’efficienza di «Ihh», che raccoglie ogni anno donazioni per 100 milioni di dollari in 120 Paesi ed è già stata in prima fila nel sostegno ai Fratelli Musulmani in Egitto come anche a Hamas e Gaza.

Dietro questa strategia turca vi sarebbe la scelta di Erdogan e del ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu di diversificare le alleanze sostenendo gruppi islamici per sfruttare la decomposizione degli Stati arabi e riportare l’influenza di Ankara sui territori dell’ex Impero Ottomano. L’accordo Sikes-Picot del 1916, che vide Londra e Parigi spartirsi i possedimenti ottomani facendo nascere gli Stati arabi, è stato dichiarato «morto» da Al Baghdadi riportando il Medio Oriente in una stagione che consente ad Ankara di aspirare a tornare gendarme regionale.

Fonte: La Stampa

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