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L'Italia è ormai perduta...tra breve il più grande successo dell'Euro saremo noi

di Paolo Cardenà -

1) La strada è segnata e il cammino è scritto. Nel senso che stiamo marciando speditamente verso uno scenario di tipo greco per quel che riguarda il debito pubblico; e verso uno scenario di tipo cipriota per quel che riguarda la gestione delle crisi bancarie che, prima o poi, è molto probabile si verifichino.

2) Ricondurre la traiettoria del debito verso un percorso di sostenibilità è assai difficile (se non impossibile), poiché, questo, si sta alimentando in maniera inerziale. Soprattutto in assenza di crescita robusta e di lungo periodo, che rischia di apparire solamente nel libro dei sogni.

3) Il punto 2) è tanto più vero se si considera che, eccettuati gli ultimi 5 anni -nei quali l'Italia ha collezionato numeri degni di un vero e proprio disastro tipico di un bombardamento bellico-, nei precedenti 10 anni o forse più, nonostante condizioni macroeconomiche estremamente favorevoli a livello planetario e credito in abbondanza senza precedenti, l'Italia è cresciuta molto meno rispetto ai partner europei. Di certo non in sintonia con le proprie necessità e con l'ampiezza del debito pubblico, cresciuto, dal 2000 in poi, di oltre 800 miliardi di euro ( di cui 170 nell'ultimo paio di anni). E' chiaro che al disastro di questa performance, non si è contrapposta una crescita adeguata del PIL, tale da comprimere il rapporto debito/PIL, confinandolo entro livelli meno allarmanti di quelli attuali. Infatti, se analizzassimo l'intero periodo, potremmo osservare che, eccezion fatta per gli anni 2004 e 2007 - nei quali il rapporto è stato di circa il 103%- in tutti gli altri è stato ben superiore, con l'esplosione avvenuta dall'anno 2008, fino a giungere agli attuali livelli che lo indicano al 135%. Inutile argomentare sul fatto che, l'esplosione del debito e conseguentemente del rapporto rispetto al PIL, è dovuta anche (ma non solo) alla crisi in atto. E' evidente.

4) Compreso il punto 3), giova segnalare che, nel periodo considerato (ossia dal 2000 fino al 2008 e anche oltre) la base produttiva del paese, la vera generatrice di ricchezza, era molto più solida, vigorosa e dinamica rispetto a quanto lo sia allo stato attuale. La disoccupazione, per quanto alta, non è si mai attestata ai livelli allarmanti di oggi; peraltro con probabile tendenza ad un ulteriore peggioramento. I redditi reali erano ben più alti di quelli attuali e, conseguentemente, anche la capacita di spesa dei cittadini era ben più alta. Maggiori spese equivalgono a un maggior PIL. Quindi, a parità di aliquote, anche maggiori entrate per lo stato. Le imprese producevano e macinavano utili. Il settore immobiliare, proprio grazie all'espansione creditizia di quel periodo, era anch'esso in espansione e era in forte crescita. Per non dimenticare, poi, che, la pressione fiscale, benché comunque alta, non aveva mai raggiunto i livelli attuali che oltrepassano di molto ogni limite tollerabile. Livelli come quelli attuali rendono inutile produrre e fare impresa. Potremmo agevolmente definire quegli anni, un periodo di vacche grasse. Nulla a che vedere con la stato attuale delle cose, e con ciò che ci attende nei prossimi mesi o anni.

5) Chiarito il punto 4) emerge che l'Italia, negli ultimi anni, ha perso una parte significativa del tessuto produttivo che, come noto, oltre ad essere generatore di ricchezza, è anche generatore di benessere sociale. Questo, prima di poter essere ricostituito -cosa che comunque avviene in anni e non in mesi- necessita quantomeno di condizioni migliori, e comunque esige la rimozione di tutte quelle criticità strutturali che ne hanno determinato la scomparsa. E qui la lista è tanto lunga al punto che si potrebbe andare avanti per giorni. Tutto ciò è stato reiteratamente discusso in questo sito.

6) Pensare che l'Italia, in queste condizioni, senza che alcuna riforma concreta sia stata compiuta, possa agganciare qualche astratta ripresa che si dovesse presentare, e che possa farlo creando le condizioni per riassorbire in tempi solleciti qualche milione di disoccupati in più rispetto a quel periodo di vacche grasse, generando così le condizioni per una nuova fase virtuosa e di benessere, è semplicemente delirante, oltre che criminale. E' delirante per i motivi chiariti nei punti precedenti e in numerosi articoli ospitati in questo sito. E' criminale perché tende ad offrire , ad un numero elevato di persone che cercano lavoro e che ballano quotidianamente con la povertà, l'illusione che tra qualche mese potranno essere riassorbite nel mondo del lavoro. Così non sarà.

7) Cosa accadrà? Difficile dirlo. Ma alla stato attuale, fatta salva l'eventualità di una rottura dell'area monetaria (che cambierebbe le prospettive), lo scenario più plausibile è che, con ogni probabilità, l'Italia verrà mantenuta in uno stato di vita apparente. Verosimilmente, quando cambieranno le condizioni sui mercati, al netto di tutto ciò che ne deriverà, l'italia dovrà fare ricorso al fondo salva stati che, congiuntamente alla BCE, acquisterà i titoli di stato (Germania permettendo). Magari, è oltretutto probabile che l'Italia accompagnerà la richiesta di aiuti con qualche forma di imposizione patrimoniale in grande stile che, verosimilmente, si abbatterà sui soliti noti.
L'intervento della BCE e del fondo salva stati presupporrà un'ulteriore cessione di sovranità nazionale, mentre l'intervento della Troika imporrà misure di austerity ancor più invasive e distruttive (Grecia docet). In altre parole, assisteremo alla più grande rapina della storia umana, poiché le ricchezze di ogni individuo, nelle diverse forme possedute, o diminuiranno di valore (nel caso di immobili o di altri asset), o saranno destinate ad essere confiscate (l'aumento vertiginoso della tassazione sui risparmi è già in atto e ne costituisce esempio tangibile), nelle forme più fantasiose possibili, transitando nelle casse delle stato per poi finire in quelle dei creditori: banche e istituzioni finanziarie.

8) L'impoverimento sarà generalizzato e verrà aggravato da una desertificazione impetuosa del tessuto industriale che indurrà un numero crescente di individui, soprattutto giovani, a cercare sopravvivenza altrove. Meno individui che lavorano in Italia (con stipendi abbattuti), significa minori redditi spesi in loco e quindi ulteriore crollo di domanda interna, ulteriore contrazione del PIL e ulteriore crollo delle entrate tributarie. Conseguentemente diventerà impossibile sostenere la spesa pensionistica, la spesa sociale, e più in generale la spesa statale.

9) A quel punto, quando saranno rimaste ceneri e macerie, i governanti diranno che l'Italia è in bancarotta.

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