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Il "vaffanculo" di Rossella: Mario Monti e i due marò

Eccola qui, servita calda-calda, l’ennesima presa in giro da parte della “corte” (vabbè..) indiana sul caso dei nostri due marò…ennesimo rinvio fino a luglio, perché ovviamente i sorci indiani adesso devono andare in vacanza - ma qualcuno mi può gentilmente illuminare su quanti giorni dell’anno questi lavorano tra festività, santoni da adorare e ferie da cosa non si sa? -

E’ un po’ di tempo che non parlo di Max e Salvo, e non certo per dimenticanza, io non sono lo stato italiano (scritto volutamente in minuscolo) che li ha dimenticati, io li ho sempre nel cuore e ho anche l’onore di essere amica della famiglia di uno dei nostri due ragazzi, sinceramente speravo di riscrivere qualcosa iniziando con un “finalmente a casa”…
Pura utopia.

Mi spiego meglio: il caso dei due marò continua a far discutere. Ma l’elemento che mette tutti d’accordo è che la vicenda ha palesato la totale ininfluenza italiana in campo internazionale, e l’incapacità dell’Italia di far valere, almeno a livello giurisdizionale, le proprie ragioni. Così, non ci rimane che assistere impotenti al continuo rimandare la sentenza da parte della Corte.

E vorrei sottolineare e ribadire ancora una volta che l’incapacità italiana è ormai da parte di ben tre governi non eletti e quindi, per una volta, non addosso la colpa solo e unicamente all’ebete fiorentino, ma a un susseguirsi di incapaci, inadeguati e cagasotto ministri, sottosegretari, capi di stato maggiore e presidenti del consiglio. Uno peggio dell’altro.

E ancora oggi, tra innocentisti e colpevolisti, tra i sostenitori del giudizio in India e chi li vuole riportare sotto la giurisdizione patria, il dibattito è infuocato, e ancora oggi a distanza di 3 vergognosi anni, non sappiamo se, sulla controversa vicenda, verrà mai fatta completamente luce.

Quel che è certo – l’elemento su cui quasi tutti concordano – è che quella tragedia ha scoperchiato la drammatica pochezza internazionale del nostro Paese, che tutt’oggi continua a confondersì però in un equivoco di fondo: il costante posticipo della sentenza da parte della Corte di giustizia indiana che può apparire a molti quasi un elemento a nostro favore, su cui basare la speranza che l’Italia possa uscirne a testa alta.

Seeeeeeeeee vabbè! La verità, però, è un’altra.
O c’avevate quasi creduto?

Eh sì, perché a oggi io sono più che convinta che i nostri due fucilieri di marina sono già considerati colpevoli senza sentenza.
Quella sentenza che non arriva mai, di fatto, in India equivarrebbe già a una condanna. I marò, in India, sono già dati per colpevoli, pur non essendoci ancora una sentenza. Una realtà davanti alla quale l’Italia si è dimostrata, nel corso di questi tre anni, incapace di far valere le proprie ragioni su una vicenda controversa tanto sotto il profilo del diritto internazionale, quanto sotto quello dell’accertamento della dinamica dei fatti.

Senza la pretesa di schierarsi da una parte o dall’altra, si può però affermare che l’Italia avrebbe avuto, almeno dal punto di vista giurisdizionale, qualche ragione da far valere. Non è ancora appurato se l’«incidente» sia avvenuto in acque indiane, circostanza che, molti ritengono, darebbe la giurisdizione all’India, com’è attualmente lo stato delle cose.

Tuttavia, anche in quel caso, la competenza indiana a sentenziare sul caso rimane in dubbio, in virtù delle norme internazionali sull’immunità degli organi statali dalla giurisdizione straniera, che individuerebbe, come unica giurisdizione competente, quella italiana: essendo l’atto compiuto nell’esercizio di funzioni pubbliche, e dunque un atto dello Stato italiano, esso resta esente dalla giurisdizione straniera (anche quando leda beni o persone stranieri). Difatti l’Italia avrebbe dovuto sin da subito invocare con fermezza il rispetto di tale principio. Cosa che, è evidente, non ha fatto.

Il perché è cosa gia nota no?....Qualche elicotteruccio da vendere?
Cosicchè, invece che invocare l’immunità funzionale, si è tenuto un basso profilo
L’Italia ha così finito con l’accettare che la disputa venisse regolata sulla base della Convenzione del 1982 sul diritto del mare, che affiderebbe allo Stato di bandiera la giurisdizione soltanto in caso di«incidente» o«abbordo».

Tuttavia, queste ultime terminologie non sembrano adeguate a riferirsi al fatto contestato ai marò. Insomma, a basarsi sulla Convenzione, è naturale che la giurisdizione sia stata sottratta all’Italia. Non basta. L’interpretazione dell’India si è sempre basata su una sostanziale prevalenza del diritto interno su quello internazionale, dato che si è comunque affidata al Maritime Zones Act, secondo cui, in caso di controversia, il diritto interno prevale sulla Convenzione. E, per il diritto interno, fino a 200 miglia dalla costa la giurisdizione penale è dell’India.

Stando così le cose, salverebbe i due marò soltanto il poter dimostrare che i due fucilieri agirono per rispondere a un atto di pirateria, onde poter poi invocare l’applicazione dell’art.100 della Convenzione che sancisce l’obbligo per gli Stati di esercitare la «massima collaborazione per reprimere la pirateria in alto mare». Evidenti, però i rischi di una simile strategia. Se anche si riuscisse a convincere la Special Court dell’applicabilità dell’art. 100, non sarebbe affatto certo che essa accetterebbe di far giudicare la vicenda in un tribunale italiano o internazionale.

In tale panorama, dunque, il problema è stato uno solo: il fatto che, «sin dall’inizio, l’Italia si è mostrata oggettivamente debole in ragione di una ‘statura’ non all’altezza di una società internazionale sempre più interdipendente». Insomma: la nostra scarsa credibilità e debolezza a livello internazionale ci ha impedito di sostenere la soluzione a noi più «vantaggiosa», e per di più fondata a livello giuridico.

Così, quello che ci rimane da fare è assistere al continuo rimandare della Corte indiana, sperando che questo rappresenti, per noi, un segnale positivo. Quando invece, molto più probabilmente, costituisce l’esatto contrario.
Anzi, togliamo pure il “probabilmente”

A oggi Salvatore Girone è ancora prigioniero. Sì, ho detto prigioniero, e in ostaggio, in ambasciata italiana controllato a vista dagli stessi indiani la cui popolazione pullula di pedofili e stupratori e Massimiliano Latorre è prigioniero in casa sua a Taranto (eh si, per lui valgono gli arresti domiciliari..) dove per arrivarci ha dovuto rischiare la vita, e per ogni concessione di permanenza in Italia per le doverose cure mediche sembra quasi che debba inchinarsi davanti agli indiani

La lista di chi mandare affanculo per la vicenda a questo punto è davvero lunga, ma il mio vaffanculo più corposo, possente e sentito, "de core" direbbero a Roma, se lo merita senza dubbio alcuno quella schifezza di Mario Monti, il primo infame traditore che li ha obbligati a tornare in India nel giro di tre ore per non perdere il contratto di Finmeccanica. A una incollatura di distanza, ex aequo, Passera e Di Paola, con l'aggravante quest'ultimo di avere vestito la stessa uniforme di Latorre e Girone.

Possano tutti quei milioni di euro servirvi per medicine e cure ospedaliere che si rivelino, alla fine del calvario, drammaticamente inutili.

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