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di Renato de Robertis -

 

Non ci sono ordini. Da Roma non trasmette nessuno. Il battaglione non sa cosa fare. In questa caserma tra Lerici e la Spezia. Le altre caserme sono state abbandonate già da ieri. In giro c’è un miserabile scappa scappa… Oggi 9 settembre, sull’ultima curva del lungomare, hanno scoperto divise grigio-verde buttate in un bidone.


La Decima Flottiglia Mas si è chiusa in una caserma schiaffeggiata dal sole. Il comandante Borghese non parla da due giorni. I suoi ufficiali dicono che lui abbia appreso notizie che non vuole condividere. I marinai sono ai loro posti, ma tutti infuriati, mentre una domanda corre sulle labbra,“Che si fa?”


In piazza d’armi l’autoblindo ha sempre il motore acceso. All’ingresso la Guardia, armata di mitra e bombe a mano, scruta il mare. Due sergenti hanno il volto unto di grasso per le mitragliatrici lucidate. In questo momento, dalla torretta est, un caporale napoletano strepita, “I tedeschi!”, i quali non si fermano, vanno avanti e indietro, hanno già occupato il porto, hanno disarmato tutti i reparti dell’esercito, hanno invaso gli alloggi militari. Sono poche le loro unità – forse è un battaglione -, ma stanno facendo il macello.


Junio Valerio Borghese scatta sulla torretta, mette in un angolo il suo soldato, scruta con il cannocchiale. Le camionette della Wehrmacht scompaiono dietro un palazzo marrone. E un autocarro traina un obice tutto nero che fa paura.


Il comandante della Decima allora chiama il capitano Bellini, gli urla,“Il vento non alza la bandiera. Issate il tricolore sul pennone. Così i tedeschi sapranno che qui non si nasconde nessuno.”


I crucchi sembra che non vedano la caserma della Decima. Ma, prima o poi, quelli si fermeranno e vorranno fare i padroni. Borghese quindi scende dalla torretta, chiama l’adunata,“Chi vuole andar via può farlo.” Lo ripete più volte ai suoi marò che conosce personalmente. Nessuno si muove in piazza d’armi. Nessuno risponde. A Roma Vittorio Emanuele III non c’è. I generali sono fuggiti. E qua sotto il sole restano solo quattrocento uomini: degli italiani che non scappano perchè pensano che disarmare un militare sia come tagliare i genitali ad un uomo.


Le mattine di questo settembre trascorrono lentamente. 10, 11, 12, 13 settembre. L’aria in caserma è caldissima. I marò sono agitati. Ieri, quasi in cento sono andati dal comandante per chiedere di andar via. Borghese li ha salutati con una stretta di mano, ha fatto aprire il cancello a cento padri di famiglia, ha salutato tutti.


“Comandante, ma se qui bussano i tedeschi, io non consegno mica il mio fucile!” dice un marò abruzzese al tramonto del 13 settembre, dopo molte dal passaggio dell’ultimo semicingolato tedesco. E dopo le dieci del mattino del 14 settembre un capitano tedesco bussa sul cancello della caserma. Gli uomini sono già al loro posto. Dietro le finestre. Sulle passerelle a quattro metri. Sotto l’autoblindo. Le facce sono tese. Gli abiti sono unti. Ma le armi sono pulite: restano attaccate alle mani. Eppure, chi non vorrebbe lasciare i fucili, le proprie pistole? Chi non vorrebbe ritornare a casa? Però, alla radio, nessuno ha dichiarato di consegnare le armi. E le armi non si strappano all’orgoglio di un militare.


Due giorni fa un ufficiale italiano è stato fermato a Sarzana, un posto di blocco tedesco, gli hanno chiesto la pistola e l’italiano si è rifiutato di darla; lo hanno crivellato sul posto. Il comandante Borghese è stato informato, si è acceso una sigaretta e ha detto, “Se fosse capitato a me, mi sarei comportato allo stesso modo, non avrei mai rimesso la mia pistola. Devono riempirmi la pancia di piombo per avere la mia cintura.”


Proprio in questo momento il capitano tedesco sta entrando nella caserma. Il passo è sicuro. Ha le idee chiare: gli italiani devono arrendersi, devono consegnare le armi. In pochi attimi, tuttavia scopre che i marò di Borghese sono in assetto di guerra, hanno le bombe a mano pure in bocca. Guarda poi verso le torrette: c’è una mitragliatrice che lo segue passo dopo passo. Vicino alla garitta del piazzale c’è un mortaio. Capisce che in questa caserma le cose sono diverse. Qua ci sono i militari che hanno affondato le corazzate con le mani e con il tritolo – come ad Alessandria nel 1942 -, e qua nessuno ha ordinato che bisogna arrendersi ai tedeschi.


Allora, dopo aver smesso di osservare a destra e a sinistra, l’ufficiale tedesco comincia a parlare: riferisce che i generali, i prefetti, i podestà sono scappati. Tutti. Non c’è nessuno in giro, lo ripete. Questo ufficiale della Marina tedesca – si chiama Berlinghaus – espone i fatti guardando gli occhi di Borghese. Ma ciò che lo colpisce è la mano scura del comandante italiano che stringe la cintura della fondina lustrata. La pistola non si vede. Quel che si nota è la mano gonfia del comandante.


Berlinghaus pensa che questo italiano di sicuro non consegnerà la sua pistola.


Borghese tace. Con l’indice riesce ad entrare nella fondina della sua pistola: l’acciaio è fresco. Ma il damerino venuto dalla Germania non termina di parlare. Spiega cosa è accaduto in città: tutta la magra fine dei reparti militari italiani. Per questo, il comandante della Decima lo ferma ed esclama,“Qui non disarmate nessuno. Qui difendiamo una caserma. Qui c’è una bandiera da onorare.”


La situazione è chiara. La guerra è perduta. Il re è fuggito. Nessuno sa cosa fare ma il coraggio mica è finito. In guerra si vince o si perde, si vive o si muore, questa è la regola assoluta, però la questione finale resta sempre la stessa, “Il tutto è come si vince, come si perde, come si vive, come si muore, una guerra si può perdere, ma con dignità e lealtà.” Così parla Borghese. E precisa,“I miei superiori hanno detto poche cose, ma di sicuro non hanno detto di consegnare le armi. Si può stare da una parte o dall’altra, ognuno scelga.., in ogni caso si può anche decidere di non arrendersi; e noi facciamo così.”


Allora? La mano di Borghese batte sul cinturone. Il tedesco non sa cosa rispondere. Abbassa lo sguardo. Fa qualche passo indietro per raggiungere una zona d’ombra sotto una tettoia. Silenzio per venti secondi. Poi Borghese prende fiato ed esclama,“Se vogliamo continuare a discutere, le condizioni allora sono le seguenti. Uno: la Decima fa parte della Marina italiana. Due: le Unità navali della Decima restano alla Decima. Tre: il comandante della Decima rimane un italiano e se il governo nazionale non c’è, dunque, questi marinai italiani si governano da soli.”


Il capitano di vascello Berlinghaus ascolta. È trascorsa un’ora dal suo ingresso. Ora si toglie il berretto. La sua faccia è lunga e pallida. Lì per lì non ha capito il significato delle parole ascoltate. Ma, dopo un po’, fa un cenno con la testa: è d’accordo, si può fare, conosce bene chi ha davanti; davanti a lui c’è una Medaglia d’Oro, il comandante Borghese, un soldato italiano che ha ferito la boria inglese più volte. E proprio in questo momento, Borghese lascia la presa dal cinturone della sua pistola. Mette la mano destra in tasca. Tira fuori un’altra sigaretta, chiama un suo ufficiale, perché c’è da scrivere un verbale: la Decima sottoscrive un accordo con i tedeschi, un accordo disperato.


L’ufficiale accorre con un tavolino, si piazza sotto l’ombra della tettoia, comincia a scrivere. Le parole dettate sono scandite lentamente da Borghese,“La Decima Flottiglia Mas non consegna le armi e sottoscrive un trattato.”


In poche parole, a migliaia di tedeschi che hanno mortificato La Spezia, trecento uomini hanno detto cosa si deve fare, trecento uomini hanno imposto le loro condizioni. Un vento caldo soffia da ponente. Le camicie sono bagnate. Qualcuno qui ha pregato. La mitragliatrice da 20 millimetri scotta inondata dai raggi del sole. E il comandante Borghese adesso ha rimesso la mano sulla sua cintura di cuoio.

 

Fonte: Barbadillo

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