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Furono vicini a cambiare la storia del mondo: quel che poteva essere e non fu... 

di Gianni Fraschetti -

Nel Settembre del 1962 l'Algeria otteneva l'indipendenza dalla Francia, ponendo così fine ad una presenza durata 130 anni. Molti si voi si diranno a questo punto...Bello, veramente. E a noi che cazzo ce ne frega?

Eh già è più comodo vivere col paraocchi che cercare di comprendere la realtà che ci circonda e il nostro passato, peccato che a furia di ragionare in questo modo osceno, ci si ritrova poi con Renzi, Alfano, la Boschi e Mattarella al Quirinale.

Perchè parliamoci chiaro, l'ignoranza e l'indifferenza sono le basi infrangibili sulle quali poggiano le grandi disgrazie dei popoli. La storia è una concatenazione di eventi, tutti collegati gli uni agli altri, e se è pur vero che alla fine rispondono alle logiche imperscrutabili del destino è altrettanto vero che sono determinate dalle decisioni degli uomini e successivamente quasi obbligate dagli eventi che da tali decisioni scaturiscono. Insomma, il destino potrà anche avere piacere che io cada da una finestra e orientarsi in tal senso, ma poi sono io che mi ci devo buttare, o magari far buttare, da quella finestra e senza la mia fattiva collaborazione, il destino se la prende nel culo.

Insomma non è poi così campato in aria il motto, alquanto guascone, del 1°Reggimento carabinieri paracadutisti: "...e se il destino è contro di noi, peggio per lui...". E' assolutamente così, e in ultima analisi ognuno di noi è ciò che ha voluto essere e ritengo che valga anche per i popoli. Se alla fine ti ritrovi con Renzi e Berlusconi, con tutta la squadriglia delle cariatidi politiche a fare da contorno e con la prospettiva che le cose non potranno che peggiorare di brutto, non puoi pensare che è solo "malasuerte" e che tu non c'entri nulla. Cerchiamo di essere seri. Ognuno raccolglie quel che ha seminato, e per divenire artefici del proprio destino e non le sue vittime che riempiono, ex post, catini di lacrime amare, servono due cose. Idee molto chiare circa il porto verso il quale si è diretti e una granitica e incrollabile fiducia in se stessi. Il tutto, magari, accompagnato anche da una precisa memoria storica del passato e dalle capacità culturali per comprenderlo e trarne ammaestramento.

In mancanza di ciò si naviga a vista e senza nemmeno saper nuotare, con tutti i rischi connessi.

Insomma, questo pippone che apparentemente pare non avere senso, è l'indispensabile premessa per affermare con forza che l'attuale condizione mondiale, e quindi non solo quella europea e italiana, è figlia di una spiccata tendenza a lasciar fare e a permettere di tutto a personaggi che non solo non sono migliori di noi ma spesso e volentieri sono proprio l'esatto contrario e a consentir loro di fare e disfare e disporre quindi, a loro piacimento, delle nostre vite e del nostro destino. Perchè una cosa deve essere chiara: o quel benedetto destino lo governiamo noi, o lo farà sempre qualcun altro per noi, e non certo a nostro vantaggio.

Di questo potete esserne certi, anche la religione cristiana, sempre così attenta a ricordarci il "dopo", ammettte però che "durante" esiste una brillante invenzione di Dio, il libero arbitrio, che gli ha consentito di lavarsi le mani di noi e di mettere la nostra vita totalmente nelle nostre mani.

                                                                                 

La storia del mondo in generale, e quella dell'Europa in particolare, è contrassegnata da incroci da brivido dove tutto in un attimo cambiò e quel che era si dissolse per fare posto a qualcosa di totalmente nuovo, che impresse una direzione del tutto diversa dalla precedente alle vicende umane.

La selva di Teutoburgo, i Campi Catalaunici, Waterloo, Gettysburg e l'intera Seconda Guerra Mondiale, con il suo esito, molto meno scontato di quanto ci hanno voluto fare credere, sono alcuni tra questi snodi...probabilmente i più famosi, ma ve ne sono altri, che non hanno forse la stessa capacità di colpire l'immaginario delle masse, folgorandolo, ma che hanno inciso a fondo nelle nostre vite, consegnandoci sempre più indifesi a un destino che, come abbiamo detto, appare sempre meno frutto del caso per rivelarsi invece il prodotto amaro del lucido progetto di dominio di ristretti circoli dei quali oggi si cominciano a meglio intravedere i confusi contorni.

Con una differenza non da poco. Nel dipanarsi delle vicende umane, vi fu chi si oppose, anche con le armi in pugno, a questo progetto di sottomissione globale. Ciò avvenne fino alla fine della seconda guerra mondiale, poi vi fu sempre meno resistenza fino a giungere ai giorni odierni e ai quattro scemi variopinti che sfilano per le città e in tale incongruente e patetico gesto esauriscono ogni volontà di opporsi. Quattro penosi saltimbanchi non solo totalmente inutili ma il più delle volte addirittura emanazione diretta del potere che pensano di combattere. 

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la guerra degli uomini, dell'onore, della dignità e del sangue contro l'oro, la guerra che misurò anche la vera natura ed essenza dei popoli d'Europa e del mondo (e noi italiani usciamo distrutti da questa impietosa analisi), iniziò il colossale lavaggio del cervello dei popoli, specialmente di quelli del vecchio continente ma vi fu un altro momento nel quale tutto avrebbe potuto cambiare. Forse fu l'ultimo.

Quel momento fu la guerra d'Algeria, che vide quali visibili attori da una parte la Francia, o meglio l'Esercito francese, e dall'altra l'FLN, il Fronte di Liberazione Nazionale algerino con il suo braccio armato l'ALN. Ma non erano i soli ad agire, oltre a loro vi era, sullo sfondo, l'inquietante presenza, l'ombra oscura, degli interessi USA che stavano iniziando ad avvelenare tutto il mondo.

Il Nord Africa era pieno di petrolio e di gas. Tutta roba che faceva gola alle sette sorelle, a caccia di popoli da depredare nell' orgia susseguente alla decolonizzazione selvaggia che stava investendo il mondo intero. Si ripetè dunque la pantomima già vista in Indocina e nel Sud est asiatico, dove i francesi, appena usciti da una guerra che peraltro avevano pure perduto, elemosinarono a Washington un po' di aiuto che venne loro puntualmente rifiutato.

E che cazzo! Gli americani avevano fatto la seconda guerra mondiale proprio per giungere a quel punto, alla destrutturazione totale del mondo, al collasso degli imperi coloniali europei e alla creazione di una miriade di stati indipendenti, fatti nascere in serie, come delle Ford T, deboli fino alla fragilità e senza una logica di fondo che non fosse quella di depredarli. Nuovi stati da assoggettare totalmente e senza via di scampo alcuna all'interno di aree di influenza economica che erano vere e proprie gabbie dalle quali era impossibile fuggire.

La menata era sempre la solita che ci viene propinata anche oggi: la pace e la democrazia, le libertà e i diritti civili e tutto il sacro repertorio di falsità col quale erano decenni che gli USA facevano i bulli a giro per il mondo. Per l' occasione si erano pure inventati un nuovo slogan a effetto, "autodeterminazione dei popoli". Era stato coniato proprio per fregarsi le colonie di inglesi e francesi e dunque, di aiutarli, non se ne parlava proprio. Che andassero a farsi fottere e facessero spazio alle multinazionali nordamericane, straordinarie dispensatrici di benessere. Abbiamo visto poi con quale straordinario risultato.

In Algeria andò pure peggio, se possibile. Una Francia confusa, corrosa, stanca, guidata da una classe politica, quella della IV Repubblica, talmente raccapricciante da fare invidia a quella nostra attuale, si impegnò in una guerra che vedeva quale campo di battaglia un Dipartimento francese d'oltremare.

Giacchè l'Algeria non era una colonia ma territorio francese, dove vivevano nove milioni di individui: otto milioni di algerini, molti dei quali favorevoli a mantenere un forte legame con la Francia, e un milione di pied noir, francesi nati in Algeria.

Le leggi spietate del profitto e della globalizzazione, che stava muovendo i primi passi ma imponeva già i suoi duri e ineludibili comandamenti, stavano però preparando la V Repubblica e il ritorno di De Gaulle. Il Generale sapeva perfettamente con chi aveva a che fare, conosceva a menadito il cuore e il sottobosco del potere capitalista ed era consapevole che voler mantenere l'Algeria francese avrebbe rappresentato una sfida intollerabile per il nuovo ordine mondiale che si era affermatonel 1945.

Altro che force de frappe e la grandeur. La vera sfida dell'unica nazione europea in grado di poter agire sul proscenio internazionale era quella: tenersi l'Algeria e trovare una via di collaborazione, magari di fraternità, tra Europa e Nord Africa. Nessun altro era in grado di profferire verbo in quella Europa di fine anni '50, uscita devastata e divisa dalla guerra. Non certo la Gran Bretagna, che appariva ogni giorno di più la vera, grande sconfitta dell'immane conflitto, costretta a pagare con gli interessi il duro conto in arretrato che aveva con la storia. 

Lo splendido isolamento, alla fine, aveva prodotto la fine dell' Impero e, con la firma della Carta Atlantica, il passaggio del bastone di comando agli americani. Non avevano mai voluto essere europei e ne pagavano ora il salatissimo conto.

Il resto d' Europa era solo un immenso cumulo di macerie, morali e materiali. Dunque, in quel preciso momento, rimaneva solo la Francia a poter mantenere viva la speranza di un futuro per l'Europa che non fosse quello del carbone, dell'acciaio, del burro e del latte. I progenitori dell'arma finale, l'Euro.

Quella speranza era l'Europa delle Patrie, se ne parlò pure per un breve momento.

Ma De Gaulle intendeva regnare a lungo questa volta ed era consapevole che se avesse fatto sua la bandiera dell'Algeria francese il suo futuro sarebbe divenuto breve, incerto, e assai rischioso sul piano fisico. Usò quindi, con un cinismo disgustoso, le speranze e le aspettative dei "pied noirs", le illusioni dell'Armee e l'indifferenza dei francesi metropolitani, per raggiungere il suo scopo, dopo di che tradì tutti. Indistintamente.

Ma a quel punto successe qualcosa di incredibile. L'Armee, la grand muette ( la grande muta ) ritrovò improvvisamente la voce. A dire il vero era gia successo due o tre anni prima, nel'58, quando l'Armata d'Algeria aveva praticamente imposto De Gaulle a una riluttante Assemblea Nazionale che aveva votato, caso rimasto unico, per l'eutanasia di se stessa. Adesso l'Armee, tradita dall' uomo nel quale aveva creduto, parlava di nuovo.

Messi di fronte alla prospettiva di perdere l'Algeria e l'onore, di abbandonare al massacro che si sarebbe scatenato centinaia di migliaia di algerini che avevano combattuto per la Francia, gli Harkis e un milione di pied noirs, messi davanti alla tragedia di venire meno alla parola data a tutta questa gente, "...non vi abbandoneremo mai...", con ancora nella mente il ricordo delle tribù vietnamite e cambogiane che si erano battute al loro fianco e che erano state lasciate indifese alla rappresaglia del Viet Minh, i soldati francesi si ribellarono.

                                                            

Come ebbe a dire il Colonnello Heliè Denoix de Saint Marc durante il suo processo, "...fecero di tutto (i politici n.d.r.) per farci impazzire e ci riuscirono...". Ora Saint Marc non era esattamente un quaquaraqua qualsiasi, un aspirante rambetto convertitosi al golpismo. Di famiglia aristocratica, resistente nel ’41, deportato a Buchenwald nel ’43, nel primo dopoguerra Saint Marc si arruola volontario per l’Indocina, combatte bene, è promosso e decorato. Inviato ai confini del Laos, rompe gli schemi, fa proprie le regole della “guerra rivoluzionaria”, convince le tribù delle montagne e scatena contro i comunisti una guerra di popolo. Una roba mai vista, un successo pieno, ma improvvisamente gli arriva l’ordine di ritirarsi e di sbarazzarsi dei suoi miliziani. Non servono più. Saint Marc obbedisce.

È un ufficiale, la gerarchia è un valore. Ma qualcosa, ed è un sentimento diffuso nei quadri del contingente francese, si rompe. Come racconta nella sua autobiografia, “Les Champs de braises” , il comandante non scorderà mai gli sguardi dei suoi camerati vietnamiti abbandonati, l’odore del tradimento. La puzza della vergogna.

In Algeria, Saint Marc comanda il 1° REP - i parà della Legione Straniera, la crema della èlite - e assieme a centinaia di giovani ufficiali reduci d’Indocina, cercherà il riscatto, la vittoria e in fondo la salvezza dell’anima. De Gaulle, l’uomo in cui credevano, gliela negherà, imponendo loro un nuovo infamante raggiro, un’altra mortificante abiura. Da qui la rivolta dei “soldati perduti” del ’61, il processo, la condanna.

Degradato e radiato, Saint Marc torna in libertà alla fine degli anni sessanta e si rivela uno scrittore potente. I suoi libri fanno discutere, diventano best sellers, vincono premi letterari. Sebbene sia ufficialmente un reietto, il Comandante è una leggenda per la società militare e per i pied noirs fuggiti dall'Algeria e riparati in Francia, che costituiscono una cifra elettorale del 7.5% dell'elettorato. Il potere è costretto a riabilitarlo e nel 1978 gli sono resi i diritti civili e militari.

Ma torniamo ad Algeri nel '61. Dunque l'Armee ritrova ancora la parola e dice NO !

 

No all'abbandono dell'Algeria, no all'abbandono degli Harkis e dei pied noirs, no al tradimento della parola data e della bandiera. No alla svendita dell'onore. Del loro onore. Dopo l'Indocina lo avrebbero difeso contro tutto e tutti. A ogni costo. E fu esattamente quel che fecero.

Mentre ad Algeri il quadrumvirato dei Generali prende il potere, all'Olimpya di Parigi Edith Piaf, l'usignolo di Francia, tiene un concerto grandioso per i "ragazzi di Algeri" e dedica loro un pezzo struggente, Je ne regrette rien, che entrerà nella storia di quegli anni, identificandosi in maniera totale con quelle vicende. Un vento nuovo pare scuotere l'Europa dei primi anni di benessere.

A Parigi regna il caos, ci si aspetta da un momento all'altro che i Reggimenti paracadutisti, gli stessi che avevano vinto la battaglia di Algeri facendo a pezzi la rete terroristica dell'FLN in città, piombino sulla capitale.

Era il meglio del meglio dell'Esercito francese, forgiati nel ferro e nel fuoco delle risaie indocinesi e del jebel algerino, estremamente politicizzati e fautori di un nuovo socialismo nazionale in salsa kaki, comandati da giovani Colonnelli che sembravano usciti dritti dritti da un film di cappa e spada, apparivano invincibili, probabilmente lo erano e soprattutto nessuno aveva voglia di verificarlo sul campo.

Mentre a Parigi venivano distribuite le armi alla CGT (l'equivalente della nostra CGIL) in un tentativo patetico, verrebbe da dire all'italiana, di imbastire un simulacro di resistenza, la sorte di De Gaulle e della V Repubblica sembravano ormai segnate e nei sogni di molti europei prendeva forza e vigore un nuovo progetto d'Europa, guidato da questa nuova Francia che ben poco avrebbe avuto a che spartire con mercanti e re di denari.

Lo spirito, la volontà e i buoni sentimenti stavano per prendersi la rivincita su un mondo che fino a quel momento pareva decisamente orientato verso l'avidità, la grettezza e l'egoismo. Almeno così pareva, e invece no.

Quando gli aerei da trasporto carichi di parà stavano per decollare dagli aeroporti algerini il comando della VI Flotta USA fece sapere ai Generali ribelli di Algeri che gli aviogetti americani avrebbero abbattuto tutti i velivoli in volo verso la Francia. Senza nessuna eccezione. Gli americani non mostrarono esitazioni nel proteggere il progetto di mondo che avevano in mente e che in parte avevano già creato, e la favola degli insorti d'Algeria si avviò alla sua drammatica conclusione.

Il resto è storia nota. Il Putsch perse inesorabilmente vigore e dopo poco i rivoltosi furono costretti ad arrendersi. Seguì una epurazione profonda nelle Forze Armate, mentre molti militari si univano all' OAS e iniziava la parte più sanguinosa e crudele della vicenda algerina, quella che vide francesi contro francesi, in una lotta senza quartiere terminata con arresti, torture e fucilazioni di molti ufficiali, tra i quali il Colonnello Jean Marie Bastien-Thiry, un giovane di appena trent'anni, padre di tre bambine in tenerissima età, per il quale la Francia intera chiese clemenza. De Gaulle fu inflessibile e Bastien Thiery venne fucilato ma ancora oggi i francesi onorano quotidianamente la sua tomba,

Il 1° Reggimento paracadutisti della Legione, quello comandato da Heliè Denoix de Saint Marc, venne sciolto subito dopo il fallimento del Putsch e gli ufficiali incarcerati.

In una livida mattina i paracadutisti furono trasferiti dalla loro base di Zeralda al porto di Algeri, per essere portati in Francia e dispersi in mille altri reparti. Quando attraversarono Algeri accadde l'impensabile, la voce si era sparsa e decine di migliaia di pied noirs si affollavano sui lati della strada che i militari stavano percorrendo a passo di marcia, inquadrati e sorvegliati da decine di gendarmi armati.

E' un attimo. La folla grida il suo amore per quei ragazzi che si sono giocati la vita pur di non venire meno a un obbligo d'onore, pur di rispettare la parola data e non abbandonarli. Le ragazze pied noir piangono di disperazione e sommergono di baci e di fiori gli uomini in mimetica, quando all'improvviso si ode un comando secco e i paracadutisti intonano la canzone della Piaf. Je ne regrette rien...io non rimpiango niente.

I parà rispondevano così all'amore struggente di quella folla e la salutavano a modo loro, e mentre l'eco delle ultime note di quella canzone si perdeva nella frizzante aria mattutina della più europea delle città nordafricane che si affacciano sul Mediterraneo, l'Europa dei Centurioni, un Europa che dobbiamo assolutamente ritrovare se vorremo sopravvivere, lasciava il passo a ben altra Europa.

Quella dei mercati e delle banche, delle speculazioni e dello spread, del panico e del mal di vivere.Un'Europa triste e grigia, senza gioia e senza sorriso, senza albe e senza tramonti, senza sole e senza calore, senza passiome e senza amore. L'Europa gelida, genocida e crudele dei banchieri e dei mercanti, del dolore e dell'egoismo. L'Europa della troika, della UE e della BCE. L'Europa delle grisaglie, dei burocrati, degli oligarchi e dei poteri occulti.                          

L'Europa della sofferenza.

L'Europa delle lacrime.

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