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Il mito di Roma è ancora nel cuore di centinaia di milioni di Europei. Finchè la città eterna esisterà non ci sarà posto per altro. Londra o New York che siano

“Alla fine della Seconda Guerra Mondiale – spiega Valentin – il transito della Romania nell’orbita sovietica impose la fine della monarchia. Ma numerosi studenti scesero in piazza in difesa del Re Michele I e allora i comunisti posero un aut aut al sovrano: o lui o loro. O la sua abdicazione o la loro macellazione. E il Re scelse, naturalmente, di salvare i ragazzi. Si trattava di una monarchia senza grandi trascorsi ma seria, solida, amata, di cui si conserva un ricordo positivo. Ed oggi un quarto dei rumeni è dichiaratamente monarchico, nonostante la dinastia sia ormai giunta all’estinzione (il sovrano, ancora vivente, ha solo figlie e nessun erede maschio, ndr)”.

Inutile soffermarsi sullo scarto qualitativo fra generazioni, fra gli anni in cui si scendeva in piazza per il Re e quelli, a noi contemporanei, in cui ci si mobilita solo per i flash mob, il gender e la revolution di X-Factor. In Italia come, presumiamo, ormai anche in Romania. Sarebbe troppo facile organizzare il paragone. Ma la conclamata deriva vero la scimmiesca nullità dell’uomo-massa non è il solo tratto ad accomunarci.

“Se penso al Re non posso non pensare anche al nostro Presidente della Repubblica, Klaus Werner Iohannis – riprende Valentin – . È un sassone, praticamente un tedesco. Tutto quello che la Merkel comanda, lui lo fa. Prendiamo ordini dai tedeschi e dagli americani. E le esigenze della Romania? Non interessano a nessuno. Qui non c’è più differenza fra destra e sinistra, sono indistinguibili. Noi li votiamo e loro si fanno i fatti propri, prendendosi un sacco di soldi sugli appalti pubblici e fregandosene del popolo. Persino la Chiesa Ortodossa è squallidamente corrotta. Io ho fatto il mio dovere di cittadino per anni, ma ora basta. Ho chiuso”.

E così, lamento dopo lamento, siamo arrivati al punto. A parte i riferimenti specifici a Iohannis e alla Chiesa Ortodossa il discorso qui riportato potrebbe essere tranquillamente pronunciato da un italiano. O da un francese o da un portoghese. È la denuncia di un malessere che abbraccia tutto il continente, da Lisbona a Sofia, e non è nemmeno sconosciuto in America, dove il Presidente è eletto solitamente con i voti di appena un quarto della popolazione. Che nome possiamo dargli? Scoramento, disillusione, abbandono? No, è la crisi terminale del Potere apparente, della democrazia portata in trionfo dal Progresso e dagli idoli di un “tempo nuovo” ormai smascherato nella sua più intima menzogna. Oltre la quale campeggiano impuniti i gargoyles della tecnocrazia e del dominio reale, per quanto vacillante, sull’esistente.

Si potrebbe presumere, a questo punto, che il nostro Valentin, uomo solido e addestrato alla pugna da tanti anni di regime e dal caos della democrazia, sia pronto ad imbracciare le armi e rovesciare il sistema in cui non crede più. E invece no. La sua soluzione è un’altra: “Mi piacerebbe vivere in assoluta autonomia – conclude non senza un velo di rabbia -. Comprare una casa in campagna, coltivare la terra e allevare animali, mangiare il cibo che produco e procurarmi l’energia necessaria attraverso i pannelli solari o altri sistemi. Voglio essere indipendente, completamente. E quando lo Stato verrà a bussare alla mia porta, gli dirò di rivolgersi al vicino. Perché io non ho più ho nulla da dire a questi signori”.

Eccola qua, un’altra costante d’Europa: il sogno incapacitante dell’autarchia individuale, caldeggiata e foraggiata – anche tecnicamente – da buona parte del pensiero sociologico alternativo. Decrescita in testa. Ma, nella realtà, tutto questo si traduce in un romantico ammutinamento nell’ottusità della terra, in una rinuncia volontaria ad accedere al prezioso mondo delle possibilità. È la castrazione di quella che tradizionalmente si definisce “immaginazione divinizzante”, cioè la facoltà di dar sostanza a mondi diversi iniziando anzitutto col pensarli possibili. Di certo, Valentin non immagina più nulla – se non un utopistico piano di fuga per sé stesso – ma, forse, da qualche parte nel profondo della coscienza, non ha rinunciato ad aspettare ancora qualcuno o qualcosa che si desti e faccia un passo, disegnando quell’orizzonte che lui non è più capace di rappresentare. Valentin non lo sa, ma aspetta Roma.

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