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Un 8 Settembre che non finisce mai

di Gianfranco La Grassa -*

Oggi è una data fatidica, di quelle che vanno senz’altro ricordate. Ho avuto modo di viverla sia pure molto piccolo. Ho comunque ricordi: di bambino eppur precisi. E’ la data indice di un tradimento, tipico prodotto delle classi dirigenti italiane. A questo proposito, debbo ricordare che a volte le date storiche, per quanto necessarie quali paletti segnavia, rischiano di indurre in errore. Se uno si attiene solo all’8 settembre, ha la sensazione che il tradimento sia stato opera precipua della Monarchia e di quella parte dell’Esercito che seguiva Badoglio.
Errore! Da molto tempo erano in atto colloqui, rapporti vari, tra le classi dirigenti industriali (private) italiane e gli Alleati; e alcuni privilegiavano proprio gli Usa, dimostrando di aver capito che ormai era il paese decisivo del mondo detto capitalistico. Ho la sensazione che nemmeno il nazismo avesse ben compreso questo primato degli Usa, altrimenti mal si spiega l’aggressione all’Urss che ha determinato la sua sconfitta e la successiva divisione del mondo in due per quasi mezzo secolo. Questo andrebbe però meglio delucidato; e lo si farà in seguito. Adesso è importante chiarire che le classi dirigenti industriali italiane di allora erano più o meno dello stesso tenore di quelle su cui si è ironizzato ieri per la loro pochezza a Cernobbio. In quest’ultimo caso, direi che i peggiori sono stati proprio i manager del settore pubblico.

Allora no, fu soprattutto la sfera privata quella che si scalmanò di più in vista del tradimento.
Sia chiaro che non ho alcuna particolare propensione per il pubblico invece che per il privato; soprattutto in tema di imprese. Ho già scritto che imparai presto come l’impresa pubblica sia un’impresa come le altre, non certo interessata al bene generale, quello dell’intero paese e della sua popolazione complessiva. Può fare gli interessi nazionali (come fece l’ENI di Mattei soprattutto), quando però ciò coincida con i suoi interessi di grande impresa mossa da interessi in aree mercantili mondiali. La realtà è che l’IRI fascista guidata da Beneduce (che non aveva in grande simpatia e stima l’industria privata) così come il settore pubblico del dopoguerra – arricchito di imprese strategiche quali Finmeccanica (1948), Eni (1953), Enel (1962-3) – di fatto fecero dei settori industriali italiani qualcosa che indubbiamente servì pure gli interessi nazionali (non solo, ma anche). I settori privati – a partire dalla “terribile” Fiat degli Agnelli – fu sempre portata a guardare all’estero anche quando sfruttava in condizioni di quasi monopolio il mercato italiano.

Diciamo che il settore economico pubblico è più “sensibile” allo stretto intreccio con la politica. Un intreccio che non sempre è negativo. Nel caso italiano non lo fu in un certo numero di occasioni. Malgrado la DC, e dopo pochi anni pure il Psi, siano stati ufficialmente gli alfieri dell’atlantismo in Italia, non ci siamo accorti che in realtà, almeno a partire dagli anni ’70, il Pci divenne progressivamente, con Berlinguer, il più fervido (pur se a lungo nascosto) alleato degli Usa, con cui l’accordo fu in sostanza siglato, pur se in gran segreto, con il viaggio di Napolitano del 1978 in quel paese mentre Moro veniva rapito e poi eliminato. E si continua a raccontarci la storiella che la sua esecuzione fu opera degli Usa che non volevano il “compromesso storico”: il solito capovolgimento dei fatti tipico di una certa politica, seguita da storici asserviti.

In realtà, Dc e Psi – senza adesso prenderli per campioni di orgoglio nazionale – ebbero momenti di azione abbastanza intelligente utilizzando, fra l’altro, i settori economici pubblici. Dagli anni ’70 il Pci (divenuto “sinistra” mentre prima quest’ultima era odiata dai comunisti degli anni ’50 e ‘60), assieme a settori democristiani (anch’essi detti di “sinistra”), divenne il campione di un nuovo “otto settembre”. L’accordo di Lama con Agnelli sulla scala mobile (che sembrò solo una conquista sociale) fu in realtà una concessione del rappresentante dell’industria privata per ottenere la completa complicità (anche sindacale) di questa “sinistra” ai disegni di disfacimento dell’industria pubblica, che furono poi ampiamente realizzati soprattutto in seguito al crollo “socialistico”, all’aperto passaggio di campo internazionale degli ex piciisti e all’operazione sporchissima detta “mani pulite”. Vi fu il lancio di “Repubblica” (’76), il giornalaccio del “tradimento”, mentre languiva “Il Giorno”, giornale nato nel 1956 e che nell'estate 1959 si era già collocato tra i maggiori fogli nazionali, raggiungendo le 150.000 copie; in quello stesso anno diventava noto come il vero proprietario del quotidiano fosse lo Stato.

Il 49% apparteneva all’ENI di Mattei, un altro 49% all’IRI e il restante 2% al Ministero delle Partecipazioni Statali.
Negli anni successivi, quindi, saliva il giornale dei nuovi “badogliani” – piciisti e industriali privati – mentre si andava preparando la débacle dei settori comunque atlantici, ma con un piglio meno asservito. Non vengo a raccontare che fossero interessati alle sorti della nazione italiana, dico solo che i loro interessi richiedevano l’esibizione di un “minimo di palle” di fronte alle soperchierie americane. Furono liquidati per questo e da vent’anni e più assistiamo ad un continuo otto settembre di un personale politico e industriale, i cui interessi sono quelli del continuo tradimento. Si vendono senza alcun residuo di pudore, hanno una faccia di tolla che supera quella di Vittorio Emanuele III e di Badoglio. In questo giorno dalla data infausta dobbiamo ricordarci che l’industria privata con al seguito gran parte di quella pubblica ormai disossata è un unico amalgama di ignominia. E il rappresentante politico più proprio di questi ceti asserviti è la “sinistra”, il cui nucleo essenziale è pur sempre costituito dai fu piciisti.

Questo è IL NEMICO per eccellenza, è ciò che dobbiamo combattere senza requie. E chiunque abbia cedimenti e compromessi con la “sinistra” – o sia “timido” e reticente nei confronti di chi cede di fronte ad essa – è di fatto partecipe di un “lungo tradimento” che affonda le sue radici molto, molto lontano. Il problema non è però un nuovo statalismo, non è una richiesta di nazionalizzazione del privato. E’ invece necessario individuare IL NEMICO, combatterlo e opporsi ai settori industriali felloni eredi di quelli che già, come minimo a partire dal 1942, si rivolgevano nascostamente agli Alleati preparando il tradimento. Traditori quelli di allora, traditori quelli di adesso; e sempre servi dello stesso “padrone”: gli Stati Uniti. E sempre con una forza politica di vermi in servizio permanente: allora i badogliani ma anche alcuni settori interni allo stesso fascismo; adesso la “sinistra” (o, forse meglio, “le sinistre”) e alcune sedicenti “destre” che hanno totalmente ceduto alle pressioni americane.

Ricordiamolo in questa data fatidica!

* già allievo di Charles Bettelheim, studioso di Marx e di Althusser, ha insegnato Economia nelle università di Pisa e Venezia. Adesso coordina il sito di studi geopolitici conflittiestrategie.it.

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