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"Francia o Spagna purchè se magna" e Crozza attaccò il ciuccio dove pensava facesse più comodo, a lui.

(Gianni Fraschetti) - "La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai militari...", diceva Clemenceau e probabilmente aveva ragione. In una società ben funzionante, però, ognuno dovrebbe svolgere i compiti per i quali è qualificato. I militari rispettano alla lettera il loro giuramento, i politici fanno il bene del popolo, i giornalisti sono al servizio della verità e i comici fanno ridere. Quando ciò non avviene, quando i militari dimenticano il loro giuramento, i politici rubano a man bassa, i giornalisti sono dei gazzettieri prezzolati che parlano a cazzo e i comici sono dei guitti di regime, si ha una società in disfacimento. Come la nostra.

Devo ammettere che Crozza non mi dispiaceva, prima, e quando se ne è uscito con la famigerata battuta sui marò sono rimasto a bocca aperta. Ce l'ha infilata a forza, non c'entrava nulla, ne avrebbe potute dire mille migliori di quella, ma è stato più forte di lui (e dei suoi autori). I precordi hanno avuto il sopravvento e non c'è stato nulla da fare. L'ha detta, anche visibilmente soddisfatto, per chi non se ne fosse accorto.

E va beh, direte, alla fine è un comico, la satira è il suo mestiere, non c'era cattiveria, c'era solo una benevola esagerazione della realtà. E no cari miei, è proprio lì che casca l'asino, sulla benevola esagerazione della realtà. Crozza che fa Renzi fa ridere perchè Renzi è quello lì, in fondo. Come sono quelli lì Berlusconi, Formigoni, De Luca, Maroni e tutti gli altri personaggi interpretati dal nostro guitto.

Il segreto infatti è quello: prendere i dati caratteriali dei personaggi e di situazioni reali ed esasperare tutto fino a suscitare il riso. Perchè il giochetto funzioni bisogna che gli elementi di fondo siano reali. In difetto di ciò non c'è effetto comico e tutto il giochino va a farsi benedire.  Se non c'è un saldo ancoraggio alla realtà non è più satira, è diffamazione.

Alla base di tutto, insomma, c'è un approfondito studio dei personaggi , dei loro tic, delle loro manie e del contesto in cui operano. Non si possono sbeffeggiare personaggi che non si sono studiati fin nei minimi dettagli. E questo Crozza lo sa bene. E' l'ABC del suo mestiere. E di norma lo fa.

Ma con i due marò tutto ciò è parso non avere alcun valore. Con loro il nostro bravo comico se ne  è riccamente fregato della realtà dei fatti. E' andato per stereotipi, ha cercato la battuta facile, da avanspettacolo, a effetto, ed è prevalso il desiderio di maramaldeggiare, di irridere, di fare del male a due soldati colpevoli solo di avere fatto il proprio dovere. A loro e alle loro famiglie. Ispirandosi a un pensiero antinazionale che è da sempre presente in una certa cultura (se la vogliamo chiamare così) e su un andazzo che ha preso piede nel secondo dopoguerra. La memoria collettiva, infatti, non è la somma delle singole memorie individuali che vengono fuse per creare una storia condivisa, ma è l'immagine di se stesso che un paese decide deliberatamente di darsi, e molti storici e comici, e guitti, non sono altro che una sorta di addetti stampa al servizio di tale progetto.

Un progetto che ha visto da subito l'esigenza inderogabile di diffondere, consolidare e rendere credibile la panzana della nostra incapacità a far la guerra. E così il soldato italiano, quello stesso soldato che aveva versato il proprio sangue dal Corno d'Africa alle steppe russe e dai Balcani ai deserti nord-africani divenne quel personaggio pittoresco, mammone e pavido, vigliacco, cialtrone e infingardo ben rappresentato da Alberto Sordi in tanti suoi film per altri aspetti magistrali nella loro spietata crudeltà.

Si sono trasferiti in discarica anni e anni di sacrifici sanguinosi e di eroismo di milioni di uomini per inventare una storia alternativa, che esiste solo nella testa degli sceneggiatori di questa commedia dell'arte. L'opera di costruzione di questa memoria collettiva artefatta, di questa immagine disgustosa di noi stessi che da soli ci siamo voluti dare, è arrivata a capovolgere anche i più elementari valori ed è arrivata fino ai nostri giorni.

Fino alla ignobile battuta di Crozza, una battuta supportata da una ignoranza assoluta in materia. "Non siamo capaci...", dice il comico di Genova, senza avere la benché minima cognizione di cosa stia parlando, senza avere nemmeno lontanamente sperimentato le sofferenze e i dilemmi morali di un militare italiano oggi. Sbattuto dai governi (di destra e di sinistra) a far guerre per conto di Monsieur le Capital, trovandosi poi di fronte a scenari che nulla avevano a che vedere con il tipo di guerra cui era stato preparato.

Eppure questi soldati sono stati in grado di comprendere la natura essenzialmente politica delle missioni ignobili nelle quali venivano impelagati dai nostri governi e di fronteggiare  le rivolte controllandone sia gli aspetti civili che quelli militari, accorgendosi che il sostegno della popolazione era indispensabile per venirne a capo e ingaggiando una "guerra rivoluzionaria" per la conquista dell'animo di quelle popolazioni. Gli italiani, ovunque siano andati, hanno cercato la vittoria anche e soprattutto "fuori dal campo di battaglia" tradizionale, nel cuore stesso del paese nel quale si trovavano, spostando la lotta dal terreno all'uomo e non per nulla le zone sotto controllo italiano sono sempre state le prime e a volte le uniche a essere pacificate.

Latorre e Girone, quelli che secondo Crozza "non sono capaci" e sparacchiano a casaccio ammazzando innocenti pescatori, fanno parte di un reparto di èlite delle nostre Forze Armate. Uomini in grado di calarsi in una guerra asimmetrica, una "guerra sporca", e che magari parlano due o tre dialetti tribali e sanno vivere e muoversi in territorio ostile, per settimane, o mesi, confrontandosi con le popolazioni civili e  ottenendone il consenso. Soldati abituati ad agire anche in solitudine, dotati di una forza di volontà e di una capacità di adattamento senza precedenti. In grado di vincere, e a oggi  unici italiani in grado di poter affermare una cosa del genere. 

Ma Crozza tutto questo non lo sa. Non sa nemmeno che gente del genere esiste, e dunque ripete il mantra pestilenziale che ci accompagna da 70 anni. Crozza non vive in territorio ostile, d'altronde, ma vive vezzeggiato e coccolato dai suoi pupari e di mestiere fa il pagliaccio. Vive in una realtà tutta sua ed è troppo stupido, supponente e ubriaco di successo per informarsi, e dunque parla a vanvera. E rimedia una figura che avrebbe potuto risparmiarsi e soprattutto risparmiarci. Gliene saremmo stati grati.

 

 

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