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(Gabriele Adinolfi) - 28 ottobre, novantatré anni dopo. Coloro che marciarono su Roma, non senza pagare un prezzo di sangue perché tutto fu meno che una passeggiata, cosa c'entrano con noi? O meglio cosa c'entriamo noi con loro? E' il caso di chiedercelo. Erano uomini forti, impavidi, coraggiosi, nati sulle trincee o durante l'Impresa di Fiume o ancora nell'atroce guerra civile del Biennio Rosso, guerra civile che vinsero contro i socialisti, i comunisti e i popolari di Don Sturzo, uniti nel malaffare. La vinsero fisicamente, moralmente, psicologicamente e anche politicamente poiché, laddove il nemico portava paralisi, insolenza, sopraffazione e inerzia, essi riuscirono nell'impresa miracolosa di raddrizzare i torti, portare giustizia e far funzionare le cose, tra cui, non ultima, l'economia, dal basso.

Erano uomini solidi e indipendenti. Liberi da ogni condizionamento in quanto monarchici e repubblicani, anarchi e uomini d'ordine, liberali e non liberisti, sociali e non socialisti. Il Fascio dei combattenti e dei produttori era, a detta del suo fondatore, la Chiesa di tutte le eresie, la somma di tutte le umane negazioni e di tutte le umane affermazioni. Era, insomma, sintesi vitale.

Quel che serve oggi. Non è un modello passato, non solo perché resta la più giovane delle idee politiche ma perché è un modello in fieri, forse l'unico che esista. Non servono al fascismo categorie rigide, schematiche, immutabili, bensì capacità di sintesi vitale.
Servono uomini ed è questo che manca.
Se ci chiediamo cosa c'entriamo noi con loro, per rispondere dobbiamo fare una seria riflessione e una vera autocritica.
Non è il fatto di avere loro nel cuore o il loro ricordo come stampella che fa di noi qualcosa di analogo.
Proviamo a pensare cosa furono gli squadristi e guardiamoci allo specchio senza indulgenza borghese, se ce la facciamo.

Scopriremo allora che al massimo c'è tra noi qualche Giovane Marmotta con un cuore traboccante - che s'inaridisce non appena la suddetta Giovane Marmotta s'inorgoglisce di quel che fa o, peggio, di quello che han fatto prima di lei coloro di cui porta spille, t-shirt e tatuaggi per "differenziarsi".
Il fascismo non è un narcisismo di selfie, non è l'avere la certezza di essere nel giusto, non è il desiderio di ritagliarsi uno spazio nella società dello spettacolo, né la brama ansiosa di avere fans e che si parli di noi.
Il fascismo è vivo, noi ancora no.
Auguri a quelli che ci han preceduto laddove probabilmente noi non andremo mai!

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