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Renzi va all'ONU e fa Renzi. Promette soldati e risorse per la Libia in cambio della guida italiana in una ipotetica futura ricostruzione. Naturalmente l'incarico viene dato a un tedesco. Il ricordo dell'8 Settembre è duro da dimenticare.

(Gian Micalessian) - Martedì Matteo Renzi è salito sul palco del Palazzo di Vetro offrendo 400 caschi blu italiani in cambio di un ruolo guida in Libia e un seggio al consiglio di Sicurezza.

Mercoledì Ban Ki Moon gli ha risposto con un primo, autentico schiaffo in faccia nominando come inviato dell'Onu a Tripoli il tedesco Martin Kobler. Il problema, intendiamoci, non è che Kobler non sia italiano. Nominare il rappresentante di un ex-potenza coloniale con enormi interessi strategici nel Paese non era possibile. Era però auspicabile la designazione di un esperto capace di districarsi con immediata dimestichezza nelle questioni libiche, di mettere una pezza all'inconcludenza del predecessore Bernardino Leon - del quale ieri il nostro ministro degli Esteri Gentiloni ha chiesto la riconferma - e di strappare al caos un Paese diviso tra milizie islamiche, bande fuori controllo e uno Stato Islamico in irresistibile ascesa.

Invece, pur di compiacere una Angela Merkel assai più influente di Renzi, Ban Ki Moon ha trasferito in Libia il funzionario tedesco a cui aveva assegnato la carica d'inviato Onu nel caos del Congo. Certo la dimestichezza con il disordine può aiutare, ma in una Libia dove neanche i protagonisti del caos conoscono più il numero di fazioni in cui s'è frantumato il Paese era vitale scegliere una personalità autorevole, capace di parlar l'arabo e d'approcciare con determinata familiarità i vari raìs. E lo era soprattutto per un'Italia che - oltre a far i conti con una migrazione fuori controllo - affronta la minaccia di uno Stato Islamico distante solo 400 chilometri dalle sue coste e deve difendere investimenti energetici per decine di miliardi di euro.

Invece anche stavolta Matteo Renzi si rivela incapace di pilotare le scelte internazionali e di difendere gli interessi nazionali. Mentre la Casa Bianca ha occhi soltanto per le manovre di Putin in Siria, in Libia prevalgono gli interessi di una Germania sempre più attenta a mettere le mani su tutti i posti chiave a livello internazionale. Non paga di controllare la presidenza dell'Europarlamento (Martin Schulz), il Fondo salvataggi (Klaus Regling), la Banca europea degli investimenti (Werner Hoyer), la presidenza della Banca dei regolamenti internazionali (Jens Weidmann), la segreteria generale della Bei (Trommel) Berlino si prepara ora ad interferire anche con i nostri interessi strategici nel Nord Africa. Ma se Berlino spadroneggia è anche perché Roma dorme. In Libia il governo Renzi ha dilapidato il patrimonio di esperienze e conoscenze accumulato dalla nostra diplomazia, dalla nostra intelligence e dalla nostra imprenditoria. Un patrimonio che nel 2013 aveva spinto una Casa Bianca, incapace di decifrare il disordine libico, ad assegnarci il ruolo ufficioso di tutore internazionale di un ex colonia abbandonata al proprio destino dopo l'intervento della Nato.

Un ruolo a cui Matteo Renzi ha risposto con totale apatia. Prigioniera di quell'apatia, l'Italia non muove un dito nell'agosto 2014 - mentre detiene la presidenza di turno europea - per evitare la caduta di Tripoli nelle mani delle milizie islamiste. Con altrettanta inerzia dilapida negli ultimi mesi il lavoro di quanti - ai vertici d'intelligence, diplomazia e del suo stesso esecutivo - forniscono al premier suggerimenti e indicazioni per sopperire all'inefficacia di Bernardino Leon, evitare una irresistibile avanzata dello Stato Islamico e trovare all'interno della stessa Libia alleati in grado di combattere l'avanzata del Califfato al posto nostro.

Per questo a poco serve ora piatire dall'Onu un ruolo di primo piano. Già l'avevamo e già l'abbiamo dilapidato. Anche per questo Ban Ki Moon preferisce accontentar la Germania piuttosto che noi. Per questo gli altri non ci considerano. Per questo Matteo Renzi dovrebbe chiedersi se in Libia non sia il tempo di utilizzare le risorse e le conoscenze di cui disponiamo per agire anziché piatire. Perché chi è colpa del proprio mal può solo piangere se stesso.

 

 

Fonte: Il Giornale

 

 

 

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