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La determinazione russa è ferrea, appare inscalfibile e sconsiglia chiunque dal fare mosse azzardate. In gioco c'è ben più del perdere la faccia e i dadi sono stati ormai gettati. Impossibile richiamarli e sarebbe bene che tutti ne prendessero atto.
 
(Franco Iacch) - La delegazione russa è da poche ore atterrata a Tel Aviv per una visita ufficiale di due giorni. Tema dell’incontro è il coordinamento tra i due eserciti entrambi presenti nella Regione nel nuovo scacchiere medio orientale a seguito della crisi siriana. C’è però un punto cruciale, passato inosservato ai più. Nonostante non esista ufficialmente, Putin ha già instaurato una no-fly-zone grazie al dispiegamento dell’incrociatore lanciamissili Moskva (foto sotto) a protezione della città costiera di Latakia.
 
 
Sappiamo che il gruppo di battaglia del Moskva è formato da cinque navi da guerra russe e da almeno un sottomarino d’attacco. Proprio la “carrier-killer” schierata dinanzi le coste siriane, sta svolgendo un altro compito non ufficiale: una no-fly zone che comprende la maggior parte della Siria e parte di Israele (Golan compreso). Ancora più preoccupante il fatto che lo schermo difensivo copre anche la zona meridionale della Turchia e quelle basi utilizzate dagli USA per i raid in Siria.
 
Un solo battello, la domanda potrebbe essere lecita per i non addetti ai lavori, potrebbe davvero scoraggiare i caccia della coalizione a guida USA? La risposta è si, perché il Moskva porta con se 64 missili terra aria S-300 PMU-1/2. Quei 64 missili di ultima generazione, in grado di abbattere sia caccia che missili balistici fanno del vettore classe Slava un incubo per la coalizione. Se a questo aggiungiamo che quella dinanzi le coste siriane è la nave più potente mai realizzata dalla Marina sovietica, pensata espressamente per devastare le portaerei USA (non per nulla le Slava sono soprannominate “carrier-killer” con i suoi SS-N-12 Sandbox lanciati a sciami), il quadro appare ancora più sinistro.
 
Putin, appare evidente, è riuscito dove l’amministrazione Obama ha fallito. La Casa Bianca fin dal 2012 ha proposto più volte l’istituzione di una no-fly zone in Siria, ma l’intenzione verbale non ha mai avuto un risvolto operativo. Mosca, invece, l’ha già imposta in pochissime ore (facendosi beffe dell’Occidente: non ha consegnato gli S-300 ai siriani, ma ne ha schierati 64 a protezione di Damasco su una nave da guerra).
 
Ma ragioniamo ancora per assurdo (assurdo?). Se Putin comunicasse al mondo di avere instaurato una no-fly zone con il pretesto del corridoio aereo sicuro per colpire l’Isis, la coalizione dovrebbe rivedere l’intera sua strategia perché sarà costretta a coordinare ogni operazione con Siria, Russia e Libano.
 
L’alternativa? Esiste, certo. L’unico rischio è quello di volare in uno spazio aereo protetto da batterie missilistiche di ultima generazione. Se Putin davvero comunicasse l’entrata in vigore della no-fly zone – commentano dal sito di intelligence DEBKA – nessuna forza aerea presente nella Regione potrebbe alzarsi perché sarebbe alla mercé degli S-300. Quei 150 km di autonomia sono un incubo per i caccia israeliani, inglesi, giordani e turchi. Gli stessi americani, hanno per lo più caccia F-16 nella Regione che non avrebbero scampo contro una schermatura simile.
 
Aggiungono da Israele. “Se Obama avesse davvero voluto rispondere alle mosse russe in Siria, avrebbe dovuto schierare la sua componente stealth in Turchia ed Israele. Passaggio che non è avvenuto, forse, per non incrinare il già precario rapporto con l’Iran”.
 
Al di là di ciò che sarà discusso domani, la presenza del Moskva preoccupa per il suo ruolo ufficiale e non. Israele, però, non cederà mai su un punto: il rifornimento di armi a Hezbollah che potrebbe avvenire proprio dalla Siria.
 
 
Fonte: Difesa OnLine

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