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Badoglio e i generali di Caporetto erano massoni. Si ripeteranno poi l'8 Settembre. Un caso?

(Massimo Weilbacher) - Nel difficilissimo percorso che portò al Giorno della Vittoria c’è, tra le molte da ricordare, un’altra data importante ma poco conosciuta: quella del 9 novembre 1917, il giorno in cui, al termine della disperata ritirata attraverso la pianura veneta seguita alla rotta di Caporetto, l’esercito italiano, oramai in ginocchio, riuscì, contro tutte le previsioni, a bloccare l’avanzata nemica attestandosi sul Piave e sul Monte Grappa fermando gli austriaci a soli 40 km da Venezia, ritrovatasi improvvisamente in prima linea.

Quello fu il giorno in cui iniziò il riscatto degli Italiani; una Nazione in ginocchio e sull’orlo del baratro trovo la forza di rialzarsi e reagire mobilitando tutte le sue forze verso un obiettivo comune, scoprendo l’orgoglio, la coesione e la solidarietà che avrebbero portato, un anno dopo, ad un epilogo in quel momento impensabile.

Senza quella inaspettata reazione non ci sarebbe stato nessun Giorno della Vittoria e la storia dell’Italia sarebbe stata sicuramente molto diversa.

Delle tre grandi disfatte militari dell’Italia unita (Adua, Caporetto, Otto Settembre) Caporetto è certamente quella che è rimasta più impressa nell’immaginario collettivo della Nazione.

Vi ritroviamo una lezione mai veramente imparata e tutti gli ingredienti tipici delle tragedie italiane, con i pregi e i difetti del carattere nazionale: una classe dirigente inadeguata, incompetente ed impreparata, strutture elefantiache e caotiche, burocrazia ottusa e inefficiente, rivalità personali ed interessi particolari a danno di quelli generali, incompetenti e raccomandati nei posti di comando, disorganizzazione congenita, superficialità, improvvisazione, fuga convulsa (per molti non solo metaforica) dalle responsabilità e, come sempre, conseguenze subite pesantemente da chi sta alla base della piramide e non ha santi in paradiso.

Il generale Cadorna, comandante supremo e come tale responsabile primo sia del disastro che della assurda strategia degli attacchi frontali (le famose “spallate di Cadorna”) che nei due anni precedenti avevano dissanguato l’esercito senza ottenere risultati apprezzabili, non esitò a gettare la colpa dell’accaduto sulla truppa: “La mancata resistenza di reparti della Seconda Armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze armate austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte giulia. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare nel sacro suolo della Patria” recitava il vergognoso bollettino di guerra diramato il 28 ottobre dal Comando Supremo.

Un indignato Curzio Malaparte definirà’ per questo “Santi maledetti” i poveri fanti, in gran parte contadini, prima mandati al macello, poi abbandonati al proprio destino ed infine diffamati e calunniati.

I veri responsabili della disfatta, che fu innanzitutto una sconfitta militare, erano in realtà i comandi militari a tutti i livelli; la truppa, già logorata dai durissimi combattimenti precedenti, lasciata allo sbando in balia del nemico e degli avvenimenti,  aveva fatto quello che aveva potuto.

La battaglia era iniziata il 24 ottobre alle 8 della mattina, dopo un intenso bombardamento di artiglieria.

4 divisioni tedesche avevano attaccato lo schieramento italiano nel punto piu’ delicato, la piana di Volzana di fronte a Tolmino, una porta spalancata sulla Valle dell’Isonzo, nella quale le linee di difesa italiana si trovavano a contatto con una testa di ponte nemica nell’unico punto del fronte in cui gli austriaci erano riusciti a portarsi sulla riva destra del fiume.

Incredibilmente questo settore vitale e determinante era rimasto praticamente sguarnito, presidiato direttamente solo da una misera compagnia di 150 uomini spazzati via in pochi minuti dalla massa degli attaccanti.

Lo sfondamento segui due direzioni: verso nord portò le divisioni del generale Krauss a penetrare nel  fondo valle dell’Isonzo, risalendo il quale i tedeschi, come un apriscatole, tagliarono facilmente in due per tutta la sua lunghezza lo schieramento italiano, isolando la linea di difesa schierata sulle alture alla sinistra del fiume per poi raggiungere il paese di Caporetto da cui la battaglia prese il nome e che da quel giorno divenne per noi Italiani sinonimo di disfatta.

Da Caporetto, occupato già alle 15.30, la 26^ divisione del Wurttenberg e la 12^ Slesiana proseguirono subito verso il Natisone, dove arrivarono in serata aprendo così la strada per Cividale, che verrà occupata il giorno successivo, e per Udine, dove entreranno il 28.

L’altra direttrice dell’attacco, rivolta invece in direzione sud ovest, penetro’ a fondo oltre le linee e risalendo il versante meridionale del massiccio del Kolovrat, scardino’ in meno di 24 ore la terza linea di difesa italiana, che era attestata sulle cime, fermandosi solo dopo avere eliminato il caposaldo italiano del Monte Matajur, posizione chiave che dominava sia Caporetto che le valli del Natisone e dell’Isonzo.

Nel frattempo, dopo avere a loro volta sfondato il fronte più a nord, alla Conca di Plezzo e sul Monte Nero, altre 3 divisioni austriache e 2 tedesche discendevano la valle dell’Isonzo in direzione opposta per convergere anch’esse su Caporetto e riversarsi, come una valanga, nella valle del Natisone e da lì dilagare rapidamente, senza più trovare ostacoli, nella pianura friulana e veneta.

Il 26 ottobre con la caduta del Montemaggiore, ultimo possibile baluardo per la difesa, la battaglia era praticamente finita e la disfatta italiana completa: la II Armata si era dissolta e i suoi resti erano in rotta, la III Armata era in grave pericolo e nessuna delle due era in grado di opporre la minima resistenza.

Tre giorni erano bastati al nemico per annullare le poche e inutili conquiste dei due anni precedenti, costate centinaia di migliaia di morti, e per mettere in pericolo l’intera nazione, che rischiava seriamente la sconfitta e la perdita di una parte importantissima del suo territorio.

Il bilancio della disfatta era impressionante: 10.000 morti, 30.000 feriti, 293.000 prigionieri e 350.000 sbandati. Andarono perduti inoltre 3.152 pezzi d’artiglieria, 1.732 bombarde, 3.000 mitragliatrici, 73.000 quadrupedi, 1.600 autocarri, 115 ospedali da campo.

A cio’ bisogna aggiungere, dramma nel dramma, le migliaia di profughi veneti e friulani costretti ad abbandonare le proprie case occupate e saccheggiate dal nemico rimasto privo di rifornimenti per la imprevista velocità dell’avanzata.

L’azione decisiva, rapidissima e letale, che aveva distrutto la linea della difesa d’armata schierata sul Kolovrat, contribuendo al repentino collasso di due corpi d’armata italiani, era stata condotta in modo magistrale da un giovane tenente del battaglione da montagna del Württemberg; il suo nome era Erwin Rommel, la futura Volpe del Deserto.

La notte del 25 ottobre al comando di un distaccamento di meno di 500 uomini si  era infiltrato tra le linee italiane alla congiunzione tra il XXVII corpo d’armata ed il IV, entrambi schierati di fronte alla testa di ponte di Tolmino.

Nessuno li aveva individuati e il reparto, applicando le nuove tattiche di combattimento elaborate dall’esercito del Kaiser, aveva evitato di attaccare la prima linea italiana ed era penetrato a fondo nel territorio nemico, dirigendosi verso il versante sud della dorsale del Kolovrat, dove aveva sorpreso le difese italiane, che vedendosi arrivare i tedeschi alle spalle erano state prese dal panico, propagatosi immediatamente senza controllo.

In sequenza erano state così neutralizzate ad una ad una tutte le posizioni italiane fino al Monte Cucco, che cadde nel primo pomeriggio.

Rommel aveva proseguìto quindi l’avanzata in direzione del Monte Matajur, dove era arrivato nelle prime ore della mattina del 26.

Vi aveva trovato la Brigata Salerno, anch’essa del tutto ignara della presenza del nemico e in preda alla confusione per via della mancanza di informazioni sulla situazione e delle poco chiare disposizioni ricevute dal comando di divisione, che aveva ordinato la ritirata ma solo per il giorno seguente.

La brigata fu sorpresa dai tedeschi mentre il suo comandante, colonnello Antonicelli, aspettava la conferma dell’ordine di ripiegamento.

La comparsa improvvisa del tenente Rommel alla testa dei soldati del Württemberg ebbe sugli italiani, già disorientati, un effetto devastante. Quasi tutti, come automi, deposero le armi senza nemmeno abbozzare una minima resistenza; un fatto che continuerà a sorprendere, anche a distanza di anni, il futuro feldmaresciallo che descrivera’ quella surreale situazione nel suo famoso libro “Fanterie all’attacco”, colpito dalla rassegnazione dei soldati italiani e anche da quelli che buttavano i fucili sollevati per la fine della loro guerra.

Poche centinaia di soldati tedeschi avevano catturato, solo quella mattina, un’intera brigata italiana di 3600 uomini praticamente senza sparare un colpo. “Al reparto italiano venne a mancare un’azione di comando energica e conscia dei propri obiettivi” scriverà poi Rommel nel suo libro.

In meno di due giorni il distaccamento del Württemberg e il suo comandante avevano percorso 18 chilometri in territorio nemico, catturato 150 ufficiali, 9000 soldati e 81 cannoni italiani perdendo appena 39 uomini.

Una esperienza che Erwin Rommel non dimenticherà mai ed, anzi, ripeterà su scala molto più grande e con altrettanto successo nella guerra successiva, in Francia ed in Nordafrica.

La futura Volpe del Deserto non era l’unico protagonista della 2^ Guerra Mondiale presente sul fronte di Caporetto.

Anche Pietro Badoglio, allora tenente generale e comandante del XXVII corpo d’armata, poté dimostrare in quei giorni ciò di cui era capace, anticipando una condotta, ben diversa da quella di Rommel, che avrebbe poi anche lui replicato nella guerra successiva.

Le sue divisioni erano schierate dalla piana di Volzana all’altopiano della Bainsizza.

Nonostante Cadorna avesse disposto di raggruppare tutte le divisioni sulla destra dell’Isonzo e Capello, superiore diretto di Badoglio e suo fratello di affiliazione massonica, gli avesse ordinato di rinforzare adeguatamente le difese della piana di Volzana e del fondo valle, Badoglio, inspiegabilmente, aveva mantenuto il grosso del suo corpo d’armata (3 divisioni su 4) più a est e più in alto, sulla Bainsizza, ipotizzando, forse, di condurre da lì una rapida controffensiva (la fantomatica “trappola di Badoglio”) in realtà impossibile.

Destino’, invece, al punto più pericoloso del fronte una sola brigata della 19^ divisione, che però schiero’ in posizione molto arretrata, sul Monte Piatto anziché a fondo valle, immaginando, evidentemente, un attacco frontale di massa anziché una manovra di aggiramento.

Fu così che al momento dell’attacco nemico il punto più pericoloso dello schieramento italiano resto’, come abbiamo visto, praticamente sguarnito.

Il giorno dello sfondamento, peraltro, Badoglio era ben lontano dal fronte e non aveva la minima idea di cosa stesse accadendo nella zona di sua competenza, divenuta decisiva per le sorti della battaglia.

La sera precedente aveva arretrato in pianura, senza avvertire nessuno, il suo comando allontanandosi sempre di più dalla linea del fronte.

Aveva anche ordinato all’artiglieria di non aprire il fuoco senza un suo ordine diretto, includendo nella disposizione, incredibilmente, anche il “fuoco automatico”, vale a dire la risposta diretta ai cannoneggiamenti nemici, che per ovvi motivi non richiedeva ordini specifici.

La mattina dopo, al momento dell’attacco nemico, Badoglio, lontano dalla zona dei combattimenti e senza collegamenti con le truppe al suo comando, che da ore cercavano invano di contattarlo senza sapere dove fosse, non si rese conto della situazione e non fu in grado di dare nessun ordine.

Soprattutto non diede all’artiglieria l’ordine, che sarebbe stato forse determinante, di aprire il fuoco sull’area dello sfondamento. Così, con enorme (e piacevole) sorpresa dei comandanti tedeschi, i 700 cannoni del corpo d’armata restarono incredibilmente muti permettendo ai tedeschi di portare a termine indisturbati la manovra di attacco e finendo poi tutti in mano al nemico senza aver sparato un solo colpo.

Badoglio continuò a vagare inutilmente per tutta la giornata nelle immediate retrovie senza capire cosa stesse succedendo, senza riuscire ad incidere minimamente sugli avvenimenti e restando sempre ben lontano dall’azione.

Nel frattempo le divisioni del XXVII corpo d’armata e del contiguo IV, rimaste senza ordini né direttive ed abbandonate a se’ stesse in balia del nemico, si sbandavano o si arrendevano una dopo l’altra, esattamente come succederà alle forze armate italiane l’8 settembre 1943.

Alle 16, quando la 12^ Divisione Slesiana aveva già occupato Caporetto, Badoglio contattava per la prima volta il comando della II Armata inviando un surreale messaggio, che testimonia uno stato di totale impotenza e confusione: “Mi risulta che il nemico ha sfondato in direzione conca di Gance….. [in realtà il nemico era già a Caporetto, in direzione opposta ndr] Non ho nessuna notizia né della 19a divisione né delle divisioni sulla sinistra… Io mi trovo a… Kambresco. Non ho la possibilità di comunicare con nessuno”.

Dopodiché, una volta percepita la gravità della situazione, pensò solo a mettersi in salvo, altra piccola anteprima dell’8 Settembre.

Niente di tutto questo, però, figura nella relazione della Commissione d’Inchiesta (un classico della storia italiana)  istituita il 12 gennaio 1918 dal nuovo governo di unità nazionale, presieduto dal V. E. Orlando.

La Commissione, presieduta dal generale dell’esercito Caneva, concluse i lavori il 25 giugno 1919, dopo 241 sedute, 1.012 deposizioni verbali, 130 volumi di documenti.

Le risultanze furono pubblicate in 3 volumi, nei quali venivano delineate abbastanza lucidamente le cause tecniche del disastro evitando, però, di approfondire adeguatamente le effettive responsabilità, limitandosi a sacrificare gli ufficiali già bruciati dagli avvenimenti.

Il rapporto finale si dimostrò particolarmente benevolo e reticente soprattutto nei confronti di Badoglio che era in realtà uno dei maggiori responsabili della disfatta, le cui evidenti e pesantissime colpe furono dapprima annacquate nella ricostruzione dei fatti e successivamente addirittura cancellate eliminando dalla relazione finale, per ordine di Orlando e su richiesta dei deputati Paratore e Raimondo, le 13 pagine che riguardavano il suo operato.

La sua controversa carriera, così, anziché essere stroncata dall’incompetenza dimostrata sul fronte di Caporetto poté tranquillamente proseguire ben protetta dalle pressioni del Re, di cui era un fedelissimo, dai favoritismi politici e dalle manovre della Massoneria, alla quale era affiliato come moltissimi altri generali (tra i quali tutti i responsabili della disfatta).

Non è certo un caso se due dei peggiori disastri della storia italiana, Caporetto e l’8 Settembre, restano entrambi indissolubilmente legati al suo

 

Fonte: Destra.it

 

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