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Vi anticipo le prime trenta pagine di OCEANI, il seguito di Caput Mundi, che a primavera-estate troverete in tutte le librerie in rete. Tornano Lupo di Monteforte, Lucio Valerio Macrino, Marcella Brandi e tutti i personaggi che avete conosciuto e, spero, amato, insieme a Mussolini, Churchill, Roosevelt e tutti i reali protagonisti di quegli anni. Troverete anche una sorpresa. Qualcuno che sembrava perduto torna invece sulla scena.  Se vi è piaciuto Caput Mundi, Oceani vi sbalordirà e se non avete ancora letto Caput Mundi, questo è il momento di farlo (Gieffe)

 

 

Un certo giorno di un certo anno - Piazza Colonna - Roma - Sbattè le palpebre ripetutamente, cercando di mettere a fuoco qualcosa e piano piano, con un grande sforzo, ci riuscì. Si sentiva come se stesse riemergendo da un abisso senza fondo, e se gli occhi faticavano a distinguere, la sua mente non era da meno e poteva quasi sentirla sferragliare e cigolare e gemere penosamente, nel vano tentativo di riprendere a funzionare.

Aveva la testa completamente vuota, senza pensieri, nè ricordi. Non c’era memoria, al suo posto  c’era un buco nero che si faceva beffe di qualunque tentativo di penetrarlo col pensiero. Aveva paura, e quel poco che rimaneva del suo io razionale ormai galleggiava spossato e inerte sopra un vortice impetuoso di sensazioni fisiche che  erano l’unica cosa che riusciva a percepire. Per quanto avesse freneticamente rovistato, non c’era altro dentro di lei, a parte quel terribile sapore metallico e amaro nella bocca, il sapore del panico. Si sentiva come se fosse stata riportata a uno stato primordiale, agli albori della vita stessa.  Con un gemito sommesso si rese conto che le mancavano le parole. Aveva una chiara percezione della propria esistenza e avvertiva distintamente un brandello di coscienza di sè, ma faceva una gran fatica anche a formulare un elementare pensiero compiuto. Stava provando solo emozioni, talmente violente da provocarle addirittura dolore fisico ma non sapeva come chiamarle. Non riusciva nemmeno a imprecare e a sfogarsi in qualche maniera, e non era solo uno stato confusionale. Era molto di più, molto peggio. Erano sensazioni allo stato puro, in totale libertà. Non c’era più il filtro della ragione, era rimasto solo l’istinto. Come un animale. Paura, sofferenza. Il buco nero si era preso tutto e ormai stava per fagocitare anche l’ultimo barlume di coscienza. Strinse forte i pugni e quasi conficcò le unghie nel palmo delle mani. Riuscì a rimanere in bilico sul confine incerto e instabile che la separava dalla follia e, disperata, emise un silenzioso lamento che  la attraversò come un dardo rovente, lacerando il tormento nel quale era immersa. Alla fine di quell’attimo straziante qualcosa di umano rimase, forse un minuscolo frammento di compassione per se stessa, sfuggito al  mostro che stava divorando la sua umanità ed emerso adesso in superficie, all’improvviso, nel mezzo del mare in tempesta che la stava scuotendo come un fuscello.

Vi si aggrappò disperatamente, con tutte le sue forze, per non scivolare nuovamente nell’abisso dal quale era così dolorosamente emersa . Il contatto con la compassione di sè fu una sensazione inaspettata che quasi la illanguidì,  e mentre una calda lacrima le attraversava una gota, per un fugace istante provò un minimo conforto e si sentì quasi sollevata.

Respirò profondamente e le sembrò di stare meglio, ma insieme a questo barlume di sensibilità ritrovata, arrivò la consapevolezza di non sapere nemmeno chi fosse. Una rivelazione che la sospinse nuovamente, e con più forza, verso l’accettazione della follia come unica salvezza. Una conclusione che a quel punto le parve ineluttabile. Ormai era l’unico porto sicuro dove il suo cervello potesse rifugiarsi per sfuggire a quel martirio.

Per quanto si sforzasse, non trovava  niente dentro la sua testa e per quanto frugasse ogni sapere era scomparso. Non sapeva più nulla. C’era solo  il vuoto, un vuoto totale che la irrideva beffardo, annichilendo ogni tentativo di dare forma ai suoi pensieri. La conoscenza le era stata strappata, insieme alla memoria e ai ricordi. Al loro posto, adesso, c’era quel buco nero.

Mentre dal limbo dei precordi affiorava il vero  terrore, quello ancestrale e animalesco, puro distillato di migliaia di anni di storia e di paure della razza umana, e lesto si impadroniva di lei, soffocandola nel suo abbraccio gelido, chiuse gli occhi gonfi di lacrime e un urlo spaventoso le riempì la mente. 

Era l’urlo della sua muta sofferenza, della disperazione senza fine che, rotti gli argini,  stava dilagando in ogni angolo del suo io. Per qualche attimo rimase in ascolto del battito impazzito del suo cuore in agonia, che pareva squassarle il petto mentre potenti singhiozzi iniziavano a scuoterla. Poi, all’improvviso, con un lampo abbagliante e il rombo di mille cascate, qualcosa nella sua testa finalmente si sbloccò. Non ci furono segni premonitori. Avvenne di colpo,  mozzandole il respiro per la sorpresa e l’emozione. Quella voragine che aveva imprigionato le sue consapevolezze, la sua memoria, il suo io pensante e razionale e la sua stessa essenza umana, venne infine violata, mentre la ragione e la forza di volontà tornavano a esercitare il loro primato.

Si accorse che stava riprendendo il controllo di sè e dei suoi pensieri e cominciò a correre a perdifiato per i corridoi della sua mente, accendendo tutte le luci che trovava e spalancando tutte le porte e le finestre che incontrava. Il sistema limbico si attivò totalmente e le informazioni ripresero a fluire lungo le sinapsi del cervello. Prima lentamente, poi sempre più velocemente, la rete neuronale riprese a funzionare regolarmente e finalmente la memoria tornò.

Ove poco prima era notte fonda, in un attimo si fece giorno, e improvvisamente seppe chi era e dove si trovava. Si rese conto di tremare in maniera incontrollata e respirò più volte, profondamente, per tentare di riacquistare la piena padronanza del suo corpo e delle sue emozioni, mentre  il film delle ultime ore cominciava  a scorrere nella sua mente, ancora scossa dalla prova terribile che aveva sopportato. Adesso ricordava tutto, perfettamente. Lei e la sua scorta che uscivano da Palazzo Chigi e quella strana nebbia che li aveva avvolti all’improvviso, che poi, a  pensarci bene, non era nemmeno nebbia ma come una lente deformante che si era frapposta tra loro e il mondo. Mosse più volte il capo guardandosi intorno e si rese conto di essere all’interno della sua auto di servizio. Esattamente quella sulla quale era salita nel cortile di Palazzo Chigi, per tornare a casa. A quanto pareva non c’era nessuno con lei. Per un attimo si sentì perduta al pensiero di essere rimasta sola e il soffio gelido della paura tornò a carezzarla, poi, a mano a  mano che la coscienza tornava attiva e vigile, riuscì a distinguere delle voci fuori dall’auto, alla sua destra.

Con una certa fatica voltò il capo da quella parte e vide il suo caposcorta, il comandante Ruggeri, che stava parlando con il resto del nucleo di sicurezza che era di servizio quella sera. L’immagine la tranquillizzò e si lasciò andare sfinita sul comodo divano posteriore dell’auto.

Chiuse gli occhi mentre i ricordi prendevano ora ad affluire veloci, senza sosta, e mulinavano frenetici nella sua testa. Ricordava tutto adesso e intuì quanto era accaduto.  Guardò l’orologio che portava al polso, segnava le 22.18, poi  guardò  freneticamente fuori dai finestrini, e si rese conto che si trovavano nella stessa, identica, posizione di quando tutto era iniziato.

Rammentava bene di avere pensato che quel fenomeno fosse l’onda del nuovo passato che li aveva raggiunti, e si chiese quindi, con stupore,  come  fosse possibile che avesse conservato una percezione così ben definita della sua vecchia vita e ricordi così nitidi e precisi. Peraltro, nella sua mente, non si sovrapponeva nulla che la collegasse a una nuova esistenza e soprattutto non comprendeva come potesse ancora trovarsi dentro quella macchina, insieme alle stesse persone e vestita esattamente come allora.

La sua vita avrebbe dovuto essere diversa, e così la sua memoria. Dunque non era il nuovo passato, quello generato da Lupo di Monteforte e dai  suoi uomini, che li aveva raggiunti, ma era avvenuto qualcos’altro. Qualcosa di apparentemente spiacevole, almeno a giudicare dai momenti terribili che aveva appena vissuto. Quel pensiero le trasmise un senso di inquietudine.

La voce di Ruggeri la scosse dai suoi pensieri.

“Signora, si è ripresa? Come si sente?”.

Le parole le uscirono con una certa fatica. Come se fosse rimasta muta per anni  e la lingua si fosse intorpidita, ma si riprese immediatamente.

“Adesso sto bene. Sono un po’stordita, ma sostanzialmente mi sento  bene. E voi come state? Cos’è successo?”.

Ruggeri girò intorno alla macchina, aprì lo sportello e si sedette vicino a lei.

“Signora presidente, mi scusi, ma è meglio parlare al chiuso. Io e i miei uomini adesso stiamo bene, ma  abbiamo passato un gran brutto momento. Ci siamo ripresi circa venti minuti prima di lei e, mentre era ancora stordita, abbiamo dato un’occhiata qui intorno. Insomma, abbiamo notato parecchie cose strane.  Intanto fa un freddo insolito per essere a fine maggio, un freddo che prima di quel fenomeno sicuramente non c’era. Faceva caldo, se ricorda, mentre adesso sembra quasi di essere in autunno inoltrato. Poi non c’è traffico, quasi per niente. Passano pochissime macchine, di modelli molto, molto vecchi. Sembra una sfilata d’ auto d’epoca e infine...”, fece una smorfia scuotendo lentamente il capo. “Io non capisco come possa essere possibile, ma a Palazzo Chigi ha sede il ministero degli esteri, non la presidenza del consiglio”.

Appoggiò la schiena contro la spalliera del sedile e tacque. Veronica Del Lago trasalì nell’udire quelle parole. A quanto pareva, qualcosa era dunque accaduto. Pur essendo nello stesso luogo fisico, non erano comunque più dove si trovavano prima. Quello sgradevole fenomeno aveva generato conseguenze che andavano ben oltre il grave malessere fisico che avevano provato. Dove si trovavano? Ragionò freneticamente su cosa fosse meglio fare. Intanto dovevano andare via da lì, decise. Sicuramente non potevano bussare al portone di Palazzo Chigi e chiedere informazioni, ed era inutile rimanere in bella vista, con quel convoglio di vetture che doveva essere un pugno in un occhio per chiunque lo guardasse.

La presidente non poteva saperlo ma gli uomini posti a guardia del ministero degli esteri li avevano già notati e segnalato per radio la loro presenza. Erano uomini del 183° reggimento della Nembo che aveva la responsabilità della sicurezza della capitale.

Molti ufficiali della Nembo, compresi i comandanti dei due reggimenti, Guidi e Graziani, provenivano dal futuro, e ve ne era sempre uno di servizio nella  sala operativa, per valutare al meglio qualsiasi informazione. Dopo l’arrivo dei tedeschi di Julius Richter, ormai in Europa giravano mezzi e tecnologie fra le più disparate e appartenenti a epoche diverse, e si era ritenuto opportuno che ci fosse sempre di turno un ufficiale in grado di valutare compiutamente cosa aveva davanti. Quella sera era di servizio il capitano Amendola che si rigirò ancora una volta il dispaccio che aveva tra le mani. Era la trascrizione di una conversazione radio di pochi minuti prima, tra il centro comunicazioni del reggimento e il corpo di guardia del ministero degli Esteri, a Palazzo Chigi. Tre autovetture, a quanto pareva Maserati Quattroporte, tre furgoni Mercedes  e un mezzo, che dalla descrizione sembrava essere un Conquest Knight, erano fermi, in sosta, vicino all’obelisco di Piazza Colonna. Le targhe non erano sicuramente degli anni ’40 e sembravano invece degli anni duemila, la qual cosa poteva anche non significare nulla. Molti dei loro mezzi avevano targhe civili di quel periodo, ma non gli sembrava proprio che si fossero portati dietro delle Maserati, o quantomeno non ne aveva mai viste. Nemmeno quando aveva prestato servizio a Villa Torlonia, e Mussolini aveva sicuramente in dotazione il meglio del loro autoparco, comprese alcune Suburban blindate che, a quanto sapeva, erano i mezzi più comodi di cui disponevano.

Decise di fare una verifica e digitò una serie di password sulla tastiera che aveva davanti.  Se quelle targhe avevano una qualche attinenza con qualsiasi amministrazione dello stato, in qualsiasi tempo, lo avrebbe scoperto. Non appena ebbe l’accesso alla banca dati del server centrale inserì i dati dei mezzi e sobbalzò. Afferrò la cornetta della radio ed effettuò una chiamata selettiva, avvalendosi del sistema Tetra da poco entrato in funzione a Roma, che permetteva tra l’altro comunicazioni end to end, cioè da singolo apparato a singolo apparato, escludendo dall’ascolto tutti gli altri e Amendola non desiderava affatto che tutta la maglia reggimentale ascoltasse quanto aveva da riferire al colonnello Graziani.

 

12 Novembre 1943 – oceano Indiano - settecento miglia al largo delle coste occidentali dell’Australia –

 

Il capitano di fregata Roberto Invernizzi  si scoprì il polso e diede  un’occhiata all’orologio. Erano le due del mattino del 12 Novembre del 1943, ancora un’ora poi avrebbero fatto rotta verso la loro base, sull’isola di Diego Garcia, che distava oltre millesettecento miglia.

La formazione di velivoli dell’aviazione di marina repubblicana, composta da un AWAC, da un pattugliatore a largo raggio armato di missili Harpoon e da due velivoli di scorta, carichi di missili aria-aria ed irti di cannoni a canne rotanti da 20 mm., avrebbe impiegato diverse ore per coprire quella distanza.  Invernizzi pregustava già una lunga doccia, un pasto caldo e una bella dormita. Erano missioni lunghe quelle sull’oceano Indiano e molto impegnative per gli equipaggi, sotto il profilo fisico. Questa volta erano in aria da quasi dodici ore e si erano spinti fino a settecento miglia dalle coste australiane, senza  peraltro  rilevare alcun segno di attività da parte degli alleati. Le forze della Repubblica Sociale Romana avevano occupato l’atollo di Diego Garcia ad agosto, e dopo un mese, il tempo necessario ad approntare le piste e un minimo di strutture logistiche, erano iniziate le sfibranti missioni di pattugliamento sull’oceano Indiano. Ogni giorno, tre pacchetti di velivoli come quello  di Invernizzi si alzavano in volo per sorvegliare quel mare e attaccare il naviglio nemico che vi si fosse avventurato, ma finora sembrava che gli angloamericani fossero scomparsi. Fino alle coste occidentali dell’Australia non c’era nulla. Nè una nave, nè un aereo. Solo oceano.

L’ufficiale appoggiò la nuca al poggiatesta della poltroncina anatomica e allungò le gambe sotto la consolle, per cercare un pò di sollievo dall’intorpidimento che avvertiva agli arti inferiori dopo tante ore trascorse alla sua postazione. Invernizzi era uno dei cinque operatori radar, dei nove addetti ai sistemi dell’equipaggio dell AWAC Sentinella due. Riportò lo sguardo allo schermo con la zona a lui assegnata e sobbalzò. Sul bordo esterno superiore, al limite della portata dello strumento, erano apparse diverse tracce e stavano aumentando. Erano prive di dati identificativi. Una mano corse veloce alla track-ball e ne selezionò alcune, l’altra battè veloce sulla tastiera e in pochi istanti, accanto a ogni traccia, apparvero i dati relativi a posizione, velocità e rotta.

Erano navi, un bel gruppo da battaglia a quanto pareva. A giudicare dai dati che stava leggendo  c’erano almeno due portaerei impegnate nel recupero dei velivoli, con due coppie di elicotteri che procedevano di conserva alle navi, pronti a recuperare i piloti che avessero fallito l’appontaggio e fossero finiti in mare. I velivoli in avvicinamento erano al momento sei dozzine, e procedevano in formazioni separate.

Quando lesse i dati relativi alla loro velocità gli scappò un sibilo dalle labbra. Aviogetti, con molta probabilità. Alzò per un attimo gli occhi dallo schermo, incrociò quelli del direttore tattico, che stava guardando la stessa schermata, e notò che aveva una espressione abbastanza perplessa. Quando riportò lo sguardo sullo strumento, si avvide che le tracce erano notevolmente aumentate di numero. Erano comparsi altri due gruppi aerei, ma quanto erano grandi quelle portaerei?  A occhio e croce ognuna imbarcava circa cento velivoli.

L’ammiraglio Marini, al comando delle forze dislocate sull’atollo di Diego Garcia, era in sala operativa e stava valutando le immagini trasmesse da Sentinella due. Afferrò il microfono della radio accanto all’operatore e chiamò il direttore tattico a bordo del velivolo, sulla sua frequenza dedicata.

“Sentinella Due da Leone Marino, mi ricevete, interrogativo”.

“Avanti Leone Marino. Ricevo forte e chiaro, cambio”.

“Stanno arrivando in zona altri pattugliatori. Sono appena decollati Drago Uno e Due. Echo-tango-alfa, stimato in quattro ore. Non interrompete per nessun motivo il contatto radar con quelle navi. Vi rifornirete in volo. Rendez-vouz con aerocisterne, quadrante verde, operativo in trenta minuti. Chiudo “

Il direttore tattico individuò sullo schermo la posizione ove le aerotanker orbitavano in attesa e comunicò la rotta al pilota del velivolo, poi riportò la sua attenzione sulle navi nemiche.

Si avvide che mantenevano la rotta verso ovest ed erano in avvicinamento. Fece una smorfia, mentre si chiedeva quali portate avessero i loro radar e se fossero già in grado di tracciarli. Per un attimo pensò di verificare, tramite la loro banca dati, l’evoluzione della loro tecnologia in quell’anno, poi si disse che se era così lo avrebbero scoperto presto e comunque, per il momento,  i loro radiointerferometri non captavano alcun segnale proveniente da quelle navi.

 

12 Novembre 1943 – Q.G. repubblicano – Alessandria d’Egitto

 

Lupo Manfredi di Monteforte si trovava nella sala operazioni del nuovo quartier generale di Alessandria d’Egitto, quando venne avvertito di quel contatto nell’oceano Indiano. Gli specialisti che avevano passato al vaglio i tracciati radar erano sicuri, dal numero dei velivoli che stavano appontando e dalle modalità di recupero, che ci fossero solo due portaerei e non di più. La vicenda lo impensieriva, se erano solo due portaerei voleva dire che portavano cento aerei ognuna e, a quanto pareva, erano aviogetti. Magri lasciò la sua postazione e si mise seduto accanto a lui.

“Ne ho parlato con quelli del reparto analisi. Pensano che potrebbero essere le prime unità della classe Forrestal. Se è così, sono in anticipo di diversi anni nella loro realizzazione e quegli aerei”, guardò lo schermo di fronte a lui e lesse attentamente le didascalie che accompagnavano i bersagli tracciati dall’aereo radar. “Sembrano proprio dei jet. Anzi, sono dei jet”.

Lupo si passò lentamente una mano nei capelli mentre rifletteva. Era novembre avanzato e a fine dicembre intendeva lanciare, insieme ai tedeschi,  l’attacco contro i centri di ricerca del progetto Manhattan. Significava far avvicinare un gruppo da battaglia alla costa orientale degli Stati Uniti, in appoggio alle squadriglie di bombardieri decollati dalle Azzorre. Intendeva poi farlo raggiungere da un convoglio carico di truppe e occupare Cuba, che aveva dichiarato loro guerra nel dicembre del 1941, e le Bahamas,  mettendo così sotto scacco la East Coast. Se gli americani, però, disponevano di jet e di grosse portaerei, cambiavano diverse cose nello scenario complessivo che aveva in testa.  In quel preciso istante, per esempio, un convoglio, scortato da due gruppi da battaglia, era in navigazione verso le Isole Cocos. Quell’arcipelago, dopo quelli di Diego Garcia, delle Mauritius, delle Seychelles e delle Maldive, già sotto il loro controllo, avrebbe rappresentato il prossimo anello della lunga catena logistica che stavano creando attraverso l’oceano Indiano,  per poter entrare  in forze nel  Pacifico: il mare dei grandi scambi economici, quello che avrebbe deciso la guerra. Quel convoglio adesso poteva essere intercettato dalla poderosa squadra navale americana. Portaerei e velivoli di quel tipo introducevano una variabile di non poco conto, che non poteva essere assolutamente sottovalutata. Si voltò a guardare Magri.

“Dobbiamo essere certi di quello che troveremo in quelle acque e capire bene con cosa abbiamo a che fare. Fai decollare una coppia di  Tornado da Mogadiscio. E’ lunghetta, ma si riforniranno in volo, ordina all’AWAC che ha scovato la squadra americana di guidarli sulle portaerei. Che scattino le foto da alta quota. Elevata risoluzione, tridimensionali, veduta d’insieme e ogni particolare degno di nota. Il servizio completo, insomma”.

Magri fece un cenno d’assenso poi l’informò.

“Marini ha spedito lì diversi pattugliatori con gli Harpoon. Quei gruppi navali rappresentano un pericolo e vuole attaccarli. I Tornado comunque arriveranno prima, e magari capiremo meglio che razza di roba è prima di colarla a picco “.

Lupo annuì, pensieroso. 

“Immaginavo che non sarebbe andata liscia ancora per molto, ma se quelle portaerei sono veramente della classe Forrestal, con gruppi di volo composti da aviogetti, beh, suppongo  che dovremo rivedere un bel pò di cose e Marini  fa benissimo a cercare di levarle di mezzo”.

Fino a quel momento gli americani non si erano mai spinti nell’Oceano ixndiano, pensò. Quanto agli inglesi, ormai da diversi mesi, evitavano accuratamente qualsiasi contatto e ogni  possibile motivo di scontro. Si limitavano a  presidiare i territori ancora sotto il loro controllo, stando bene attenti a rimanere vicino alle loro basi e a non incrociare, nemmeno casualmente, navi ed aerei italiani.

Quei due gruppi da battaglia erano stati invece avvistati a circa trecento miglia dalla costa occidentale australiana, e ciò poneva più di un interrogativo e diversi problemi. Intanto denotava un cambio nell’atteggiamento tenuto fino a quel momento dagli alleati e inoltre, dalla posizione nella quale si trovavano, erano in condizione  di intercettare il convoglio in rotta verso le Cocos, che adesso si trovava più o meno all’altezza di Diego Garcia, a millequattrocento miglia dal suo obiettivo. Circa tre giorni di navigazione.

I trasporti erano accompagnati da un robusto dispositivo di scorta,  composto dalla corazzata Littorio e da due portaerei della nuova classe repubbliche marinare: il  Venezia e il Genova. Gli aerei dei loro gruppi di volo, però, messi tutti insieme, erano la metà di quelli americani, aviogetti dei quali non conoscevano le caratteristiche, anche se potevano  intuirle. Se quelle navi erano qualcosa di simile alle classe Forrestal, allora erano sbucate con dodici anni di anticipo rispetto all’altra storia. Dunque, era più che ragionevole  ipotizzare che gli aerei seguissero lo stesso andamento cronologico e quindi fossero molto simili al Fury, il cugino navale dell’F86 Sabre. Erano ottimi velivoli e inoltre, da quel momento, non avrebbero potuto che migliorare ancora.

Era inutile girarci intorno, quelle navi costituivano un grosso problema e andavano tolte di mezzo, il prima possibile. Sarebbe servito il gruppo da battaglia dell’Italia, ma era parecchio lontano, nell’Atlantico meridionale, al largo delle coste dell’Africa del Sud, diretto verso il Capo di Buona Speranza. Diede una rapida occhiata allo schermo tattico dove era riportata la sua posizione in quel momento, ed ebbe conferma di quanto ricordava. Distava almeno quattromila miglia, se non  quattromilacinquecento, dalla squadra americana. Gli F35 del suo gruppo aereo, con il carico di armi completo, avrebbero dovuto effettuare parecchi  rifornimenti in volo per poter intervenire. A occhio e croce cinque. Otto o novemila chilometri, fra andata e ritorno, erano tanti. Probabilmente troppi. Fece due rapidi calcoli e si avvide che  era proprio così. Da quella distanza non era ipotizzabile un loro impiego. Diede comunque ordine che l’Italia  si portasse molto più a Nord, fino a porre le coste australiane nel raggio d’azione dei propri aerei. Ci sarebbe voluto del tempo. Navigando a trenta nodi, non meno di quattro giorni, e quindi troppo tardi per partecipare all’azione in preparazione, ma era indispensabile che la possente unità raggiungesse quanto prima un’area che stava per divenire incandescente. Delle altre portaerei teoricamente disponibili: la gemella  del’Italia, l’Invitta,  era nel Mediterraneo, in attesa di ricevere i velivoli del suo gruppo di volo, i nuovissimi Macchi Castoldi Tempesta, un cacciabombardiere supersonico tutto fare, capace di prestazioni eccezionali sia nell’attacco al suolo che nel duello aereo. La nuova superportaerei da novantamila tonnellate, la Gemina, primo esemplare della classe legioni romane, era invece nel Mediterraneo. Stava terminando le prove in mare, dopo  avrebbe imbarcato la sua linea di volo e avrebbe fatto rotta verso l’Atlantico, per appoggiare con le sue squadriglie  l’attacco aereo contro i centri di ricerca del progetto Manhattan, che sarebbe stato lanciato di lì a poco più di un mese. Monteforte fece una smorfia contrariata. Quelle dannate navi erano sbucate nel luogo e nel momento meno indicati, senza considerare che gli americani erano in anticipo di dodici anni, ora, e aveva la netta sensazione che le sorprese non sarebbero finite lì.

Oceano indiano

A bordo di Sentinella due, il direttore tattico era in contatto radio con le due sezioni di pattugliatori armati di Harpoon che erano in avvicinamento. Le foto scattate dai Tornado, e da loro acquisite in tempo reale tramite uno dei due satelliti SICRAL2  immessi in orbita geostazionaria mesi addietro,  avevano confermato le tracce radar. Si trattava di due poderosi gruppi da battaglia, ciascuno dei quali era composto da una  grossa portaerei, da  una corazzata classe Iowa e da parecchi incrociatori pesanti, cacciatorpedieniere e naviglio sottile. Sulle sovrastrutture di tutte le navi erano ben visibili le antenne dei radar. In quel momento le navi americane si trovavano a metà strada tra la costa occidentale dell’Australia e le Isole Cocos ed era evidente che rappresentavano  una minaccia mortale per il convoglio in avvicinamento. I quattro pattugliatori  di rinforzo non erano accompagnati da BZ 308 scorta. Quella versione del velivolo richiedeva molto tempo per l’allestimento e i pochi esemplari che venivano prodotti ogni mese dovevano essere suddivisi tra le numerose nuove basi avanzate che erano state realizzate. Azzorre, Gibilterra, S. Elena, Angola e Capo Verde nell’ Atlantico, Bandar Abbas, Socotra, Madagascar, Seychelles, Maldive, Mauritius e Diego Garcia nell’Oceano Indiano, dovevano dividersi i nuovi velivoli che uscivano dagli impianti di produzione e non erano mai sufficienti a coprire le necessità.

La base aeronavale di Diego Garcia disponeva di cinque aerei di quel tipo, con dieci equipaggi che, a rotazione, accompagnavano i tre pacchetti di velivoli, composti ognuno da un AWAC e da un pattugliatore armato di Harpoon, che erano costantemente in volo. I radar volanti sorvegliavano ininterrottamente l’oceano a ovest dell’Australia, coprendo con i loro radar una superficie di quasi novecentomila chilometri quadrati. Gli aerei scorta di  base a Diego Garcia, appartenevano tutti alla seconda serie del velivolo, ancor più pesantemente blindata e armata della prima. Quattro cannoni a canne rotanti da 20 mm. e due cannoni revolver da 27 mm. montati su altrettante torrette comandate da una sofisticata centrale di tiro. Cinque missili a guida radar attiva, e altrettanti a guida semiattiva, che venivano espulsi in sequenza da due lanciatori a tamburo alloggiati dentro il ventre del velivolo e dodici missili aria/aria dotati di un sistema di guida ottico infrarosso e montati su due piastre brandeggiabili dotate di slitte. Era stata adottata questa soluzione, il brandeggio, per consentire al Direttore di tiro di rivolgere il sistema autocercante, posto sulla punta delle armi, anche lateralmente o all’indietro e accellerare così i tempi di puntamento. Dei cinque velivoli di questo tipo disponibili,  tre erano in volo, uno era in manutenzione e Marini aveva mantenuto a terra l’ultimo quale riserva per qualsiasi emergenza.

“Capo Drago da Sentinella Due. Rendez-vouz con Grifo quattro, cinque e sei, quadrante arancione, ore zero-sette-tre-zero. Cambio”.

“Sentinella Due da Capo Drago, ricevuto. Chiudo”.

Riportò lo sguardo sul monitor, le navi americane distavano circa centosessanta miglia ma il quadrante arancione, dove tra meno di venti minuti gli aerei provenienti da Diego Garcia si sarebbero riuniti con quelli provenienti dagli altri settori di sorveglianza, era a meno di novanta miglia dai gruppi da battaglia nemici. Era quindi alla portata dei radar da scoperta aerea SR Westinghouse di cui erano dotate, ma questo particolare il Direttore tattico di Sentinella due non poteva ancora saperlo. Nessuna delle sofisticate apparecchiature che equipaggiavano il velivolo riceveva ancora emissioni elettromagnetiche e la cosa appariva del tutto normale visto che nel ’43 solo un radar aveva portate maggiori alle quindici, venti miglia.

Era l’SK della General Electric, ma aveva una antenna enorme, inconfondibile, e nessuna delle foto prese dai Tornado la mostrava installata su quelle navi. L’SR infatti era del ’45, concepito appositamente  per la scoperta aerea e aveva un’antenna abbastanza comune, da confonderla facilmente con quelle del ‘43. Gli USA avevano, dunque,  anticipato i tempi anche in questo settore, realizzando e installando, inoltre, anche un ottimo radar di tiro per le armi pesanti, l’Mk27, che era estremamente preciso fino a quaranta miglia, e un discreto sistema di direzione di tiro, l’Mk51, per il fuoco antiaereo. La flotta che gli aerei repubblicani  si preparavano ad affrontare aveva, dunque,   caratteristiche ben diverse da quelle che avevano solcato il mare in quegli anni, durante  l’altra storia e delle quali conoscevano ogni particolare. Ma nessuno se ne era ancora accorto.

 

L’Ammiraglio Raymond Spruance uscì sull’ala di plancia della portaerei United States per respirare un po’ di aria fresca.  Erano da poco passate le sette del mattino e si preannunciava una bella giornata. Il mare era calmo e il cielo terso, segnato in quota  da cirri di alta pressione, aveva assunto la colorazione tipica dell’ aurora.

A circa otto miglia di distanza, alla sua dritta, era ben visibile la sagoma massiccia della Fort Washington, la gemella di quella sulla quale era imbarcato, che si stagliava nitida sulla linea dell’orizzonte. Erano navi imponenti, di oltre trecentoventi metri di lunghezza ed ottantunomila tonnellate di dislocamento a pieno carico, e non avevano che una assai vaga parentela con quelle costruite fino a quel momento. Il salto tecnologico era stato incredibile, così come quello delle dimensioni ma tant’era, la sfida che stavano affrontando non lasciava alternative, o riuscivano a innovare  gli armamenti oppure avrebbero perso la guerra.

Appena varate le prime due portaerei della classe Guerra d’Indipendenza Spruance aveva assunto il comando della possente Task-force che era stata costituita ed era poi frettolosamente salpato per creare una prima linea mobile di difesa nel Pacifico. Decine di migliaia di genieri della Marina, dell’Esercito e dei Marines  avevano intanto iniziato la realizzazione di un’opera imponente. Una barriera di isole fortificate che partendo dalle Balleny, a ridosso del Polo Sud,  risaliva fino alle Macquarie e facendo perno sulla Nuova Zelanda, arrivava alle Salomone per poi spingersi fino a all’Isola di Guam, da dove avevano sloggiato i giapponesi. Il sistema fortificato sarebbe stato pronto a breve e avrebbe ospitato una forza aerea e navale quale mai si era vista nella storia. Tutto l’apparato industriale americano stava lavorando a pieno ritmo, ininterrottamente, per sfornare quanto occorreva per salvare l’America dalla sconfitta.

Cinque giorni prima si trovavano alla fonda nella rada di  Sidney, per mostrare agli allibiti australiani e inglesi quale fosse il livello raggiunto dalla US Navy, quando erano stati raggiunti da un ordine  dell’ammiraglio  Nimitz, comandante in capo delle forze americane nel Pacifico. Uno dei tre sommergibili superstiti, dei quindici che erano stati dislocati nell’oceano indiano per cercare di sorvegliare i movimenti italiani, era riuscito ad avvistare un grosso convoglio nemico. Nimitz sospettava che fosse diretto verso le Isole Cocos  e voleva andare a vedere da vicino. La squadra navale italiana che scortava il convoglio era  composta da due portaerei, molto più piccole della United States e della Fort Washington e una corazzata. Supponevano che fosse una classe Littorio. Ritenevano inoltre che le Squadriglie imbarcate non disponessero di aerei portati dal futuro ma  fossero composte da aviogetti prodotti in quell’epoca ai quali potevano opporre con successo i loro nuovi F87 Typhoon, la potente versione navale del nuovo velivolo che stava entrando nelle linee di volo di esercito, aeronautica e marines: l’ F86 Hawk.

I gruppi aerei imbarcati delle loro due unità disponevano complessivamente di circa duecento velivoli e Spruance si sentiva abbastanza tranquillo. Sulla carta erano in condizioni di largo vantaggio numerico, e se non fossero comparsi mezzi e armamenti del futuro, la cui tecnologia era al momento inarrivabile per loro, si sentiva in condizione di dare battaglia e di vincerla.

Si sporse in fuori, guardò verso il ponte di volo affollato di aerei e repirò a pieni polmoni l’aria frizzante del mattino. Si trovava nel suo ambiente naturale, in mare, al comando di una poderosa forza d’attacco e si sentì invadere da una ventata di ottimismo che lo mise decisamente di buonumore. In verità, per come erano andate le cose fino a quel momento, non c’erano poi grandi motivi per essere allegri, ma la sensazione che stava provando era piacevole e non ci trovò nulla di male a gustarsela per qualche attimo.

 

“Capo Grifo da Capo Drago, cambio”.

“Avanti Capo Drago, sono in ascolto, cambio”.

“Confermo Echo Tango Alfa, quadrante arancione, dieci primi”.

“Ricevuto, ci saremo anche noi. Chiudo”.

Invernizzi udì in cuffia le comunicazioni  dei piloti e controllò le loro posizioni sul radar. I due gruppi di aerei stavano per riunirsi e iniziare le procedure di attacco alla formazione navale americana.  Avrebbero lanciato da quaranta miglia di distanza, erano sette velivoli con quattro Harpoon ognuno. Ce n’era abbastanza per colare a picco quelle due portaerei e magari anche qualcos’altro a far loro compagnia.

 

All’interno del Centro Informazioni Combattimento della United States un operatore osservò con attenzione lo schermo, quando fu sicuro di quanto vedeva reagì.

 “Contatti radar, sei , rilevamento tre-cinque-zero, rotta uno-cinque-cinque, distanza novanta miglia,  velocità trecento nodi...Attenzione! Altro contatto, quattro velivoli, rilevamento due-sette-cinque, rotta zero-nove-cinque, distanza ottantacinque miglia, velocità trecento nodi”.

Spruance si avvicinò alla consolle dell’ operatore e vide che i due gruppi di velivoli si stavano riunendo. Sicuramente non erano aviogetti, erano troppo lenti. Qualunque cosa fossero erano a poche decine di miglia dalle navi. Reagì immediatamente e si rivolse al comandante del gruppo di volo.

“Lanciare tutti gli aerei”.

 

Invernizzi registrò quanto stava avvenendo, mentre a bordo dei velivoli del gruppo di attacco i sensori segnalarono immediatamente che erano stati rilevati da radar nemici e sui loro schermi apparivano decine e decine di bersagli che si stavano mettendo in formazione sopra le navi americane.

Il Direttore tattico di Sentinella due fece un rapido calcolo. Se anche i pattugliatori avessero lanciato dalla distanza massima, circa cinquanta miglia, ne dovevano ancora percorrere quasi trenta per trovarsi in posizione. Gli aerei nemici volavano a oltre novecento chilometri l’ora di velocità, e continuando su rotte convergenti dovevano percorrere  cinquanta miglia per intercettarli. Sarebbero arrivati insieme sul punto di lancio, gli aerei di scorta ne avrebbero abbattuti parecchi con i missili, poi si sarebbe accesa una mischia gigantesca e anche i patugliatori avrebbero pagato un conto salato. Forse senza nemmeno riuscire a lanciare. Riguardò lo schermo dove sembrava nevicasse. Erano decisamente troppi. Riflettè per qualche altro secondo, poi decise.

 

“A tutti i velivoli da  Sentinella due.  Disengage, ripeto disengage. Pop up. Sono in troppi. Abort, rientrate. Dare conferma, cambio”.

“Sentinella due da Capo Drago. Ricevuto. As fragged, boomerang. Chiudo”. La voce del comandante dei velivoli d’attacco era serena e non mostrava tracce di nervosismo.

Il Direttore tattico fu confortato nella decisione che aveva appena preso da un segno di assenso di Invernizzi, poi chiamò gli altri due radar volanti che si trovavano rispettivamente circa  duecento miglia a Nord e a Sud della sua posizione.

“Sentinella Tre e Uno da Due, si è formato un bel comitato d’accoglienza là fuori. Manteniamoli sotto osservazione ma teniamoci a distanza”.

 

A bordo della United States il movimento degli aerei italiani venne prontamente rilevato dal radar.

“Stanno invertendo la rotta”.

Spruance ordinò alle sue Squadriglie di inseguirli, erano molto più lenti, li avrebbero raggiunti e abbattuti. La prima vittoria...Sorrise a quel pensiero e si sentì invadere da una calda sensazione di benessere.

 

Mentre i pattugliatori mettevano la prua verso Diego Garcia e accelleravano alla massima velocità, i tre aerei di scorta si disposero per affrontare i caccia americani in arrivo e proteggere il ripiegamento dei velivoli loro affidati. Erano in condizione di estrema inferiorità numerica ma potevano infliggere gravi perdite al nemico e indurlo, se non a desistere, quantomeno a una maggiore cautela nel proseguimento dell’azione.

Il Direttore di tiro di Grifo Uno verificò la distanza dei velivoli avversari e si avvide che in un paio di minuti sarebbero stati a tiro dei loro missili a guida attiva. Ne imbarcavano cinque, la copia del AIM-120-AMRAAM, prodotti dalla neonata Fabbrica Italiana Armamenti nel moderno stabilimento di Napoli. Premette un pulsante sulla sua consolle, il portello dell’alloggiamento delle armi si aprì e il tamburo contenente i cinque FIARM/at  fuoriuscì dalla carlinga. Selezionò velocemente i bersagli sul monitor del radar di tiro,  li agganciò ai sistemi di guida dei missili e fece fuoco. Le armi partirono in successione, una dopo l’altra, e il tamburo scarico rientrò nella fusoliera. I missili accellerarono velocemente fino a Mach 4, e dopo circa quaranta secondi raggiunsero i loro bersagli che si trovavano a poco meno di venticinque miglia. Anche gli altri due velivoli avevano lanciato e in una frazione di secondo gli sbigottiti piloti americani videro quindici velivoli delle loro formazioni esplodere in rapida sequenza. Si guardarono velocemente intorno per comprendere da dove provenisse il pericolo ma non c’era alcuna minaccia visibile nel cielo circostante.

A bordo di Grifo Uno il Direttore di tiro stava selezionando ora i bersagli per i missili a guida semi-attiva. Avrebbe potuto ingaggiare un solo velivolo nemico per volta, ma la velocità di quegli ordigni era tale che in due minuti avrebbe completato l’intera sequenza di lancio.

Fece fuoco, quando vide scomparire il bersaglio dallo schermo radar lasciò partire il missile successivo e così via, fino all’esaurimento del tamburo. Lo fece rientrare e contemporaneamente fece uscire la prima piastra brandeggiabile con sei FIARM/ir., la copia dei Sidewinder 9L. Armò i missili ma non udì subito in cuffia il caratteristico ringhio della testata che agganciava il bersaglio. I caccia americani erano ancora fuori dalla portata delle armi a ricerca termica. Avevano rallentato parecchio dopo l’attacco brutale che avevano subito e si erano disposti ora in una formazione molto più allargata e prudente. Il Direttore di tiro si disse che erano state  due salve quasi perfette e a occhio e croce ne avevano abbattuti circa venticinque. Fece poi una smorfia tra il soddisfatto e il perplesso, era poco più del dieci per cento di quelli che erano in volo. La  capacità operativa di quella formazione era stata solo minimamente intaccata ma avevano impiegato solo una minima parte del loro potenziale bellico. Proprio in quel momento i missili gli segnalarono di avere agganciato delle fonti di calore. Lasciò partire la prima salva da sei e fece uscire la seconda piastra.

 

Quando i missili a guida semi-attiva cominciarono ad abbattersi sui Typhoon, Spruance fu per un attimo indeciso se richiamare le sue Squadriglie. Qualcosa che era fuori dal loro orizzonte visivo le stava colpendo con mortale precisione, e avevano già perduto diversi apparecchi. Il radar rilevava solo i velivoli  nemici in allontanamento. Si trattava di aerei parecchio lenti, che si erano  divisi in due gruppi. Uno era già quasi fuori dalla portata del loro strumento, mentre l’altro si trovava abbastanza più indietro, su una rotta perpendicolare a quella degli altri velivoli italiani. Una rotta che tagliava la strada a quella degli aviogetti americani lanciati all’inseguimento. Il radar non tracciava altri bersagli. Decise di attendere ancora prima di dare l’ordine di interrompere l’azione. Voleva abbattere quei maledetti apparecchi.  Una vittoria sicuramente modesta e pagata a caro prezzo ma che aveva un valore incommensurabile. Avrebbe dimostrato al mondo intero, ma soprattutto al popolo americano e ai loro alleati, che quella gente poteva essere battuta.

 

Dalla sua consolle Invernizzi seguiva il combattimento con il fiato sospeso, i tre BZ308 scorta avevano lanciato anche i missili a infrarosso  e altri venti velivoli americani erano stati abbattuti. Adesso ne rimanevano centocinquanta. In ogni caso troppi. Vide che i tre quadrimotori assumevano una formazione idonea a fornirsi reciproca copertura mentre effettuavano una virata molto decisa di 180° li avrebbe reimmessi sulla rotta inversa a quella che stavano percorrendo, tagliando la rotta degli aerei USA e consentendo l’utilizzo di tutte le torrette.

 

Il capitano di vascello Hugh “Snake” Valentine non riusciva a credere ai suoi occhi. Non vi era altro nel cielo, dunque erano  stati quei tre quadrimotori  a provocare quello sfacelo nelle sue squadriglie.

Tutti gli aerei abbattuti erano infatti i suoi, che precedevano di tre miglia quelli della Fort Washington. Osservò meglio i velivoli avversari, sembravano dei normali bombardieri quadrimotori, forse leggermente più veloci dei loro B17 e B29, ma per quanto scrutasse con attenzione ogni minimo dettaglio non scorgeva nulla di straordinario.

A quanto pareva  avevano finito la scorta di quei maledetti razzi,  ordinò al resto degli aerei di non avvicinarsi e si fece più sotto.  Non vi fu reazione e non vide altro che le torrette delle mitragliatrici dalle quali spuntava la canna di una sola arma.

Valentine era un bravo pilota e conosceva a memoria le caratteristiche di tutto ciò che volava in quel periodo, ma non aveva mai visto aerei come quelli, anche se il suo cervello continuava ad associarli ai bombardieri pesanti dell’USAF.  Da quella distanza, poi, non poteva certo notare la particolarità di quelle sei canne che spuntavano minacciose dalle torrette.

Pensò alle usuali armi da difesa ravvicinata dei bombardieri. Mitragliatrici pesanti da 12.7, al massimo, con cadenze di tiro abbastanza modeste, intorno ai settecento colpi al minuto. Continuò a volare intorno alla formazione nemica, tenendosi a una distanza di sicurezza e contò le torrette. Erano sei su ogni aereo e non si vedevano aperture nella fusoliera per le armi laterali. Considerò che  durante i test dei Typhoon, i B29, che erano armati con ben dodici mitragliatrici pesanti, se la erano vista abbastanza brutta.

Con sole sei armi quegli apparecchi erano praticamente indifesi. Il loro armamento erano i razzi, li avevano finiti  e immaginò che adesso se li sarebbero mangiati in un sol boccone, vendicando in parte i loro compagni che erano stati abbattuti.

 

I piloti degli aerei italiani avevano assunto una formazione a delta con le quote sfalsate di alcune decine di metri. Sapevano perfettamente che dovevano mantenere la formazione, per consentire alle armi di bordo di creare una bolla impenetrabile, difesa dalle torrette che si erano divise lo spazio circostante. I sistemi di tiro erano impostati su automatico, a partire da duemila metri di distanza.

La centrale che governava il fuoco delle Vulcan e dei cannoni Mauser era completamente computerizzata e analizzava in una frazione di secondo le minacce, determinandone direzione, quota e velocità, formulando  priorità, punto futuro  e soluzioni di tiro e assegnando i bersagli a ogni singola arma. In ordine decrescente rispetto al potenziale pericolo.

Un monitor, diviso in sei settori, rimandava alle postazioni della centrale di tiro di ogni velivolo le immagini riprese dalle telecamere ad alta risoluzione, coassiali alle canne.

Gli equipaggi avevano fatto  quanto dovevano. In circostanze  come quella la loro difesa doveva necessariamente essere affidata al sofisticato software che governava le armi di bordo, a quell’embrione di intelligenza artificiale, collegato all’avionica, ai sensori del velivolo e a un radar di tiro che era in grado di seguire le traiettorie dei colpi, reagendo in maniera istantanea agli sviluppi della situazione.

La formazione italiana aveva appena completato la virata quando i Typhoon attaccarono dall’alto, dal basso e dal lato dal quale provenivano.

I piloti italiani non fecero alcuna manovra evasiva ma concentrarono tutta la loro attenzione nel mantenere la rotta, come se fossero su dei binari. Sarebbe stato del tutto inutile fare diversamente e avrebbero rotto la bolla di protezione che avevano creato intorno ai tre velivoli. Non era nemmeno una gran novità. In pratica seguivano lo stesso protocollo delle squadriglie di bombardieri alleati sottoposti agli attacchi della caccia tedesca. La possibile salvezza  risiedeva unicamente nel non rompere in nessun caso la formazione, per non creare varchi nel muro difensivo creato dalle armi di bordo.

Il BZ308 scorta era inoltre un osso parecchio duro da rompere e i loro equipaggi ne erano consapevoli. Il velivolo era stato concepito per confrontarsi con il calibro 12.7 mm. e mantenere un alto grado di affidabilità, anche nelle situazioni più critiche.

Tutte le parti vitali e le postazioni dell’equipaggio erano protette da  blindatura, i vetri della cabina di pilotaggio erano corazzati, i serbatoi erano autosigillanti e dotati di schiume inerti che avrebbero comunque impedito la detonazione del carburante in caso di foratura. I circuiti, le pompe, le valvole, le centraline, i cablaggi e i condotti erano ridondanti,  e in caso di avaria l’ingegnere di bordo, dalla sua postazione,  poteva rapidamente escludere gli elementi danneggiati e  attivare quelli di rispetto. Erano quindi in grado di incassare parecchi colpi, anche nelle parti più delicate, prima di doversi seriamente preoccupare.

Quando i primi Typhoon superarono la soglia dei duemila  metri le torrette aprirono il fuoco. I Vulcan erano stati impostati su una cadenza di tiro di quattromila colpi al minuto, mentre i Mauser ne sparavano mille ma di una tale potenza che bastava un proiettile per spaccare in due un velivolo.  Nei primi quindici secondi sei Typhoon vennero colpiti, due esplosero volo, uno precipitò con l’ala di destra amputata  e il pilota riuscì a lanciarsi, e gli ultimi tre, gravemente danneggiati, invertirono la rotta cercando di rientrare sulla portaerei.

Anche Grifo tre, il velivolo esterno di destra, il lato che fronteggiava l’attacco nemico, aveva però incassato diversi colpi. 

Era finito sotto il fuoco incrociato di tre aviogetti americani e aveva un motore seriamente danneggiato. L’Ingegnere di bordo controllò i parametri sul suo monitor, poi avvertì il pilota che stava per escluderlo. Mise l’elica in bandiera, interruppe il flusso del carburante e  spense la turbina.

Questa avaria non pregiudicava assolutamente la capacità di volo dell’aereo, ma ne limitava parzialmente le prestazioni, impedendogli di  mantenere la formazione, a meno che gli altri due velivoli non  riducessero  la velocità.

“Uno da tre, siamo stati colpiti. Abbiamo un motore fuori uso, non ce la facciamo a tenere la vostra velocità. Cambio”..

“ Tre da uno, aumentate la potenza degli altri motori al massimo, noi ridurremo la nostra al settantacinque per cento. Eseguire e dare conferma. Cambio”.

“ Vi rallenteremmo troppo, andate via, noi cercheremo di trattenere i nostri amici. Cambio”.

“ Negativo, negativo, se rompiamo la formazione ci fanno a pezzi. Hai visto quanti sono? Sarà già  difficile tenerli a bada con tre velivoli, con due saremmo spacciati anche noi. Tre è  il minimo per mantenere la bolla impenetrabile. Cambio”.

“ Ricevuto. Aumentiamo la potenza al cento per cento. Chiudo”.

 

Valentine aveva notato che uno degli aerei stava volando con tre motori e ordinò a quel che rimaneva delle sue Squadriglie di concentrarsi su quello. Aveva perso metà del  Gruppo ed era fuori di sè dalla rabbia. Non avrebbe mai potuto immaginare che velivoli come quei quadrimotori fossero in grado di sviluppare un simile volume di fuoco, con una tale, mortale, precisione.

Ordinò al suo gregario di seguirlo e picchiò decisamente fino a trovarsi circa duemila metri sotto la formazione avversaria, poi, mentre le Squadriglie della  Fort Washington si univano a loro e attaccavano i velivoli italiani, nel momento in cui le difese nemiche erano maggiormente impegnate, cabrò decisamente e accellerò al massimo, puntando l’aereo danneggiato. Aprì il fuoco da seicento metri mirando al secondo motore di destra e investendolo con una raffica prolungata. Qualunque altro velivolo raggiunto da una simile pioggia di proiettili avrebbe perduto l’ala ma questo che aveva davanti sembrava non risentirne, poi una fumata bianca uscì dalla gondola di un motore che dopo pochi secondi venne spento.

Controllò quanti colpi gli rimanevano, quella raffica era stata molto lunga e le sue armi erano dotate di appena duecentosessantasette colpi ognuna, troppo pochi per combattimenti come quello che stavano sostenendo.

Vide che gli rimanevano a malapena i proiettili per un altro breve passaggio e da quanto udiva nella cuffia della radio la maggior parte dei suoi piloti era nelle stesse condizioni.

Intorno ai tre aerei nemici vi era un carosello infernale di Typhoon che attaccavano e si ritiravano, con la coda dell’ occhio vide un’esplosione alla sua destra, il suo gregario era stato colpito e si era disintegrato in volo. Mentre si preparava a picchiare sulla formazione italiana gli giunse in cuffia l’ordine di interrompere l’azione dal CIC della United States e proprio in quel momento vide l’aereo italiano danneggiato perdere quota  rapidamente, lasciando alle sue spalle una densa scia di fumo nero che proveniva da uno dei due motori ancora intatti. Ordinò ai suoi velivoli di sospendere   l’attacco e di rimettersi in formazione. Mentre viravano  per  allontanarsi diede un’ultima occhiata al velivolo italiano colpito, che si intravedeva molto in lontananza. Si era rimesso in assetto di volo ma stava rapidamente perdendo quota, all’ improvviso notò dei paracadute che si aprivano nel cielo.

L’equipaggio italiano aveva abbandonato l’aereo condannato e si era lanciato. Contò undici ombrelli aperti, poi non riuscì a vedere altro, la distanza si era fatta troppa.

Il gruppo da battaglia si trovava a un centinaio di miglia e gli elicotteri della United States  e della Fort Washington erano già in volo per recuperare i piloti dei Typhoon abbattuti. Era importante catturare quegli italiani e  avvertì  il CIC che c’erano anche aviatori nemici in mare.

 

Il tenente di vascello Turchetti  comprese immediatamente che non c’era modo di salvare il velivolo e rientrare a Diego Garcia anche se a quanto pareva, gli americani stavano interrompendo  l’attacco. Per una frazione di secondo pensò che anche i caccia nemici dovevano essere a corto di munizioni.  Poco prima di essere nuovamente colpiti, il Direttore di tiro lo aveva informato che rimanevano colpi per trenta secondi di fuoco. Riportò la sua attenzione sul fatto che avevano tre motori fuori uso.

“Uno da tre, ho un solo motore funzionante, abbandoniamo l’aereo. Chiudo”.

“ Tre da uno. Ricevuto. Buona fortuna. Chiudo”.

Commutò  su interfonico  e ordinò all’equipaggio di prepararsi a lasciare il velivolo. Voleva scendere ancora di quota, per ridurre al minimo possibile la permanenza in aria appesi al paracadute. Non erano in pericolo immediato e avevano il tempo per lanciare le zattere autogonfiabili di salvataggio, con tutte le dotazioni di emergenza. Si trovavano a circa cinquecento miglia dalle coste dell’Australia, a  più di duemila da Diego Garcia e duecento miglia a Sud Est delle Isole Cocos. Erano piantati in mezzo a quel cazzo di oceano infestato di squali e se volevano cavarsela dovevano fare le cose per bene. Si rivolse al secondo pilota.

“Enrico vai dietro e controlla che preparino tutto quanto, soprattutto le due zattere, non sopravviveremo senza. Io cerco di tenere per aria questo cassone un altro pò, quando sarete pronti avvertimi.  Uscite dal tunnel di coda, io mi lancerò  dopo di voi col Martin Baker”. 

Il seggiolino eiettabile era stata una brillante idea di uno dei tecnici di De Angelis. Spesso e volentieri i piloti di quei velivoli dovevano rimanere al loro posto finchè l’ultimo uomo non era fuori e quando toccava a loro, molte volte non c’erano più le condizioni per lanciarsi. Il seggiolino eiettabile permetteva di governare  l’aereo in tranquillità, fino all’ultimo secondo utile, infatti garantiva la possibilità di espulsione anche da quota zero.

Il secondo pilota gli fece un cenno d’intesa, si sganciò la cintura di sicurezza e si alzò. Turchetti tornò a concentrarsi sul velivolo e guardò l’altimetro. Erano a duemilacinquecento piedi di altezza  e stavano perdendo velocemente quota, gli giunse la voce del secondo pilota che si era affacciato in cabina.

“Siamo pronti”.

“Ricevuto, aspettate che livello e andate”.

Mentre scambiavano quelle poche parole erano giunti a millecinquecento piedi. Turchetti diede un’occhiata intorno e vide che gli aerei americani si stavano allontanando, scese di altri trecento piedi, poi cabrò leggermente,  pregando di non andare in stallo e poter mantenere quell’assetto solo per i pochi secondi necessari ai suoi uomini per saltare fuori. Dopo un attimo udì in cuffia la voce del secondo pilota.

“Sono andati tutti, ci vediamo giù”.

Lasciò passare ancora un attimo, poi inserì il pilota automatico, calcò sulla testa il casco protettivo che era in un alloggiamento alla sua sinistra, collegò la maschera dell’ossigeno al seggiolino, alzò una sicura sul cruscotto e premette un pulsante. Una serie di piccole cariche fece saltare i perni che vincolavano il tetto della cabina di pilotaggio al velivolo. Per fare tutto ciò non impiegò più di quattro o cinque secondi che gli parvero un’eternità, l’aereo infatti stava perdendo velocemente l’assetto di volo ed entrando in stallo.

Tra pochi istanti sarebbe venuto giù come un sasso,  tutti gli allarmi lampeggiavano febbrilmente e i cicalini suonavano  come ossessi per avvertirlo che il suo tempo era ampiamente scaduto. 

Tirò febbrilmente la leva che azionava la catapulta, i temporizzatori e il sistema di cinghie di ritenzione, che bloccò le sue spalle in 0,2 secondi.

Mentre il seggiolino, spinto dalla catapulta,  iniziava ad abbandonare l’aereo, si attivarono i dispositivi di estrazione paracadute e di separazione pilota-seggiolino, le gambe vennero retratte dalle apposite cinghie e si aprì l’impianto dell’ossigeno di emergenza.

Al termine della corsa della catapulta, il seggiolino era abbastanza sollevato da permettere l’accensione del pacco razzi che produsse una spinta di oltre due tonnellate per 0,2 secondi. La fase di propulsione durò mezzo secondo al termine del quale il temporizzatore, attivato all’inizio della sequenza, azionò il paracadute stabilizzatore e dopo circa un secondo il paracadute principale.

Non appena il paracadute principale si dispiegò completamente, avvenne la separazione tra il seggiolino e Turchetti, e lo sgancio del kit di sopravvivenza che rimase legato al pilota tramite un cavo di quattro metri. Mentre scendeva appeso al suo paracadute, riuscì a individuare il resto dell’equipaggio a meno di un miglio a est della sua posizione. La colorazione arancione delle due capienti zattere autogonfiabili le rendeva perfettamente visibili anche da quella distanza. Riflettè velocemente sul da farsi, ci sarebbero voluti giorni prima che potessero soccorrerli e forse  parecchio di più.

L’unica cosa sensata gli parve tentare di dirigersi verso le Cocos. Tra breve sarebbero state occupate, e una volta a terra potevano attendere l’arrivo delle loro truppe con una certa tranquillità. Sulle zattere c’erano teli mimetici per mascherare quell’arancione, un pò troppo visibile per i suoi gusti, delle vele e dei fuoribordo a propulsione elettrica che potevano essere ricaricati con il pannello solare in gel che rivestiva tutta la tenda di copertura. Con un pò di fortuna potevano raggiungere le isole in quattro o cinque giorni e comunque, nelle loro condizioni, il tempo aveva una importanza abbastanza relativa. L’importante adesso era sopravvivere.

 

Spruance era chiuso nel suo ufficio a bordo della United States, e stava tentando di valutare  le dinamiche della battaglia aerea che si era appena conclusa. Un elemento si era imposto subito alla sua attenzione, in tutta la sua devastante evidenza. I suoi due gruppi aerei, ossia sedici squadriglie di dodici velivoli ognuna, equipaggiate col meglio che la loro industria aeronautica produceva in quel momento, l’F87 Typhoon, un caccia a reazione ben armato, capace di ottime prestazioni, in grado di superare agevolmente i mille chilometri l’ora di velocità e di raggiungere una quota di tangenza di oltre quattordicimila metri, si erano scontrati con tre quadrimotori a elica italiani e ne avevano abbattuto uno.

Per ottenere quel risultato mortificante, visto che erano duecento contro tre,  avevano perduto sessantacinque apparecchi. Cinquantatre abbattuti durante il combattimento, e dodici rientrati in condizioni tali da doverli buttare a mare subito dopo l’appontaggio.           

Se avessero insistito nell’azione, ammesso di avere sufficienti munizioni per farlo, probabilmente sarebbero riusciti ad abbattere anche gli altri due velivoli nemici, ma sicuramente avrebbero perduto la maggior parte dei loro. Aveva dato ordine di interrompere l’attacco proprio per questo motivo. La progressione delle perdite era stata talmente impressionante nella sua rapidità, da spingerlo quasi fisicamente a ordinare alle sue squadriglie decimate di disimpegnarsi e rientrare immediatamente.

Quaranta piloti erano sicuramente morti a bordo degli apparecchi esplosi in volo, dodici  erano riusciti a rientrare e tredici risultavano dispersi. Probabilmente si erano lanciati e gli elicotteri SAR delle portaerei li stavano cercando. Un bilancio spaventoso. Prima di dare il via all’azione era ben consapevole  che ottenere una prima vittoria sarebbe stato difficile e dispendioso, ma non immaginava certo una catastrofe di quelle proporzioni.

Il rapporto di uno a sessantacinque era semplicemente agghiacciante.

Il comandante  Valentine, nel suo rapporto, aveva riferito che gli italiani avevano messo a segno i primi colpi da trenta miglia di distanza. Trenta miglia! Poi avevano colpito ancora da venticinque e da venti miglia. Avevano utilizzato dei razzi a quanto pareva, e a nulla era servita ogni possibile manovra evasiva. I rapporti dei piloti concordavano tutti su un particolare: quegli ordigni cambiavano direzione e seguivano l’aereo che avevano puntato. In quella fase avevano perduto quasi cinquanta velivoli e quando erano arrivati a ridosso del nemico, erano stati accolti da un fuoco di sbarramento micidiale. Un volume di colpi talmente elevato da lasciar supporre un armamento addirittura esuberante per la difesa ravvicinata. Eppure Valentine era sicuro che i velivoli nemici avessero solo sei torrette, ognuna con una sola arma e le foto scattate dai Typhoon lo confermavano. Quei tre aerei avevano tutti insieme un numero di mitragliatrici pesanti pari a quello di una sola fortezza volante, che non avrebbe mai potuto tenere testa a un solo Typhoon. Un vero mistero, a meno di accreditare  quelle armi  di una cadenza di tiro insopportabile per qualsiasi meccanismo di sparo.

Era un bel rompicapo, ma dovevano cercare di venirne a capo in fretta e mettere a punto una strategia vincente contro quei velivoli. Era sicuro che li avrebbero incontrati nuovamente, e dovevano almeno avere un’idea di come affrontarli. Avevano raccolto tutti i rullini e le pellicole degli apparati di ripresa dei Typhoon che erano rientrati. Avevano stampato una copia di tutto, dopodichè i negativi erano decollati per l’Australia a bordo di uno dei piccoli aerei-cargo di cui era dotata la nave. Da lì avrebbero proseguito verso gli Stati Uniti, per essere esaminati dagli specialisti dei servizi segreti della Marina. Gli avevano portato qualcuna di quelle foto e magari dopo sarebbe sceso per dare un’occhiata al resto di quel materiale insieme agli analisti che lo stavano esaminando, ma adesso non era proprio nello spirito adatto.

Fu assalito da un senso di impotenza frustrante. Non riusciva proprio a digerire quanto era accaduto. Tre dannati quadrimotori ad elica gli avevano distrutto quasi mezza forza aerea e gli vennero i brividi a pensare cosa  sarebbe successo quando avrebbero incontrato i loro aviogetti.

Mentre rifletteva si avvicinò a un bollitore poggiato su una mensola e si versò del caffè  in una grossa tazza che portava impresse le insegne del suo grado, poi tornò verso la scrivania e si rimise seduto.

A proposito di future strategie, una cosa gli dava molto da pensare, molto preoccupante in prospettiva. I velivoli con i quali si erano scontrati non facevano sicuramente parte dell’arsenale arrivato dal futuro con Lupo di Monteforte. Non riusciva a identificare l’esatto perchè  di quella convinzione, ma era assolutamente certo che fosse esatta. Ci riflettè sopra per l’ennesima volta.  Quegli aerei erano dei grossi quadrimotori, quindi non decollavano da una portaerei ma avevano basi a terra. Magari qualche isola dell’Oceano indiano. Spruance si avvicinò a una carta nautica appesa a una paratia della grande cabina, la guardò a lungo e concluse che era per forza così.

Gli italiani stavano avanzando, occupando un’isola dopo l’altra e installandoci le basi di supporto alle loro squadre navali e gli aeroporti per i loro velivoli a grande autonomia, tipo quelli con i quali si erano scontrati. Osservò bene la carta e il prossimo obiettivo del nemico gli fu chiaro. Ha ragione Nimitz, pensò, vanno alle Cocos.

Da lì avranno nel loro raggio d’azione le coste occidentali dell’Australia e l’Indonesia a un tiro di schioppo. Dunque, se quella è la loro strategia, non hanno sicuramente disperso i loro  aerei  tecnologicamente più avanzati in una miriade di piccoli gruppi distaccati nelle varie basi, ma li  utilizzano sicuramente come riserva strategica. Si ricordò che quando erano sbucati dal futuro e avevano disintegrato l’Ottava Armata britannica a El Alamein, erano arrivati dal mare e dunque i loro velivoli migliori equipaggiavano sicuramente le linee di volo delle portaerei. Quelle giunte dal futuro, tre, se ricordava bene i rapporti che aveva letto. E a pensarci bene era anche logico che fosse così. Quelle navi costituivano delle letali task-force, pronte a intervenire ovunque, secondo necessità.

Prese dalla scrivania la foto di un quadrimotore nemico e la guardò  bene. Non dava per niente l’impressione di un velivolo del futuro. Aveva visto quelle dei Jet  che avevano attaccato l’armata di Montgomery ed erano veramente impressionanti. Si capiva subito che non era roba di metà degli  anni ’40 ma questo qui no. Lo scrutò ancora attentamente e concluse che se anche era bello a vedersi e mortalmente efficace, non aveva nulla che lo qualificasse a prima vista come il prodotto di una tecnologia molto più avanzata dell’attuale.

Quegli aerei erano stati prodotti adesso, l’Italia non aveva roba del genere, prima. Erano stati realizzati seguendo un progetto, specifiche e standard costruttivi certamente molto avanzati, ma comunque compatibili con lo stato dell’industria aeronautica italiana, che se pur era in fase di ammodernamento, certamente non poteva essere ancora in grado di produrre velivoli degli anni duemila. Prese la tazza del caffè e ne mandò giù un lungo sorso, ustionandosi la gola per quanto era caldo, ma non ci fece quasi caso. Era troppo perso dietro ai suoi pensieri

Il presidente Roosevelt aveva ragione quando diceva che li avrebbero sommersi col numero. Erano  sicuramente in condizioni di farlo e oggi lo avevano anche fatto, ma il risultato di tale schiacciante superiorità numerica era stato che duecento aviogetti non ce l’avevano fatta contro tre quadrimotori ad elica.

Questa era la cruda realtà e non erano certo state  le capacità aeronautiche degli apparecchi nemici a renderli così inavvicinabili. Alla fine sempre di quadrimotori a elica si trattava. Quadrimotori contro aviogetti da caccia, quadrimotori che volavano a una velocità di trecento miglia scarse. La metà di quella dei loro aerei, almeno così avevano stimato i piloti dei Typhoon. I superstiti.

A quel pensiero fece una smorfia scuotendo la testa, riguardò   ancora una volta la foto e convenne con Valentine che  a prima vista quei velivoli somigliavano ai nuovissimi B29 dell’ USAF appena entrati in linea,  ma evidentemente erano dotati di una  tecnologia e di armi che facevano la differenza e a quanto pareva non era una differenza da poco. Sessantacinque a uno.  In quei due numeri c’era tutto.

Valentine gli aveva riferito che l’equipaggio del quadrimotore abbattuto si era lanciato col paracadute. Dovevano catturare quegli uomini a ogni costo e convincerli, o costringerli, a collaborare. Dovevano assolutamente saperne di più della  loro tecnologia, delle loro armi e delle loro tecniche di combattimento e questa poteva essere l’occasione giusta per  iniziare a comprendere bene cosa avevano di fronte. Tre velivoli, sulla carta talmente inferiori come prestazioni da non essere nemmeno paragonabili ai loro, ne avevano affrontati duecento, abbattendone sessantacinque. Un pensiero che lo faceva stare male solo a sfiorarlo con la mente.  Quegli uomini potevano spiegare come ciò era stato possibile. Era quindi indispensabile trovarli al più presto e allontanarsi poi da quelle acque. Anche con una certa urgenza. Il convoglio nemico si stava avvicinando ed era scortato da un gruppo da battaglia con due portaerei. Dopo la batosta che avevano appena  rimediato non era assolutamente il caso di verificare sul campo anche  le prestazioni degli aerei imbarcati italiani.

 

L’ammiraglio Marini voleva assolutamente recuperare i suoi uomini. Doveva recuperarli. Intanto non gli piaceva per niente il pensiero di quei ragazzi soli, in mezzo all’oceano, e poi  quei velivoli erano parecchio sofisticati e pieni di segreti e bisognava evitare che gli equipaggi  cadessero prigionieri. Solo che recuperarli non era affatto semplice.

L’unica possibilità era con gli elicotteri, ma anche con i serbatoi supplementari ci sarebbero voluti otto rifornimenti in volo per compiere il tragitto di andata e ritorno. Ci pensò su ma non esistevano alternative. La copertura aerea poteva essere fornita dai Macchi MC302 Freccia del Genova e del Venezia e i dieci aerotanker della base di Diego Garcia, che erano già tutti in volo, avrebbero garantito  i punti di rifornimento per elicotteri e velivoli, rimanendo a orbitare nei circuiti loro  assegnati mentre gli AWACS avrebbero sorvegliato tutto lo spazio interessato alle operazioni di ricerca e recupero. Dovevano mettere su una operazione parecchio complessa per salvare i ragazzi, ma era loro dovere farlo. Marini diede un’occhiata all’ultimo rapporto, gli aerei radar segnalavano la forza navale nemica ancora presente in zona. Gli elicotteri delle due portaerei stavano recuperando i piloti abbattuti ma era evidente che stavano cercando anche l’equipaggio italiano. La prima cosa da fare era dunque convincere gli americani a levarsi dalle scatole, pensò, sperando che nel frattempo non trovassero i suoi uomini. Riflettè per un attimo sul da fare, poi impartì gli ordini per fare alzare in volo un’altro robusto pacchetto di velivoli. Pattugliatori con gli Harpoon e aerei scorta, accompagnati da due o tre squadriglie di caccia delle due portaerei. Questo assetto più robusto avrebbe potuto fronteggiare qualunque tentativo di intercettazione, consentendo ai suoi aerei d’attacco di proseguire nella missione.

Controllò nuovamente il rapporto sulla sua scrivania. Sentinella Uno, Due e Tre si erano già riforniti in volo e tenevano sotto stretta osservazione i movimenti degli americani. Non ci sarebbero stati avvicendamenti per loro nelle prossime ore. Andò in sala radio, chiamò l’ammiraglio Imperiali, al comando del gruppo da battaglia che scortava il convoglio, e gli espose il suo piano. Quando ebbe finito Imperiali mise a disposizione anche gli elicotteri SAR  CA-43 delle sue navi per effettuare la ricerca e il recupero dell’ equipaggio finito in mare. Quei mezzi erano la copia degli Augusta-Sikorsky HH-3E, venivano prodotti dalla Caproni, potevano essere riforniti in volo e in caso di necessità ammarare per recuperare i naufraghi. L’equipaggio del BZ308/s abbattuto disponeva di radio satellitari nei kit di emergenza e non avrebbero dovuto essere molto difficile  individuarli. Non c’era tempo da perdere e un’ora dopo tre elicotteri  decollarono dalle due portaerei. Erano molto più lenti degli aerei e dovevano muoversi subito per arrivare in tempo utile per essere protetti durante la ricerca.

 

Ad Alessandria d’Egitto, Magri aveva lasciato la sala operazioni e aveva raggiunto l’ufficio di Lupo di Monteforte, situato  nella torre al centro della grande area che ospitava il nuovo quartier generale. Il complesso di edifici, molti dei quali erano ancora in costruzione, occupava tutto l’istmo che separava il porto dell’Eunostos dal Grande Porto. Il quartiere di Ras al-Tin era stato completamente demolito e i palazzi che avevano rilevanza storica, come il Palazzo reale e il Circolo navale Khediviale, erano stati restaurati e ospitavano ora le scuole ufficiali e sottufficiali, gli  alloggi di foresteria e le strutture ricreative.

Filippo Magri stava illustrando  a Monteforte quanto era appena avvenuto al largo delle coste australiane.

“Come supponevamo. Sono due dannate classe Forrestal e gli aerei sembrano FJ-2 Fury. Tutta roba dei primi anni cinquanta. A quanto pare hanno accellerato di  parecchio il loro sviluppo di mezzi e  armamenti”.

Lupo gettò una rapida occhiata alle fotografie che Magri aveva appoggiato sulla scrivania poi si passò una mano sul viso, massaggiandosi le tempie. “Beh, alla fine non mi sorprende più di tanto. Hanno un potenziale industriale spaventoso e ne eravamo ben consapevoli, era logico che avrebbero forzato i tempi sui nuovi progetti”.

Magri annuì mentre si metteva seduto. “Marini e Imperiali stanno tentando di recuperare l’equipaggio del velivolo abbattuto. Parteciperanno anche due sezioni di pattugliatori armati di  Harpoon che lanceranno un nuovo attacco contro quelle portaerei. Il quadro generale si sta deteriorando troppo velocemente, però”. Lanciò una lunga occhiata al suo interlocutore. “Non credo che si possa tirare avanti a giocare al gatto col topo ancora a lungo. Dobbiamo chiudere la partita con gli americani e lo dobbiamo fare in fretta”.

Lupo sospirò.

“Parli bene, ma sai meglio di me che a chiacchiere sembra sempre tutto facile. In fondo è vero che giocano grandi distanze e territori immensi, ma nulla che non si possa addomesticare con la nostra superiorità  tecnologica e di mezzi”. Restituì lo sguardo a Magri, mentre un sorriso beffardo compariva sul suo volto corrucciato. “Ma tu sei troppo esperto per cadere nel trabocchetto dell’ottimismo a buon mercato, se prima non si creano le condizioni per un deciso cambiamento nella loro politica, non è pensabile una soluzione unicamente  militare. E poi, cosa mai potremmo fare di così risolutivo per vincere? Occupiamo un intero continente, pieno di metropoli densamente popolate  e vediamo quanto tempo ci vorrà per trovarci in mezzo a decine di rivolte urbane? Oppure ne radiamo preventivamente al suolo la metà?”

Si alzò in piedi e si avvicinò a una delle grandi vetrate contrapposte che costituivano due intere pareti del suo ufficio: quella che guardava verso la diga frangiflutti e il mare aperto.

“Sai una cosa Filippo? Nell’altra storia questa guerra sarebbe finita molto prima se non fosse stata utilizzata la formula criminale della resa senza condizioni e le città tedesche non fossero state  sistematicamente rase al suolo. Quel modo di procedere ha solo spinto i tedeschi a resistere fino all’ultimo. Immagino che dal punto di vista degli alleati non fu un errore, comunque. I loro progetti prevedevano il totale annientamento dell’Europa per realizzare quel capolavoro che abbiamo visto noi, dopo. Magari sono ancora convinti di riuscirci, altrimenti avrebbero chiesto almeno di incontrarci. E invece no, mettono a mare le prime Forrestal e ci lanciano contro i loro primi aviogetti. Deve essere proprio la parola pace a infastidirli”.

Magri lo seguì con lo sguardo mentre si avvicinava alla sua scrivania e sferrava un poderoso pugno sul ripiano.

“Non parlano di pace, perchè pensano di vincere la guerra. E’ chiaro! Pensano di usare contro di noi quelle maledette bombe atomiche. Stupidi bastardi che non sono altro...”.

Si girò a guardare Magri con gli occhi che mandavano bagliori d’acciaio. “Non me la sento, però, di bombardare a tappeto le loro città e non siamo in condizioni di sferrare il colpo decisivo. Mancano le condizioni  politiche per invadere il territorio nordamericano e attualmente non ci sono nemmeno quelle logistiche. Non siamo ancora entrati nel Pacifico e  sono convinto che dovremo conquistare ogni isoletta che incontreremo”.

Prese le sigarette dalla scrivania e se ne accese una, tirando poi una profonda boccata. “Chiudere la partita in tempi brevi non sarà facile, amico mio. Quindi, volenti o nolenti, dovremo continuare a giocare al gatto col topo, tanto per dirla a modo tuo. Anche se il topo diviene ogni giorno più aggressivo e pericoloso”.

Andò verso un mobile bar, aprì il piccolo frigo e prese una bottiglia d’acqua minerale, rimuginando su quanto aveva appena detto mentre se ne versava un bicchiere.

Si girò verso Magri. “Ne vuoi?”

Ricevuto un cenno di diniego, rimise  la bottiglia in frigo e si dissetò, prima di riprendere il discorso.

“Sai Filippo, penso che dovremmo  prendere contatto con le comunità italo americane e con gli  ambienti politici più ostili a questa guerra laggiù e spiegare cosa stiamo facendo e perchè. C’è parecchia gente da loro che non è per niente d’accordo con la linea politica adottata da Roosevelt”.

Si alzò nuovamente in piedi e si avvicinò alla vetrata  del suo ufficio rivolta verso la città. Mentre riordinava le idee rimase per un attimo a osservare il traffico di mezzi militari che si intravedeva in lontananza, dietro le ultime banchine del porto.

 

“La catastrofe ambientale che incombeva quando siamo partiti era stata innescata dalla loro impostazione del mondo, non certo da un capriccio divino”, disse poi, quasi tra sè, seguendo il filo dei suoi pensieri e rimanendo di spalle.

Poi si voltò sorridendo. “Dunque, caro Filippo, purtroppo non possiamo limitarci a vincere la guerra seppellendoli di missili e bombe e ritrovarci poi con una pace imposta che non poggerebbe su altro che la forza delle armi”. 

Magri era sbalordito. Non riusciva a comprendere dove volesse arrivare e tentò di interloquire, ma Lupo lo bloccò con un cenno della mano e continuò imperterrito.

“Hitler è morto. Paradossalmente, è stato il loro alleato migliore. L’alibi perfetto per mascherare con la crociata per la libertà i reali interessi che c’erano dietro  questa guerra”.

Poi si avvicinò e lo guardò dritto negli occhi.

“Venendo qui sono saltate tutte le strutture sociali e di relazione del nostro tempo. I vincoli di appartenenza a questa o a quella confraternita, le complicità, le reti di protezione e i sistemi di potere consolidati. Tutta quella robaccia è rimasta lì. Qui abbiamo trovato quello che c’era in questa epoca. E’la stessa roba, ma non ci coinvolge”. Un sorriso di soddisfazione gli illuminò il volto. “Non hanno strumenti contro di noi, Filippo. Non ci possono rimuovere e nemmeno comprare, non possono favorire le nostre carriere, nè garantirci alcunchè. Non ci possono nemmeno minacciare e ricattare. Possono provare a ucciderci e con Mussolini ci hanno anche provato, ma lo possiamo fare anche noi, però, e liberare il mondo dalla loro presenza”.

Magri trattenne il fiato, Lupo di Monteforte non aveva mai fatto affermazioni così esplicite e chiare. Aveva appena dichiarato guerra ai veri padroni del mondo. Il presidente non si era sbagliata a sceglierlo.

Sostenne il suo sguardo con fermezza. “Che vuoi fare?”, gli chiese.

“E’mia intenzione costituire un gruppo speciale che si occuperà di questo aspetto della vicenda. Sai,  mi sono letto con molta attenzione tutto  il tuo fascicolo personale, compresa la parte segretata cui non avevo avuto accesso nel periodo che ha preceduto  l’inserimento. Adesso, come per miracolo, non ci sono più blocchi”.

Monteforte guardò l’ufficiale che aveva di fronte per osservarne le reazioni, ma vide che era rimasto impassibile e allora continuò.

“Magari quando avrai voglia mi spiegherai perchè ho potuto prendere visione soltanto ora di quelle informazioni e hai fatto il finto tonto con me. Immagino che ci fossero dei motivi molto seri. Sei qui per controllarmi, Filippo?”

Magri sospirò e si morse leggermente il labbro inferiore.

“Controllare è una brutta parola. Aiutare mi pare più corretto. Ti sono amico Lupo e lo sai perfettamente, ma in una operazione come questa nulla poteva essere lasciato al caso e il presidente mi aveva caldamente raccomandato di starti vicino. Mettiamola così, che poi è la verità”.

Lupo  ridacchiò.

“Aveva paura che mi montassi la testa o cosa?”

Magri fece una smorfia.

“Bah, potevano succedere tante cose, e se ti può interessare, io non avrei nemmeno dovuto venire fino a qui. La sera che ti dissi che partivo con voi, ero sconvolto per la mia famiglia ed ero sincero. All’ultimo istante non me l’ero sentita di tirarmi indietro, anche se il mio compito era solo quello di controllare che filasse tutto liscio fino alla partenza e  tu non facessi scoppiare un putiferio dei tuoi con quel bel caratterino che ti ritrovi. Il presidente aveva pensato che fosse meglio mi richiedessi tu nello staff, piuttosto che importi la mia presenza. Lupo, credimi, il capo di questa spedizione sei sempre stato tu, fin dall’inizio, senza mezze misure, e una volta qui non aveva più senso mantenere il blocco sul mio fascicolo. L’ho tolto, nella speranza che te ne accorgessi e chiarissimo le cose”.

Lupo capì che era sincero. Filippo aveva obbedito agli ordini, svolgendo il suo compito con discrezione e il suo apporto era stato fondamentale nella fase che aveva preceduto l’inserimento. L’avere adesso  eliminato il blocco sul suo fascicolo personale, dimostrava che intendeva procedere nella chiarezza e non voleva ombre nei loro rapporti.

“Sta bene, ti credo. Senza riserve di alcun tipo”, gli rispose. ”Avevo immaginato qualcosa del genere. La lettura della parte riservata delle tue note caratteristiche è stata una vera rivelazione. Altro che soldato da operetta. Il presidente non ti aveva certo scelto come consigliere militare solo perchè venivi bene nelle fotografie, mi pare.  Tutti gli aspetti della guerra rivoluzionaria e del sovvertimento  dell’organizzazione  sociale del nemico  pare non abbiano segreti per te. Ho visto che eri considerato uno degli ufficiali NATO più preparati in questo settore. Sempre presente  quando c’era da organizzare qualche porcheria. E mi pare di ricordare che di porcherie ne abbiamo combinate fin troppe.  Sei  stato anche un anno presso il 4th Psycological Operations Group a Fort Bragg”. Lupo sorrise con aria complice. “Il corso di guerra psicologica immagino, l’ho frequentato anche io. In forma ridotta però, solo cinque settimane poi mi sono dedicato ad altro”.

Magri lo interruppe. 

“Lo so che ti sei dedicato ad altro. Ho letto anch’io le tue note caratteristiche per rinfrescarmi la memoria, prima di venirti a prendere a Ciampino quel famoso giorno. Sei un militare tutto d’un pezzo, Lupo, senza tentennamenti e  mezze misure, col torace perennemente rivolto verso il rombo del cannone. Però, ho anche notato, con piacere, che da quando siamo qui stai sviluppando caratteristiche  parecchio interessanti. Amico mio, per fortuna stanno emergendo peculiarità che vanno ben oltre quelle di un generale di fanteria. Continuo a non capire cosa hai in mente, però. Spiegati meglio, per piacere”.

Lupo annuì sorridendo.

“Sto pensando a una radio che trasmetta h.24 su tutto il loro territorio, a raid aerei sulle loro città che dimostrino la nostra assoluta padronanza del cielo, durante i quali lanceremo milioni di volantini e non bombe, come fece D’Annunzio su Vienna. E poi a eliminazioni mirate. Assolutamente selettive. L’esatto contrario dei bombardamenti a tappeto. Quindi dobbiamo realizzare una mappatura del loro sistema di potere. Quello cui ho fatto cenno poco fa”.

Ricordò quanto era accaduto a Villa Torlonia e l’ordine  impartito dall’ ammiraglio ai commandos inglesi del SAS di uccidere anche le donne e i bambini della famiglia Mussolini. Quel pensiero gli provocò una scarica violenta di adrenalina. Tacque per qualche istante e quando riprese a parlare la sua voce era gelida.

“Appena saremo pronti e avremo chiaro chi sono e dove sono, li inizieremo a liquidare, uno per uno, trattandoli per quello che sono. Una banda di criminali”.

Lupo ripensò al messaggio che aveva lasciato al comandante del SAS, ferito e fatto prigioniero durante l’attacco alla residenza del Duce, prima di rispedirlo in Inghilterra: dica ai suoi capi che se vogliono giocare a questo gioco ci sappiamo giocare anche noi, e abbiamo braccia più lunghe delle vostre.

Nel rammentare quelle parole e il loro significato di morte,  il suo volto si indurì fino a divenire di pietra. I lineamenti, adesso, erano stravolti dalla tensione, la mascella contratta pareva sul punto di spezzarsi e l’abbronzatura era scomparsa, sostituita da un biancore spettrale.

“Nessuna pietà...”, mormorò, e il suo tono di voce parve un brontolio di tempesta.

Magri fu quasi stupito dal veder trasparire così chiaramente le emozioni sul volto del suo amico.

Monteforte lasciò passare quell’attimo prima di continuare.

“Voglio uomini e donne capaci di infiltrarsi nel loro territorio e portare a termine questo lavoro. Ma non solo, dovranno anche  prendere contatti con le comunità italo americane e creare dei movimenti di opinione che alimentino il dissenso. Dobbiamo mettere su un gruppo di analisti che valuti i loro uomini politici, i maggiori esponenti dell’economia e della finanza e i loro capi militari. Ci serve il loro profilo psicologico, dobbiamo selezionare la parte sana della loro classe dirigente, con la quale  cercare di intenderci e ricominciare da capo, quando questa guerra sarà finita”. 

Magri si rese conto di quanto Lupo patisse emotivamente il peso del conflitto. Era nuovamente alla vetrata ora, che guardava fuori. In silenzio. Filippo aspettò che si calmasse, finchè non si girò, col volto che aveva ripreso un aspetto più sereno.

“L’unico modo che abbiamo per arrivare alla pace e raggiungere l’obiettivo della nostra missione è che il popolo americano si liberi della sua cupola di potere finanziario e politico, dei suoi circoli esclusivi, dell’ influenza delle grandi famiglie di banchieri e prenda poi una strada molto diversa da quella dell’altra storia. Per fare ciò, dovranno avere il loro 25 Luglio e la loro Norimberga”.   Adesso Monteforte sorrideva. “Spero di essere stato chiaro”, concluse.

Magri era allibito.

“Gesù Cristo, Lupo, ma tu dormi bene la notte? Se non ti conoscessi bene penserei che hai disturbi seri della personalità”. Filippo si interrupe e ci pensò sopra un attimo prima di riprendere. “Parli come un capo rivoluzionario del ‘900 e anche il tuo armamentario ideologico sembra abbastanza datato. Io sono stato addestrato  a combattere le rivoluzioni, non a farle. Ma stai dicendo sul serio o hai voglia di scherzare?”

Monteforte scoppiò a ridere.

“La Del Lago, allora, mi definì un golpista  e adesso tu  mi vedi un capo rivoluzionario. Fammi capire, cos’è che vi fa così paura di me? Io voglio solo restituire al mondo il suo ordine naturale. E’ questo l’oggetto del contendere e adesso siamo arrivati alla resa dei conti. Io faccio sul serio, Filippo. Quanto alle tue competenze, vedi di non prendermi in giro per piacere”.

Guardò Magri, che aveva un’aria visibilmente perplessa.

“Voglio te a capo di questo progetto e di questo gruppo. Solo tu sei in grado di guidarlo. Prenditi tutti i migliori elementi che trovi. Militari e civili. Butta giù una ipotesi di lavoro. Ah, quasi  dimenticavo, cerca di rintracciare subito Ezra Pound e coinvolgilo nel nostro progetto. Hai capito chi è, no?”

Magri alzò gli occhi al cielo.

“Chi, il poeta?”

Lupo annuì.

“Sì caro mio, proprio il poeta. Non era un sognatore fuori dal mondo o un visionario ingenuo, ma un perfetto lettore della realtà, uno che aveva capito tutto, prima ancora che tutto avvenisse. Comprese che difficilmente per il vinto ci sarebbe stata rivincita e  disse con chiarezza che alla base della  entrata nel conflitto degli Stati Uniti vi erano gli interessi dei grandi gruppi finanziari”.

L’entusiasmo di Lupo, adesso, stava contagiando anche Magri che lo guardava con occhi affascinati. 

“Trova quell’uomo, Filippo. E’uno che considera l’etica il fondamento della politica. Un romantico sognatore. Insomma, secondo il metro di giudizio del nostro tempo, un vero coglione, calzato e vestito. Esattamente come noi, quindi non ne possiamo fare a meno. Adesso perde tempo all’EIAR. Contattalo, parlaci, sono sicuro che ci aiuterà, e altri ne verranno. Abbiamo bisogno di mettere insieme un gruppo di guerrieri che abbiano conservata intatta la capacità di sognare”.

Magri sbuffò rumorosamente.

“Cazzo Lupo, un guerriero che sogna. Questa me la devo scrivere, porca puttana!  Ammesso che io accetti come farai col resto? Qui passa tutto per le mie mani. Amico mio, tu sei bravo a parlare, a tirare fuori idee brillanti, tipo questa, ma poi serve qualcuno che organizza e coordina l’attività quotidiana “.

Monteforte girò intorno alla sua scrivania e si rimise seduto.

“Di questo non ti devi preoccupare, siamo pieni di ufficiali in grado di sbrigare quelle incombenze, ma solo tu sei all’altezza del compito che ti ho appena affidato. Filippo, sei l’unico soldato politico che conosco, l’unico che abbia le qualifiche e la sensibilità per gestire, con successo, una operazione come questa, determinante ai fini della guerra. Solo tu puoi mettere su e far funzionare il circo equestre che ci servirà”.

Magri scosse la testa rassegnato.

“ Lì per lì non capivo dove volevi andare a parare. Adesso mi è chiaro, mi hai fregato un’altra volta con i tuoi dannati giochi di prestigio. Mi pare di avertelo già detto un anno fa, in una situazione analoga. Vaffanculo a te Lupo e vaffanculo pure a me che ti do sempre retta. Quando si comincia?”

“ Subito”

 

Turchetti era riuscito a mettersi in contatto con la sala operazioni di Diego Garcia e aveva fornito una indicazione di massima sulla loro posizione. Appena avevano visto in lontananza gli elicotteri americani, in cerca dei loro piloti abbattuti, avevano camuffato le zattere con dei teli mimetici cangianti, realizzati con lo stesso tessuto delle uniformi del sistema “soldato futuro”, che assumevano la colorazione dell’ambiente circostante. Il sole era già tramontato,  adesso era molto difficile, per non dire impossibile, individuarli dall’alto e avevano alzato le piccole vele mimetizzate di cui erano dotate le zattere.

Erano già parecchie ore che erano in mare e, fortunatamente, spirava una leggera brezza da Sud Est che li stava sospingendo verso le Cocos. Avevano utilizzato i fuoribordo elettrici per allontanarsi il prima possibile dal punto dell’abbattimento, e  avevano navigato per diverso tempo a due nodi e mezzo di velocità. Adesso le batterie erano scariche e non c’era sufficiente luce per ricaricarle, avrebbero dovuto attendere il mattino successivo. Dal comando di  Diego Garcia aveva saputo che i soccorsi erano già partiti, guardò i quattro uomini che erano con lui e vide volti sereni, avevano assicurato la seconda zattera alla loro con una cima, stabilì i turni di guardia e cercò di riposare.

 

La portaerei Genova mise la prua al vento e accellerò alla massima velocità, i primi due aerei della 12^ squadriglia “La Moschettiera” erano già agganciati alle catapulte e attendevano il segnale di decollo, dopo la 12^ sarebbe toccato alla 16^ “Rombo di tuono” alzarsi in volo. Lungo il percorso avrebbero incontrato i pattugliatori con gli Harpoon ed i BZ308 scorta decollati da Diego Garcia e avrebbero proseguito in formazione, fino alla zona in cui gli AWACS segnalavano i gruppi da battaglia americani. I tre elicotteri SAR  Caproni, che avevano il compito di recuperare l’equipaggio del velivolo abbattuto, erano già decollati da diverse ore. Erano parecchio più lenti degli aerei e avrebbero dovuto effettuare parecchi rifornimenti in volo.

A pochi secondi di intervallo l’uno dall’altro i due caccia decollarono e immediatamente le catapulte vennero ricaricate con altri due velivoli. Lungo le duemila miglia che li separavano dal loro obiettivo erano state create diverse zone di rifornimento, dove aerei ed elicotteri avrebbero potuto ricevere il carburante dagli aerotanker che sarebbero rimasti a orbitare nei quadranti loro assegnati per tutta la durata dell’ operazione. Anche se era nata per salvare l’equipaggio abbattuto, era ormai chiaro a tutti che un simile spiegamento di forze significava che l’obiettivo finale non potevano che essere le due portaerei americane.

I ventiquattro caccia del Genova, insieme ai BZ308 scorta, avrebbero permesso di  superare lo sbarramento degli intercettori nemici e di portare a termine l’ attacco questa volta. Erano i nuovi Macchi MC302 Freccia da poco entrati in linea di volo,  bimotori  propulsi da una coppia di  turboreattori  Castoldi da 15 Kn di spinta ciscuno, 18 con l’inserimento del post-bruciatore, raggiungevano 1.140 Km/h ed erano armati con due repliche del cannone-revolver Mauser da 27mm. che veniva prodotto nello stabilimento OTO di La Spezia e con quattro missili a ricerca termica i FIARM/rt di produzione nazionale.

Il lancio dei velivoli era terminato, le due Squadriglie si misero in formazione e si allontanarono verso il punto di rendez-vouz, centocinquanta miglia ad Est.

 

Spruance voleva catturare quegli uomini, ma si rendeva anche conto che rimanere a lungo in quelle acque poteva divenire un grosso rischio. All’inizio di quel giorno era convinto di potersi confrontare con la scorta del convoglio nemico in arrivo e di poterne uscire vincitore ma adesso, sul far della sera, dopo il sanguinoso scontro tra i suoi aerei e i quadrimotori italiani, aveva perso molte delle sue intime  certezze.

Alcune ore prima aveva  immaginato che, tolti i mezzi che si erano portati dal futuro, gli italiani disponessero di aerei più o meno simili ai loro. Adesso aveva capito che non era per niente così e che esisteva un divario che andava ben oltre quanto poteva apparire ad occhio nudo. Il pensiero che potessero tornare in forze e attaccare le sue navi gli fece venire i brividi.

Stavano per varare altre quattro portaerei come la United States e la Fort Washington e diverse altre, più piccole, da quarantamila tonnellate, la classe Ticonderoga, stavano terminando le prove a mare prima di ricevere i loro gruppi aerei, ma ci sarebbe voluto ancora un mese, un mese e mezzo, prima che tutto quel naviglio divenisse operativo e fino a quel momento c’era solo la sua task-force a presidiare il Pacifico.

Sapeva che i lavori di fortificazione delle isole stavano procedendo velocemente, ma le isole non navigano e le ingenti forze aeree che vi erano dislocate avevano un raggio d’azione  abbastanza limitato e non potevano certo coprire l’intero Oceano. Quello sbarramento avrebbe funzionato solo quando sarebbe stato integrato da dieci, quindici, gruppi da battaglia come il suo, che avrebbero chiuso ogni rotta verso est, potendo contare sull’appoggio determinante delle forze aeree basate a terra e di una logistica dei rifornimenti che non li avrebbe costretti a rientrare ogni volta a Pearl Harbour.

Non poteva mettere a repentaglio le sue navi proprio  in quel momento. Al momento, erano tutto  ciò di cui disponevano. Le vecchie portaerei erano ormai  roba da museo e Nimitz aveva già dato ordine di farle rientrare tutte. Sarebbero state ammodernate, se possibile, o smantellate e totalmente ricostruite, come era molto più probabile.

Nello stesso tempo si rendeva conto che mettere le mani su quell’equipaggio italiano era quasi indispensabile. Potevano capire molto della loro tecnologia, delle loro armi, delle loro tattiche e magari anche di quanto avevano in animo di fare. Guardò l’orologio, erano le 20.30. Fece un rapido e soddisfacente compromesso con se stesso. Avevano recuperato tre  piloti dei Typhoon, ne mancavano ancora cinque o sei all’appello. Ormai era notte e avevano sospeso le ricerche, le avrebbero riprese all’alba e mantenute fino a mezzogiono. Avrebbe utilizzato quel tempo per cercare gli italiani con due elicotteri e la dozzina di TBF Avenger che aveva a bordo ma allo scadere avrebbe invertito la rotta e sarebbe filato via alla massima velocità possibile. Uscì sull’ala di plancia e guardò il cielo verso occidente, augurandosi che la notte trascorresse tranquilla.

 

13 Novembre 1943 – Roma -

 

Avevano trovato un bar aperto in Via del Corso, il caffè Aragno. Ruggeri fece scendere il presidente e quattro uomini della scorta davanti all’ingresso del locale, poi proseguì con tutto il convoglio per cercare un punto dove parcheggiare che desse il meno possibile nell’occhio. Veronica Del Lago entrò rapidamente dentro al locale. Durante il breve tragitto aveva notato che c’era parecchio movimento a giro e si respirava un’aria serena, quasi allegra, che traspariva dal volto dei passanti che avevano incontrato e che ritrovò in quello degli avventori del bar che era pieno.

Non riusciva a farsi una idea esatta  nè su che ora fosse, nè in che periodo si trovassero, anche se  le appariva chiaro che non era stato il nuovo passato, originatosi alle loro spalle, a raggiungerli ma erano stati loro a essere risucchiati indietro, pur se non riusciva assolutamente a comprendere come ciò potesse essere avvenuto.

A una sommaria impressione, almeno a giudicare dalle autovetture che avevano incrociato e da come erano vestite le persone, avrebbe scommesso che si trovavano nel pieno degli anni ’40, ma non pareva affatto che l’Italia fosse in guerra, tutt’altro. Le facce degli avventori erano serene, a quanto poteva vedere non era in vigore alcun oscuramento e il chiacchiericcio di sottofondo era inframmezzato da frequenti scoppi di riso.

Notò che uno dei tavolini si stava liberando e fece un cenno a uno dei suoi angeli custodi che immediatamente andò a prenderne possesso. Si diede una rapida occhiata intorno e si rese conto, con un certo sollievo, che i loro vestiti non davano poi così tanto nell’occhio. Anzi, a quanto poteva vedere, erano abbastanza conformi alla moda dei quel periodo. Continuò a guardare con aria distratta e indifferente e vide che nessuno li stava osservando con particolare interesse. Tirò un  sospiro di sollievo. Non c’era un motivo  razionale e spiegabile a parole, ma aveva la netta e distinta sensazione che fosse meglio non attrarre l’attenzione e benedì in cuor suo i corsi e ricorsi della moda che, alla fine, riproponeva sempre, ciclicamente, le stesse cose.  Certo loro erano  vestiti un po’ “leggerini”. Nel loro tempo era fine Maggio, mentre lì  l’aria era decisamente più fresca. Una temperatura da fine inverno o autunno inoltrato.

Si mise seduta e notò che sul tavolino c’era una copia de Il Messaggero. Lo prese e guardò la data con un certo batticuore. Era il 13 Novembre del 1943. Quasi sobbalzò per l’emozione e il suo sguardo corse immediatamente ai titoli di prima pagina per tentare di capire quale fosse la situazione. Le bastò un attimo per capire quanto aveva clamorosamente sbagliato nel ritenere che l’Italia non fosse in guerra. Erano in guerra, eccome. Diede una rapida scorsa agli occhielli e alle prime righe degli articoli e, con immenso sollievo, capì che il suo corpo di spedizione non solo era arrivato, ma si trovava addirittura in quell’epoca. Lesse uno degli articoli e comprese che l’andamento della guerra era completamente diverso da quanto aveva studiato sui libri di storia.

Col cuore che le batteva da squassarle il petto, si immerse nella lettura, prestando la massima attenzione al contenuto dell’articolo e quando  alzò gli occhi respirava a fatica. Dunque le cose non erano andate proprio per niente come avevano progettato.

 

Non c’era stato alcun inserimento nel 1920 ma, a quanto aveva capito, il corpo di spedizione era sbucato addirittura nel pieno del conflitto e Lupo di Monteforte stava ora guidando le truppe della... guardò nuovamente il giornale, Repubblica sociale romana e della Confederazione mediterranea contro gli angloamericani che pareva le stessero buscando di santa ragione. 13 Novembre del 1943, la data le martellava nella testa.  Divorò letteralmente un altro articolo e scoprì che Mussolini era vivo e vegeto, e che nel Nord Europa la Germania aveva creato l’Unione nord europea ed era impegnata in uno scontro mortale con l’URSS.

Con la testa in totale confusione, si appoggiò allo schienale della poltroncina e cercò  di fare mente locale sulle notizie che aveva appena appreso. Anche se erano finiti in un un tempo che non era quello previsto, stavano comunque  preparando un futuro assai diverso  da quello che avevano appena lasciato. Le cose stavano dunque andando esattamente come aveva immaginato all’inizio di quella vicenda. Per un attimo provò un senso di appagamento che le scaldò il cuore.

Ruggeri, che era appena entrato, si sedette accanto a lei.

“Tutto a posto, signora. Abbiamo parcheggiato in una stradina non lontano da qui. Il grosso degli uomini è rimasto con i mezzi. Cosa vuole fare ora?”

Mentre parlava si avvide del quotidiano e la curiosità ebbe il sopravvento anche sulla sua innata discrezione.

“E’riuscita a scoprire qualcosa, signora?”

Veronica si voltò verso di lui e sorrise. Non ci stette a riflettere molto, Ruggeri doveva sapere e  tanto valeva informarlo subito.

“Comandante, quanto sta per leggere è abbastanza sconvolgente. Anche se non c’è bisogno di dirlo, la prego di mantenere una espressione neutra”.

Prese il giornale e lo porse a Ruggeri. Invece di perdersi in una lunga spiegazione, tanto valeva che apprendesse direttamente dal quotidiano come stavano le cose, tra l’altro concentrarsi sulla lettura lo avrebbe aiutato ad assorbire la botta, che non sarebbe certamente stata piccola.

Il suo caposcorta la guardò con una espressione perplessa sul volto, poi prese il giornale e lo aprì.

Iniziò a leggere con un’aria assolutamente distaccata e solo un guizzo della mascella, un fremito quasi impercettibile che non sfuggì a Veronica, lasciò intendere il turbamento che provava.

 

Da un tavolino posto in un angolo della terza saletta, quella dove la Presidente e la sua scorta avevano trovato posto, occhi attenti non avevano smesso un attimo di osservare i nuovi arrivati, fin dalla loro apparizione. Vinicio Manfrotti era arrivato al Caffè Aragno quasi in contemporanea con il convoglio di auto che trasportava la Del Lago e che aveva immediatamente attirato la sua attenzione. Non aveva perso un particolare di quei mezzi e delle persone che ne erano scese, valutando ogni dettaglio, anche i più insignificanti.

I tre furgoni neri e le tre automobili, tutti con i vetri oscurati e un veicolo mostruoso, simile  ai Suburban che aveva già visto a giro ma molto, molto più grosso, avevano quasi calamitato il suo sguardo. Non aveva mai visto roba del genere, nemmeno in mano alla gente di Lupo di Monteforte. Cercò di capire quale fosse il loro utilizzo  finchè non vennero aperti, per un breve istante, gli sportelli laterali dei furgoni e potè dare una rapida e discreta sbirciata al loro interno, intravedendo una sala operativa in miniatura in uno e due squadre in tenuta da combattimento negli altri due. Una conferma alla prima impressione che aveva avuto, istintivamente. Tutta quella gente proteggeva la donna.

Manfrotti era un ufficiale di Marina, sveglio, in gamba, bene addestrato e prestava servizio da quattro anni al  SIS, i Servizi segreti della Marina.

Era un uomo dell’Ammiraglio e si era salvato dagli arresti successivi al fallito colpo di stato della notte di Capodanno perchè, per sua fortuna, non era mai stato attivato, reso operativo e collegato ad altri elementi per formare una cellula. Essendo  totalmente sconosciuto  ai componenti della rete spionistica creata dall’alto ufficiale, era come se Manfrotti non fosse mai esistito e questo lo aveva salvato. Due anni prima, l’Ammiraglio non aveva dovuto faticare molto per reclutarlo, dopo l’ennesima, consistente, perdita al tavolo da gioco. Un evento abbastanza ricorrente nella vita dell’ufficiale, proveniente da una ricca famiglia pugliese di proprietari terrieri. Ma quella volta suo padre si era categoricamente rifiutato di fare fronte ai suoi debiti  e lo aveva abbandonato, prendendo le distanze da lui e dai suoi problemi prima di esserne travolto anch’esso. 

Vinicio era ormai rassegnato a lasciare la Marina, Roma e l’Italia per andarsene in una Colonia, magari in Africa Orientale, a tentare di rifarsi una nuova vita che prevedeva  assai più grama di quella che aveva vissuto fino a quel momento, quando un uomo vicino all’Ammiraglio gli aveva offerto il denaro occorrente per saldare il suo debito. In cambio voleva la sua totale disponibilità a valutare con grande elasticità i doveri connessi al proprio ufficio. Manfrotti comprese immediatamente che la contropartita a quell’aiuto inaspettato era la sua anima di soldato.

Un patto scellerato e antico come il mondo, ma non aveva avuto alcuna difficoltà ad accettarlo. Onore, dignità e lealtà rappresentavano infatti per lui concetti vaghi e non meglio definiti, al più dei buoni propositi che non implicavano alcun tipo di vincolo e tantomeno obblighi inderogabili. Quindi, a conti fatti,  gli parve proprio di avere  fatto un ottimo affare.

L’accordo che concluse prevedeva un cospicuo appannaggio annuale che avrebbe alimentato i suoi molteplici vizi e gli sarebbe stato versato mediante vincite fittizie a poker, a casa del rampollo di una nobile e bene introdotta famiglia romana che l’anima se l’era venduta già da un bel pezzo. 

In effetti, durante quei due anni, erano stati di parola, e inoltre, in tutto quel periodo, non avevano preteso nulla in cambio del denaro che gli versavano e  lo avevano ignorato maniera più totale. Salvo che per versargli quanto pattuito.

Era dunque rimasto totalmente fuori dalle loro vicende, riuscendo così a cavarsela nelle settimane terribili che seguirono il fallito attacco a Villa Torlonia.

Le indagini non lo sfiorarono neppure, e ottenne anche una promozione. Poi, proprio quando pensava, con una certa malinconia per i quattrini, che quel capitolo della sua vita si fosse definitivamente chiuso, il tavolo da poker aveva riaperto.

 

Ruggeri piegò il giornale e lo posò sul tavolino. Non sapeva nulla di quanto era avvenuto, di Lupo di Monteforte e della spedizione inviata nel passato. A dire il vero conosceva, come tutti, la versione ufficiale di quanto era successo, ma la tragica scomparsa di una intera flotta, con le modalità raccontate dal governo italiano, invero alquanto singolari, non lo aveva mai convinto. Non del tutto, almeno. Vivendo accanto alla Presidente qualcosa aveva intuito e aveva  sempre avuto più di un sospetto che le cose non fossero andate esattamente come era stato raccontato.

Riflettè per un breve istante che, tutto considerato, era del tutto inutile tormentarsi sul come e sul perchè si trovavano in quel tempo. Prima o poimlo avrebbero saputo, era inevitabile, ma adesso dovevano decidere cosa fare, e anche in fretta. Sia nell’immediato che nel medio periodo.

Tanto per dirne una, non avevano nemmeno i quattrini per pagare il caffè,  ed era un problema forse banale, ma da risolvere, si disse, sorridendo al pensiero. Guardò il suo Rolex Submariner pro hunter e, sospirando, vide la possibile soluzione. Almeno a quel problema.

Si sarebbe fatto prestare qualche soldo dal proprietario del bar, impapocchiando qualche scusa credibile e lasciando in pegno l’orologio. Già, e poi? Si voltò verso la Presidente che appariva molto rilassata e guardava  con curiosità la gente seduta ai tavolini. Non sembrava affatto preoccupata.

“Signora, dunque siamo finiti nel 1943.  Immagino che il Lupo di Monteforte di cui parla il giornale sia il nostro generale Lupo Mancredi di Monteforte. Quello sparito con tutta la flotta. O mi sbaglio?”

Pose la domanda in maniera asciutta, diretta e fintamente ingenua. La sua missione non era comunque cambiata, ed era quella di proteggere quella donna da ogni possibile minaccia. Per poterlo fare doveva sapere almeno ciò che lei conosceva sulla loro condizione attuale.

Veronica Del Lago era consapevole della necessità di essere sincera con Ruggeri. Alla fine lui e i suoi uomini, e gli sembrava proprio che un paio di quelli in servizio quella sera fossero sposati,  si trovavano lì per causa sua e quantomeno avevano diritto alla verità. Mentre rifletteva diede nuovamente una rapida occhiata intorno e il suo sguardo, per una frazione di secondo, cadde su una coppia seduta in un angolo della sala.

Non fu la donna, che era seduta di spalle, ad attirare la sua attenzione ma fu lo sguardo di lui. Stava guardando verso di loro e la  stava fissando. Per un attimo, un brevissimo istante, Veronica incrociò i suoi occhi, prima che l’uomo li distogliesse, cercando di dissimulare un’attenzione che solo un attimo prima era stata ben  chiara  e che lei aveva colto. Era un ufficiale di marina, un tenente di vascello le parve. Non poteva avere più di una trentina d’anni, occhi e capelli neri su un volto belloccio, decise, ma c’era qualcosa di sfuggente, quasi di equivoco, in quel volto e in quegli occhi.

Qualcosa che aveva intercettato solo per un attimo e che non la convinceva per niente. Rimase per un attimo perplessa a fissarlo mentre conversava con la sua compagna, poi riportò la sua attenzione su Ruggeri che attendeva pazientemente una risposta.

“Si, è lui. Comandante, io non so come siamo finiti qui, ma so come e perché c’è finito Lupo di Monteforte e adesso mi stia bene a sentire”.

Parlò per circa dieci minuti, con un tono di voce basso, monocorde e privo di emozioni. Quando terminò Ruggeri annuì leggermente col capo per farle intendere che aveva ben compreso, poi respirò profondamente prima di replicare.

“Credo che sarà il caso di metterci in contatto con il generale, signora. Non mi pare opportuno che si continui a vagare per Roma senza una meta precisa. E’ bene informarlo della sua presenza in questo tempo il prima possibile. Il Van comando è attrezzato con scanner e apparati radio in grado di lavorare su tutte le frequenze e su tutte le modulazioni di ampiezza, analogiche e digitali. Non dovrebbe essere un problema rintracciare le loro emissioni, anche se sono criptate. Se utilizzano ancora gli algoritmi di cifratura delle nostre forze armate come chiavi per criptare e trasmettono in pacchetti digitali, usano il nostro stesso sistema”.

La guardò poi con attenzione, cercando di capire se la risposta alla domanda che stava per farle sarebbe stata sincera.

“A proposito signora, come si sente? Dovrebbe prendere la medicina adesso, se non sbaglio...”

Veronica guardò velocemente il suo orologio che segnava quasi la mezzanotte. In effetti si riferiva all’ora che avevano lasciato, non aveva idea lì che ore fossero, ma Ruggeri aveva ragione, doveva prendere la pasticca, anche se stranamente, per la prima volta da almeno due anni, si sentiva  bene. Molto bene. Rivolse un sorriso caldo a Ruggeri e in quel sorriso c’era tutto l’affetto che provava per lui e per gli altri ragazzi della sua scorta che si prendevano cura di lei ben oltre quanto imponeva loro il servizio.

“ Sì, comandante, devo prendere la pasticca. Grazie per avermelo ricordato, francamente era da parecchio che non mi sentivo bene come stasera e me lo ero proprio dimenticato”.

Frugò velocemente nella borsetta cercando le sue pillole e, all’improvviso, si avvide di quella specie di cercapersone che Fredianni le aveva lasciato prima di partire. In effetti non ci faceva più caso ormai e aveva quasi scordato di averlo. Era acceso da più di un anno e le luci verdi pulsavano lievemente. Da quanto le era stato spiegato quello strumento era nè più, nè meno di un cercapersone, magari  un pochino più sofisticato del normale, e avrebbe aiutato gli uomini di Lupo di Monteforte a rintracciarla nel momento in cui l’onda del cambiamento, generata dal nuovo passato, avrebbe raggiunto il loro tempo. E ciò anche se lei non avesse ricordato nulla, e anche se Monteforte,  nel frattempo, fosse morto di vecchiaia. Cosa peraltro assai probabile, visto che si parlava di eventi che sarebbero avvenuti fra oltre settanta anni. Le bastava portare quello strumento acceso con sè e la avrebbero trovata. Si trattava di un protocollo speciale che sarebbe stato seguito per decine di anni. Sempre che le cose fossero andate come dovevano, ovviamente. Dunque da qualche parte, lì a Roma, doveva esserci una stazione ricevente in grado di intercettare il segnale che il suo apparecchio stava emettendo. Si ricordò improvvisamente che Fredianni le aveva detto che appena stabilito il collegamento si sarebbe acceso un led rosso. Frugò di nuovo nella borsa e prese in mano il piccolo ricevitore, avvedendosi che, in effetti, quasi timidamente, anche un piccolo led rosso, opposto a quelli verdi, aveva preso a lampeggiare. Veronica capì che qualcuno, in quel tempo e in quel preciso istante, era al corrente che lei era lì e sentì le lacrime premere sulle sue ciglia.

Lasciò cadere il ricevitore nuovamente dentro la borsetta e si voltò verso Ruggeri sforzandosi di mantenere la calma.

“ Comandante...”, cercò una conferma a quanto stava per dire nelle pulsazioni rosse che lampeggiavano nella penombra della sua borsa, “... credo che tra breve si metteranno  in contatto con noi”.

Cercò poi con maggiore convinzione e alla fine trovò il blister che stava cercando. Fece saltar fuori una pasticca, la appoggiò sulla lingua e la mandò giù con una lunga sorsata d’acqua.

 

“Capo Drago da Jolly uno-uno, siamo alle vostre spalle, dieci miglia. Rimaniamo in questa posizione. Cambio”.

Il pilota di uno dei BZ308 scorta che era al comando della formazione di quadrimotori afferrò il microfono della radio e rispose.

“ Jolly Uno-uno da Capo Drago, erano già diversi minuti che stavamo seguendo le vostre mosse, ragazzi. La prossima volta non avvicinatevi così silenziosamente al nostro culo. Ci rende nervosi e abbiamo dei pungiglioni molto velenosi lì dietro”, scoppiò a ridere, “benvenuti alla festa, passerete avanti prima del rifornimento. Chiudo”.

“ Ricevuto”

Erano le 23

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