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IN ATTESA DI ORDINI PER LA LIBIA

(di Giampiero Venturi - Difesa OnLine) - I rapporti tra USA e Italia viaggiano col pilota automatico. Mai come ora abbiamo assistito ad uno scambio silente, che trasforma le decisioni politiche nazionali in ratifica di scelte strategiche superiori.

La visita del Presidente della Repubblica a Washington segue il recente passaggio del Presidente del Consiglio e il giro con tappa a Roma del Segretario di Stato Kerry. Due i dati in rilievo: il forte attivismo USA nella sempre più abulica Europa; l’adesione italiana alla politica estera degli Stati Uniti senza dibattito.
 
Riguardo alla prima evidenza, è recente la notizia del prossimo investimento di 3,4 miliardi di dollari per “fortificare” l’Europa (articolo). Il dato segue le evoluzioni geopolitiche del Mediterraneo e del Vecchio Continente dagli inizi del secondo decennio del nuovo secolo: nel 2011 si accendono le crisi in Libia e Siria; nel 2014 esplode quella in Ucraina.
L’interventismo politico americano, prima ancora di quello militare, ha avuto un’accelerazione in Europa proprio in concomitanza delle nuove aree di crisi.
 
Ma proprio in virtù dei rovesci diplomatici avuti in Medio Oriente (articolo) a partire dal 2013 la pressione per evitare ulteriori passi falsi è aumentata. Soprattutto nell’anno delle elezioni presidenziali, periodo in cui storicamente non vengono mai prese decisioni capitali, Washington non può fare a meno di rivolgersi agli amici. Gli USA in Europa possono contare in particolare su tre assi inossidabili:
 
la Gran Bretagna con cui condivide le scelte politiche;
i Paesi baltici di cui cavalca i sentimenti antirussi;
l’Italia, portaerei naturale nel Mediterraneo.
Data per default l’intesa con Londra, a partire dagli anni ’90 tra le frecce all’arco degli USA ci sono i Paesi dell’Est. Alle pericolose interazioni con Kiev, si somma il rapporto privilegiato con Lituania, Lettonia ed Estonia, divenuti membri NATO: alimentate da una rivalsa storica contro gli ex invasori, le pedine baltiche sono la spina nel fianco nord di Mosca. Era dai tempi della Guerra fredda che non si registravano attività militari aeree e navali nel triangolo tra San Pietroburgo, Kaliningrad e Golfo di Botnia come quelle del biennio 2013-2015.
 
Ad Est fa discorso a sé la Polonia, che pur membro fiero della NATO (unico Paese europeo insieme alla Gran Bretagna a invadere l’Iraq nelle prime fasi del 2003) è in questo momento in bilico fra la sindrome antirussa e l’ultranazionalismo euroamerico-scettico.
Discorso a parte vale anche per l’Ungheria, che ha stemperato la disponibilità illimitate pro NATO degli anni ’90 (il suo spazio aereo fu usato per le operazioni in Jugoslavia), col flirt Orban-Putin.
Il fronte latino garantisce invece agli USA la pedissequa fedeltà italiana, resa esclusiva anche per mancanza di concorrenti. All’asse Washington-Parigi sulla crisi siriana, fanno da contrappeso infatti un elettorato francese tradizionalmente scettico sulla NATO e la forte candidatura del FN alle presidenziali del 2017. La Francia tra il 1966 e il 2009 è rimasta fuori dal comando dell’Alleanza (la sede non a caso fu spostata a Bruxelles dall’originale Parigi) proprio per rispolverare l’idea di grandeur, incompatibile con ogni american dream. A questo proposito il rifiuto di Chirac di partire per l’Iraq nel 2003 è stato uno schiaffo a malapena compensato dalla nuova deferenza atlantica di Sarkozy.
 
L’Italia, a prescindere dai colori dei governi in carica, è l’unico Paese invece che non ha mai dirazzato dalle linee della sua soggezione geopolitica, nemmeno attraverso elementari forme di dibattito. Casi Mattei e Sigonella a parte, i margini di Roma non hanno quasi mai riguardato la legittimità o il merito di un impegno ma solo la sua intensità.
La tendenza si è rafforzata paradossalmente dagli anni ’90, quando col crollo del Blocco sovietico, si sarebbero dovuti aprire degli spazi per una politica estera più autonoma.
 
L’Italia ha invece rispolverato un “interventismo su chiamata” inanellando partecipazioni più o meno dirette: Deny Flight e Deliberate Force in Bosnia tra il ’93 e il ‘95; Allied Force nel 1999, nel primo ruolo offensivo della NATO contro uno Stato sovrano; Enduring freedom diventata poi ISAF nel 2001 in Afghanistan; la Coalizione dei Volenterosi di Bush per la campagna irachena del 2003; Odyssey Dawn nel 2011 in Libia.
E proprio la Libia torna a far parlare di sé tra Farnesina e via XX Settembre. Oggi in sordina, con ogni certezza con più vigore ad aprile, quando le carte USA per un intervento militare saranno pronte…
 
Il ritardo è dovuto alla falsa partenza del governo di unità nazionale che ha lasciato i due blocchi di Tobruk e Tripoli sostanzialmente sulle posizioni iniziali.
Una volta identificata una capitale e un governo credibile facenti funzioni teoriche di sovranità, all’Italia toccherà il ruolo di messa in sicurezza delle aree intorno alle sedi istituzionali. Sul modello della Zona Verde di Baghdad, l’Italia garantirà lo status quo, guardandosi bene dal chiamarla guerra.
In attesa delle presidenziali USA e di quelle francesi pochi mesi dopo, rimaniamo in fervida attesa di nuove disposizioni.

 

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