Overblog Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog

(Maurizio Blondet) - E’ forse l’ora di tentare un bilancio del Ventennio in confronto con lo stato presente. Mi baso ampiamente sul saggio di Fernando Ritter, «Fascismo Antifascismo, contributo alla Storia d’Italia dal 1860», tenendo presente che questo economista fu sì fascista, ma testimone oculare e intelligente osservatore delle riforme del regime. Quale personalità, in quel 1922 in cui il Fascismo andò al potere, invocò un «Mussolini feroce», un «fascismo più implacabile»? Sorpresa: il giovane Piero Gobetti, la futura icona dell’antifascismo e vittima della violenza fascista . Allora, il giovane liberale aderente alle tesi ultra-liberiste di Luigi Einaudi, piemontese del giro che un giorno sarà chiamato «lo chic radicale» e dei poteri forti savoiardi, è così disgustato dall’inerzia del re, dalla connivenza dei capitalisti «industriali» e dalla corruzione del regime democratico, che di getto scrive un «Elogio della ghigliottina»: bisogna sperare «che i tiranni siano tiranni, che la reazione sia reazione, che ci sia chi abbia il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni fino in fondo […] Chiediamo le frustate, perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia, perché si possa veder chiaro». Gobetti esprimeva uno stato d’animo generale nei giorni della formazione del governo fascista dopo la marcia su Roma: Mussolini presidente del consiglio, ma con due ministri e 4 sottosegretari «popolari», ossia democristiani. Tale governo ottenne alla camera 306 voti su 429, fra cui quelli di Giolitti, De Gasperi, un giovanissimo Gronchi. Sul Corriere della Sera, Luigi Einaudi approvava il programma economico fascista. «Da Giolitti a Nitti, dalla Kuliscioff a Salvemini ad Amendola (il massone «esoterico» rosso, capostipite della linea di cui è esponente Giorgio Napolitano, ndr), gli avversari considerarono il fascismo come un esperimento da doversi compiere indisturbato, per poi tornare gradualmente alla ‘norma’», scrive Fernando Ritter. Non sfuggirà che – fatte le debite differenze di livello – lo stesso stato d’animo porta oggi molti (fra cui probabilmente chi scrive) a votare e dar forza al movimento di Beppe Grillo: come sturacessi del sistema parassitario, marcio e insaziabile che ci opprime. Allora, lo stato d’animo dei dirigenti oppositori mutò rapidamente: nel giugno 1924, dopo l’assassinio – da parte di gregari troppo zelanti, che Mussolini punì con l’esilio in Libia – di Matteotti. Deputato socialista, Matteotti era in realtà giudicato da Gramsci e Gobetti «un ricco agrario del polesine, persecutore di socialisti» sui suoi terreni. A farne l’icona del socialismo-vittima contribuì non poco la campagna di stampa senza limiti, guidata dal Corriere della Sera (non certo giornale socialista) e dai magnati dell’industria, Pirelli, Ponti, Falck. Di botto, questi s’erano accorti che il nuovo ministro delle Finanze, Alberto De Stefani, non aveva messo lo stato al servizio esclusivo dei loro interessi, ma a quello della patria. Bisognerebbe dedicare un libro a questo teorico del corporativismo, fascista e cattolico, e alle sue lucidissime critiche dell’economia liberista e del consumismo, demoralizzatore, che essa comporta (1).

Fatto sta che, avendo ereditato un quadro economico difficile, come ministro delle finanze De Stefani adottò una apertura liberalizzante all’economia produttiva, ingessata dallo «statalismo» parassitario che s’era rafforzato con la guerra, e dagli industriali ben accomodati nell’economia di guerra, abituati cioè non a conquistare un «mercato», bensì ad avere come unico cliente lo Stato, le sue commesse e richieste di forniture (di pessima qualità, come sapevano i soldati nelle trincee). De Stefani smantellò rapidamente l’economia di guerra e snellì l’apparato delle pubbliche amministrazioni, per rendere più efficienti soprattutto ferrovie e poste. Risultato: «Tra il 1922 e il 1926 si ha un periodo di rapida espansione economica, soprattutto nel settore industriale. La produzione manifatturiera cresce del 10% l’anno (una crescita cinese, ndr) , contribuendo a una forte espansione delle esportazioni. In soli quattro anni la spesa pubblica passa dal 35% al 13% del Pil. I disoccupati, che erano 600.000 nel 1921, calano a centomila nel ‘26. «Tramite il vigoroso taglio alle spese, unitamente all’impegno di maggiori capitali per lo sviluppo dell’economia, Stefani riuscì a riportare il bilancio statale in pareggio già nel giugno 1925». In quell’anno, il ministro fece bruciare pubblicamente 320 milioni di lire in carta moneta, per frenare l’inflazione eliminando massa monetaria. In breve: dispiacque sia ai grandi latifondisti meridionali cui dava la sveglia, sia ai grandi esponenti settentrionali del capitalismo familiare protetto, inveleniti dal taglio alle sovvenzioni pubbliche e terrorizzati dalla prospettiva di competere sui mercati esteri. Un gruppo forte, come si capisce, a cui s’aggiunse Bonaldo Stringher, governatore della Banca d’Italia per conto della Loggia, cui De Stefani imputava l’eccessiva discrezionalità nei ripetuti salvataggi bancari (ricorda qualcosa? Tale Draghi?). Vero è che il fascismo aveva nazionalizzato la Banca Centrale, riuscendo almeno a impedire che praticasse il signoraggio bancario; ma il controllo della politica monetaria non poté del tutto essere avocato da De Stefani.La potente coalizione di interessi nemici attese l’occasione. Questa venne nel 1925 quando – fatto inaudito e scandaloso – il ministro emanò norme per stroncare la speculazione di Borsa. Gli industriali andarono in delegazione dal duce a chiedere la testa di De Stefani: Pirelli, Agnelli, Falck, Ponti… D’altra parte, anche l’ala radicale del fascismo era contro De Stefani perché troppo «liberista». Mussolini cedette anche perché non capiva troppo di economia e De Stefani gli aveva detto chiaro che la sua politica di lira forte, deflazionista e anti-competitiva, («Quota 90») era sbagliata. Lo mise a fare il preside alla facoltà di scienze politiche a Roma, nonché membro del Gran Consiglio. Il ministero andò all’esponente indicato dagli industriali: Giuseppe Volpi, «conte di Misurata», massone, lui stesso rappresentante dell’oligopolio protetto dell’industria elettrica (era padrone della SADE, Società adriatica di Elettricità), e in passato, banchiere della ebraica Banca Commerciale, per la quale ordì collusioni col movimento del Giovani Turchi (ossia dunmeh) e finanziò la loro «rivoluzione laicissima»…

Ma di questo ho già narrato altrove, in Cronache dell’Anticristo. Torniamo al delitto Matteotti. Posto di fronte al rischio estremo di un processo al regime che i suoi avversari volevano fare, al suo rovesciamento e alla sua sopravvivenza, Mussolini «tornò al suo istinto» di politico ed agitatore. Chiuse la prima fase del fascismo e assestò al liberalismo italiano di vecchio stampo (sussidiato, piemontese, protetto dalla Corona) quello che Ritter chiama – troppo ottimisticamente – «una Caporetto». Altri, fra cui De Stefani, hanno invece accusato una rivoluzione incompiuta, limitata da transazioni con gli altri blocchi di potere esistenti. Il corporativismo non venne applicato fino in fondo. Agricoltura – Fatto sta che «nel periodo 1922-1937 la produzione agricola totale crebbe del 47,8%, mentre la popolazione aumentò dell’11,1%. Per la prima volta nella storia moderna l’Italia, con oltre 80 milioni di quintali, produceva frumento in quantità di poco inferiore ai suoi consumi interni. E il regime fu attento al giusto compenso dei produttori agricoli: sicché nel 1938 per un chilo di grano (necessario a fare un chilo di pane) il produttore riceveva 1,35 centesimi di lire sull’1,85 centesimi pagata dal consumatore. Al produttore dunque andava il 72% di ciò che incassava il fornaio. Nel 1984 – nota Ritter – l’agricoltore italiano ricava il 15% di quel che il consumatore pagava per un chilo di pane, mentre «industriali della trasformazione, intermediari e fisco se ne arraffano l’85%. Economia divorata dal fisco e dai parassiti». Industria – «A dispetto della classe internazionale avversa all’autarchia, dal 1922 tutti gli indici della produzione industriale mostrano sensibili miglioramenti: fatto 100 nel 1922, l’indice generale industriale era a 182,2 nel 1934. Le industrie metallurgiche, quelle delle costruzioni, automobilistiche, aeronautiche, navali, tessili, di produzione di energia elettrica segnarono forti progressi. Grazie ai nuovi impianti la produzione di energia elettrica, da 4,7 miliardi di kwh del 1922, salì nel 1939 a 17,9 miliardi di kwh, di cui 16,4 di origine idrica».

Ritter cita dati comparativi con gli altri Paesi, che furono disponibili solo dopo la fine della seconda guerra mondiale: Fatto 100 l’indice totale di produzione nel 1913, per l’Italia fascista tale indice è di 153,8 nel 1938 (ultimo anno di pace), mentre la Francia è rimasta a 109,4 e la stessa Germania è a 149,2: vero è che gli altri paesi partivano da una base industriale più grande, ma il dato indica l’impetuoso sviluppo che il regime seppe imporre all’economia. Anche la produttività del lavoro pro-capite salì in modo ragguardevole: 145,2 per l’Italia, 136,5 la Francia, 122,4 per la Germania, 136 per gli Stati Uniti. Quanto «all’indice generale di produzione uomo/ora», nel 1938 era 191,1 per l’Italia, 178,5 per la Francia, 167,9 per il Regno Unito, e 137,1 per la Germania. Gli italiani già lavoravano più sodo dei tedeschi, come oggi: oggi sono però meno «produttivi» per il peso che grava su di loro il parassitismo pubblico, quello sindacale, e la scarsità di investimenti industriali. L’autarchia, «lungi dal bloccare l’espansione economica del Paese, come avevano profetizzato in tutte le lingue gli interessati al suo insuccesso, le ha dato un forte impulso… ferrovie, navi automobili, aerei nazionali batterono tutti i primati mondiali di velocità, sicurezza, regolarità e comfort. I prodotti delle industrie nazionali erano pienamente concorrenziali sui mercati mondiali, sia per qualità sia per prezzo. Fu sotto il regime che i treni aumentarono la velocità commerciale da 50 a quasi 100 chilometri ora». Le «inique sanzioni» con cui la finanza internazionale punì l’Italia per l’intervento in Etiopia (che faceva gola agli inglesi) penalizzò ovviamente il nostro export: queste caddero nel 1936 a 3,8 miliardi di lire; ma nel 37, scomparse le sanzioni, risalirono a 7,8, e nel ’39 erano a 8,5 miliardi. Ma nel frattempo batteva il pieno la Grande Depressione mondiale, innescata da Wall Street nel ’29. Il disavanzo della stato eliminato da De Stefani nel 1925, s’era mantenuto in attivo fino al 1930. Nel 1931, causa crisi mondiale, si registrò un disavanzo di 500 milioni; nel 33-34 il disavanzo salì a 6,3 miliardi perché la spesa fu aumentata dalle grandi opere pubbliche, volute per dar lavoro ai disoccupati di massa. Ma già nell’esercizio successivo il disavanzo scendeva a 2 miliardi, benché la spesa per le opere pubbliche salisse a 5,9 miliardi. Il fascismo fu il primo a praticare il keynesismo, a sua insaputa. Furono gli anni delle grandi bonifiche. Quella pontina fu cantata da Ezra Pound: «… Dopo duemila anni si mangiò grano dalle paludi:/ Acqua potabile a dieci milioni di persone/e un milione di vani./ Anno XI dell’era nostra» (Canto XLI). Ho altrove già parlato dell’essenziale: stanziate 5 mila lire all’ettaro, l’ente che fece la bonifica, l’Opera Nazionale Combattenti, ne spese 4300 restituendone all’erario le 700. Ciò avvenne sotto il controllo del grande fascista Araldo di Crollalanza; lo stesso che, ministro dei Lavori Pubblici, diede all’Italia qualcosa che non aveva mai avuto: la legge urbanistica, altamente innovatrice, che fissava tra l’altro, standard edilizi validi per tutto il territorio nazionale, norme di tutela dell’ambiente e particolare attenzione per l’abitazione operaia. «Nel 1940, si può dire che tutte le città sopra i 50 mila abitanti aveva un proprio strumento urbanistico» o piano regolatore (Carlo Fabrizio carli, Architettura e Fascismo,Volpe, 1980). Insomma tutto ciò che il cinquantennio democristian-comunista avrebbe devastato e sfigurato per insaziabile abusivismo edilizio e mazzette congiunte. La previdenza sociale – E tutto ciò – in piena crisi mondiale – mentre il Fascismo introduceva la settimana di 40 ore, il sabato pomeriggio libero, l’assicurazione obbligatoria per la vecchiaia (1935), l’abbassamento dell’età pensionabile da 65 a 60 anni per gli uomini e a 55 per le donne immettendo infine nella contribuzione (e nel diritto a pensione) obbligatoria anche gli impiegati, prima esclusi.

Alla vigilia della guerra l’Istituto Nazionale fascista, la futura INPS, aveva a garanzia degli obblighi futuri «attivi finanziari e patrimoniali per1 3 miliardi»; l’amministrazione era così corretta ed oculata che la Corte di Giustizia istituita dall’antifascismo per punire «i delitti fascisti» non trovò altra formula, per condannare il professor Bruno Biagi, organizzatore e presidente dell’Istituto, che questa: «La sua opera aumentò il prestigio del fascismo, e quindi il suo consolidamento». Persino il tribunale speciale escluse che il Biagi si fosse intascato una lira; comminò 18 anni di galera (il pm ne aveva chiesti 30) per il delitto d’aver consolidato il fascismo con la sua onestà e competenza. Ovviamente, le riserve degli istituti previdenziali sono scomparse e mai più tornate; oggi l’Inps lavora «a ripartizione», ossia le pensioni d’oggi sono pagate dai lavoratori d’oggi, più un buco permanente «fiscalizzato», cioè ripianato dai contribuenti. Sanità e ambiente – «Senza tanti discorsi ecologisti, il fascismo vietò per legge, a dispetto dei padroni delle miniere e dei fabbricanti d’auto, di aggiungere derivati del piombo nella benzina», ci rivela Ritter. Quando il governo antifascista e partigiano CLN-Alta Italia prese il potere, presieduto da Ferruccio Parri, il suo secondo provvedimento fu di abrogare quel divieto, vigente da vent’anni: primo favore che i «liberatori» fecero ad una precisa lobby affaristica. Il primo provvedimento era stato cancellare dalla legislazione italiana la socializzazione: come delegato del Partito d’Azione, Parri pagava così il tributo alla «corporazione degli uomini di finanza, banchieri e industriali il cui potere era stato dal fascismo duramente contrastato», e di cui il Partito d’Azione era l’emanazione diretta. Il Ventennio adottò i centri ospedalieri polifunzionali, prima sconosciuti in Italia, di cui quello milanese di Niguarda fu esemplare anche architettonicamente (ma ospedali del genere furono creati in tutte le città italiane). Mussolini volle (parole sue) «dedicare miliardi alle campagne , anzi “ruralizzare l’Italia”, con l’argomento che “l’urbanesimo industriale porta alla sterilità delle popolazioni”». Per lui gli investimenti ad una agricoltura moderna erano necessari «se si vogliono evitare quei fenomeni di crisi economica e decadenza demografica che già angosciano paurosamente altri popoli».

L’Istituto Case Popolari fu fondato allora con la direttiva di edificare «abitazioni salubri» per le famiglie: «… un genere di urbanistica nuovo per l’Italia, basato su composizioni spaziali aperte» (C.F. Carli, citato). Nel 1939 furono varate le leggi di pianificazione paesistica e tutela dell’ambiente. Come è stato scritto, si vede da questi pochi dati «una volontà politica decisa di un regime e di uno Stato che si sentivano interpreti di un èmpito fattivo e realizzatore, (…) che sarebbe vano cercare attualmente nella classe politica impotente, consapevole di essere prigioniera della gabbia incapacitante di demagogia e corruzione, coinvolta nella fenomenologia della decadenza». Dal 1922 al 1936 il complesso delle passività dello Stato scese da 172 a 133 miliardi di lire (in piena crisi mondiale, quando in seguito alle svalutazioni competitive di tutte le altre valute anche la lira dovette essere svalutata, nel 1936, del 40,9%.): segnale «dell’avvedutezza e onestà della gestione pubblica in quel periodo caratterizzato dall’importanza senza pari delle opere pubbliche programmate, finanziate, realizzate e portate a termine dalle amministrazioni statali». S’era evidentemente costituito uno «Stato amministrativo», ossia l’alta burocrazia di carriera che deve tradurre in atti le decisione politiche, dotato di un patrimonio morale, di competenza tecnica, capacità gestionale, dedizione e disinteresse che la partitocrazia ha impiegato anni a distruggere. Con il noto sistema: assumendo i grand commis in base non già alla loro qualità, ma alla loro tessera di partito e disponibilità a versare tangenti, scremate dal patrimonio pubblico, al medesimo; e nei nostri ultimi anni, strapagando per giunta questi incompetenti parassiti «in quota» dell’uno e dell’altro partito. Non si vuol negare che il regime non avesse delle ombre e macchie, che commettesse ridicolaggini e soprusi (niente però di simile ai Fiorito o ai Montepaschi). Si aggiunga il degrado da entropia di un movimento fondato su un uomo solo al comando, che invecchia, e che non fu affrontato dai seguaci: problema mai risolto, come mostra la deriva Berlusconi-Olgettine e l’asse Bossi -Il Trota (accettati «per fede» dai seguaci), ma anche la demenza senile di Pannella e la patetica sinistra apparizione di Fidel Castro… È indubbio che la guerra d’Etiopia e l’intervento nella guerra di Spagna aggravarono di oneri l’economia, rivelando fra l’altro una deficienza dei mezzi e una tale inettitudine dei quadri militari (di scuola piemontese) che avrebbe dovuto rendere cauto Mussolini ad entrare nell’altra guerra maggiore. Quella casta militare era intoccabile sotto la protezione della Corona, per la quale era un feudo storico: erede dei Persano e dei Bava Beccaris, valorosi nello sparare sulle folle italiane ma ripetutamente sconfitti contro il vero nemico, mai in grado di elaborare una strategia, incapace di studiare le tremende innovazioni belliche del secolo, arretrata professionalmente, carrierista e vile, venata di veri e propri traditori (2). Il fascismo si adattò a questa diarchia, che doveva invece spazzar via. Basti pensare a Badoglio: avrebbe dovuto essere fucilato come responsabile di diserzione a Caporetto già nel ‘17, e invece il duce lo innalzò come sappiamo, fino all’8 settembre… con simili individui entrare in guerra fu il delitto imperdonabile del fascismo. Ma la fiducia che la popolazione mantenne nonostante tutto al regime, è rivelata da fatti oggettivi: per esempio dal 1922 al 1939 i risparmi depositati nelle casse e alle Poste crebbero da 17,2 a 50, 3 miliardi. Con questi risparmi il regime poté pagarsi agevolmente la guerra d’Africa. «L’aver operato in questa occasione con mezzi esclusivamente nazionali (cioè senza debito estero, ndr) e mantenuto fermo il volume della circolazione monetaria (senza inflazione, ndr) rappresentano due vittorie autentiche della finanza italiana dell’epoca. Come era stata altra vittoria, al tempo di Volpi, la conversione del prestito 5% al 3,5%». Gli italiani cioè accettarono di cambiare i loro Buoni del debito pubblico con altri che davano un interesse ridotto: non si può dar altro motivo, che l’amor di patria e la fiducia nello Stato. Uno slancio che non venne meno neppure nel tragico, disperato, affamato periodo della RSI: nel 1944, l’amministrazione fascista di Milano chiese alla cittadinanza un prestito di un miliardo di lire per far fronte alle spese eccezionali del momento (vedi bombardamenti a tappeto); ebbene, in piena guerra civile, nell’imminenza della disfatta inevitabile, nonostante le diffide del partigiano-banchiere Merzagora del P. d’Azione, i risparmiatori lombardi prestarono un importo superiore al richiesto, al 4% d’interesse, allora minimo. Un lettore mi invita, o sfida, a parlare «delle ruberie dei gerarchi, gente corrotta nello spirito e nel portafoglio quanto i predecessori e i successori». Sarò estremamente grato al lettore se ha informazioni da fornirmi al riguardo. Perché sulla corruzione dei gerarchi non sono riusciti a giungere a conclusione né il governo Badoglio che col re si volle rifare una verginità emanando il decreto 9 agosto del ’43, appena rovesciato il regime fascista, sulla «avocazione dei profitti di regime»; né soprattutto la Commissione creata il 27 luglio ’44 con membri che erano nemici assoluti del fascismo: presieduta dal conte Sforza (massone vicino al P. d’Azione), Mario Berlinguer (il capostipite della dinastia, massone e repubblicano), Scoccimarro (del Partito Comunista) e Cingolani, democristiano. Il decreto legislativo 27 luglio 1944 definiva come «profitti derivanti dalla partecipazione o adesione al regime fascista» gli incrementi patrimoniali conseguiti dopo il 28 ottobre 1922 da chi aveva «rivestito cariche pubbliche o comunque svolta attività politica come fascista» – nonché dagli ascendenti, dai discendenti, dal coniuge e da terzi legati da rapporti di associazione o di cointeressenza. Lo scopo evidente era di condannare i gerarchi per delitti comuni, appropriazione indebita, concussione, corruzione. Non si appurò nessun «incremento patrimoniale», tanto che in seguito questa, le altre commissioni epuratrici nate poi, e la magistratura, ripiegarono sul considerare delitto penale «aver contribuito con atti rilevanti a mantenere in vigore il regime fascista»: ossia delitto politico, non comune. Accusa facile: quelli, fascisti lo erano sul serio. La «faziosità fascista», lo zelo ideologico fu considerato alla stregua di una prova «della incapacità o del malcostume introdotti dal fascismo nelle pubbliche Amministrazioni». (Le sanzioni contro il fascismo) Fu con una motivazione del genere, abbiamo visto, che venne condannato a 18 anni il professor Biagi, presidente dell’Inps fascista. 

Allo stesso modo De Stefani, che tra l’altro da membro del Gran Consiglio, il 25 luglio ’43 aveva votato per la deposizione del duce, fu condannato (e in seguito assolto) per… collaborazionismo coi tedeschi. Pellegrini Giampietro, il grande ministro delle finanze di Salò, fu dapprima condannato a 30 anni; fece ricorso alla Cassazione (da latitante), la quale il 21 ottobre 1946 lo assolse, riconoscendo in lui «il protagonista della difesa del tesoro nazionale e si adoperò con tutte le forze affinché il territorio dell’Italia settentrionale non diventasse completa preda dei tedeschi – mentre la sua opera fu ispirata ad amor patrio, non già ad asservimento al nemico, tanto più meritevole in quanto svolta fra pericoli d’ogni genere». (3) Nel complesso, ben due milioni di italiani furono epurati totalmente o in qualche modo puniti. Alla Fiat. 1200 tecnici furono epurati dalle maestranze organizzate in «tribunali del popolo» comunisti, al punto che la fabbrica si trovò per qualche tempo nell’impossibilità materiale di funzionare. Nell’amministrazione pubblica, con arretramenti di carriera e stipendio, scavalcati da dirigenti per lo più incompetenti, messi sopra di loro per meriti resistenziali o partigiani; meriti magari inventati, esibendo come titoli occulti sabotaggi e doppiezze verso il regime. Fu quello il primo momento in cui gli statali – appresa la lezione: «crederci» è una colpa – adottarono l’ideologia del qualunquismo, del cinismo e della finzione servile come «filosofia aziendale»?

Pongo la domanda. 1) Su questo, stralcio da un saggio che spiega le convinzioni e la profonda visione di De Stefani. Per lui, «l’indifferentismo etico delle soluzioni tipiche della scienza economica e della realtà aziendale (pareggio dei bilancio come riflesso dell’equilibrio) produce una generale irrequietezza negli uomini, che li spinge ad un moto continuo e fine a se stesso, nella ricerca esasperata di nuove soddisfazioni a piccoli bisogni. Spenta la sete di Verità, si sono create piccole necessità, che hanno drogato la naturale inquietudine umana, che è anelito di infinito e non di gioie momentanee. Nell’opera di rinnovamento necessaria il ruolo del Partito, del Partito fascista, è cruciale, perché è esso che deve sapere interpretare e rappresentare il travaglio degli spiriti del tempo. Il Partito, dunque, non può limitarsi alla gestione amministrativa della cosa pubblica; non manca, in questa riflessione, una critica dell’Autore proprio al suo Partito, che pare non essere stato in grado di cogliere la debolezza di una concezione dello Stato quale Stato-amministrazione. Invece, lo Stato, che è espressione di una comune sensibilità e volontà etica, si riassume nell’ordine politico. L’organo che attua quest’ordine, traendo l’alimento dal popolo, è, in regime unitario e totalitario, il Partito. Il quale appunto in virtù della sua funzione universale e della sua composizione è anche regime. Il Partito è una realtà etico-politica; è l’organo che la rappresenta, ne attua i propositi e ne assicura le finalità. Proprio a causa di questa missione assoluta, il Partito non può appoggiarsi ad una logica relativista, ma necessita del supporto di un principio assoluto esso stesso. Per il popolo italiano, a detta di de’ Stefani, questo principio non può che essere quello cattolico». Carmelo Ferlito (Economia, morale e fascismo nelle confidenze di Alberto De’ Stefani) 2) Su questo, consiglio la lettura (e magari la traduzione, sarebbe cosa grata) del capitale studio del maggiore americano Eric Hansen, «The Italian Military Enigma». Del resto già i Saint-Simon, sul militarismo dei Savoia, diceva: «Se questa Casa finisce una guerra dalla parte con cui l’ha cominciata, vuol dire che ha fatto voltafaccia due volte invece di una». 3) Pellegrini Giampietro «ottenne già il 25 ottobre 1943 (poche settimane dopo la sua designazione nell’incarico) il ritiro dalla circolazione nell’intero territorio italiano dei ‘marchi d’occupazione’ (i Reichskreidit Kassenscheine) ed obbligando le truppe germaniche ad effettuare ogni pagamento esclusivamente con lire italiane, impedendo contemporaneamente ad esse e ai loro Comandi di potere effettuare requisizioni indiscriminate o prelievi di fondi della nostra moneta presso gli istituti bancari. (…). Nel contempo, questo ministro impedì il trasferimento del nostro Poligrafico a Vienna, ottenendo – insieme alla nostra Ambasciata in Berlino – il trasferimento in Italia dei risparmi effettuati dai nostri lavoratori nel Terzo Reich. Impedì il tentativo dei tedeschi di sciogliere il corpo della Guardia di Finanza per tutelarne i relativi compiti d’istituto; salvaguardò le riserve auree e di platino della Banca d’Italia nella sua sede a Fortezza (dove nel 1945 le trovarono gli anglo-statunitensi); fece riacquistare ai titoli di Stato – scesi dopo l’8 settembre al di sotto del 30 per cento – al loro valore effettivo e talvolta a superarne la parità; garantì all’esercizio finanziario 1944-1945 la compilazione regolare dei bilanci di previsione (pubblicati dalla “Gazzetta Ufficiale”) tanto che le entrate complessive furono di 380,6 miliardi, le spese di 359,6 miliardi e con un supero di 20,9 miliardi, senza fare ricorso a prestiti, né d’emissione di buoni poliennali, mentre – nei soli primi mesi del 1945 – il gettito delle entrate fu superiore di due miliardi mensili. Inoltre, il ricorso alla stampa di monete fu di soli 110,881 milioni rispetto ai 137,840 autorizzati. Sul giornale “Il Popolo” (Anno III, n. 24 del 25-8-1945) venne precisato che il senatore statunitense Victor Wickersham in una conferenza stampa, dopo il conflitto in Europa, dichiarò che “la situazione economica dell’Italia settentrionale (quella sotto la R.S.I.) è molto migliore non solo rispetto alle altre regioni dell’Italia meridionale e centrale (cioè, le occupate dagli eserciti di Usa, Gran Bretagna ecc.) ma anche in confronto delle condizioni di altri Paesi europei in precedenza visitati dalla Commissione di controllo e – in particolare – di Germania, Olanda, Norvegia, Belgio e di certe zone della Francia”. Fu un riconoscimento da fonte ineccepibile per il ministro delle Finanze della R.S.I. Un giorno dopo la Liberazione, i giornali titolarono: «Trovato il tesoro di Italo Balbo». Era stata identificata una cassetta di sicurezza intestata al trasvolatore e numero 2 del regime fino alla morte. Aperta la cassetta, vi fu trovata la sciarpa littoria di Balbo.

 

Condividi post

Repost 0