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(Alberto Palladino) - Una vita al massimo e una vita spezzata, frammenti di storie nere come la notte che li ha coperti, frammenti di una realtà che di giorno si cela dietro le lenti scure degli occhiali da sole, serrate sulle occhiaie di chi vive la città mentre la città dorme e che spesso fanno da contorno a occhi rossi, color sangue.

Si sta scavando attorno alla triste e macabra vicenda del festino a base di coca che ha accompagnato il massacro del giovane Luca Varani a Roma, emergono ora i retroscena di quello che gli investigatori chiamerebbero “l’ambiente” in cui la vittima, ma sopratutto i carnefici, si muovevano, ma questa nuove luci sul caso non fanno altro che allungare le ombre della vergogna e dell’assurdo su questo “circo della notte” fatto di figli di papà che, a detta dei loro padri “hanno tutto” , ma voglio sempre di più e a volte vogliono anche la vita.

Sulla ricostruzione di come si sia svolta la nottata omicida continuano a rincorrersi dichiarazioni e versioni differenti che ora pero vertono su pochi e fermi fattori principali: la droga, l’omosessualità e quelle “avances” non ricambiate che fanno scattare il raptus, e l’attore principale del fatto, il “killer per gioco” Marco Prato. Un vero e proprio “re della notte” romana con un giro di eventi così ben avviato che neanche l’aperitivo del giorno dopo l’omicidio gli salta, anzi fa il pienone. Un giro fatto anche di serate nei locali notturni dove, sopratutto a Roma tutta la “meglio gioventù” capitolina si incontra, si mischia, si fonde. Ci sono i locali della bella gente e quelli della gente meno bella e può capitare che a un Marco Prato la serata venga rovinata da presenze indesiderate nei locali dove anima la festa. È questo il caso, successo un anno fa in uno dei locali del giro alternativo e un po’ gay-friendly di Marco Prato, che aveva lanciato un’accorata denuncia via facebook contro quello che lui definiva un’imperdonabile atteggiamento “omofobico”. In realtà sembra si sia trattato, semplicemente, di una incomprensione tra un/una cliente del locale e membri del personale su cui però il Prato cuce tutta una sua crociata di dignità (dopo essersi curato di affossare pubblicamente il locale rivale).

 

 

I protagonisti della bagarre sarebbero stati un “personaggio eccentrico, una signora trans ex attrice di Ozpetek”, dalle parole di Prato, sua amica e cliente, ed il personale del locale che secondo il killer sarebbe addirittura “colluso con CasaPound”, movimento di cui dice: “ho i brividi solo a pronunciarlo”. La discussione sul social si era animata e da subito si erano formate le bande virtuali che si erano date battaglia a colpi di like e assist virili: “Chi ha voglia di occhi neri?” si legge nel botta e risposta, ma Marco Prato sta volta aveva smorzato “tranquillo, niente mani”. La cosa che è scioccante è pero la conclusione del suo “post” anti-omofobo di denuncia (il tutto, alla fin fine, nato perché rimbalzato davanti al locale!) in cui Marco Prato supera se stesso e lancia il suo testamento ideologico al mondo dicendo che “non sono abituato a straparlare o a farlo a vanvera, tantomeno mi ritengo incline alla mitomania o all’illazione, semmai, sono un chiassoso, ma solo perché emotivo e molto legato al mio unico grande amore: quello per la verità“.

La verità. Ma anche la cocaina, le feste, l’impunità e la “bellagente”. Era il nove febbraio 2015. Poco più di un anno dopo avrebbe invitato Luca Varani alla sua “ultima cena” e dopo il festino gay-friendly lo avrebbe torturato, sgozzato e ucciso con un complice. “Per gioco“, in verità.

 

Fonte: Il Primato Nazionale

 

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