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(Gabriele Adinolfi) - Dieci anni fa, nell’ultimo giorno di Giove del mese di Marte, ci lasciava Peppe Dimitri, investito da un tizio di Alleanza Nazionale che effettuava una conversione ad U mentre lui transitava in motorino nel suo storico quartiere. Se ci sono simboli nella vita e nella morte, quella di Peppe li contiene davvero tutti. Il funerale del “Comandante” come lo chiamavano in molti, fu qualcosa di particolarmente toccante, una vera e propria oceanica composta in cui si ritrovarono quattro generazioni militanti e tutte le organizzazioni a prescindere dalle differenze e dalle incompatibilità reciproche, segno, questo, di una palpabile forza che legava indissolubilmente Colui che ci lasciava con tutte le componenti di un mondo. Da Avanguardia Nazionale ad Alleanza Nazionale, da Terza Posizione al Fuan, per poi spingersi alle espressioni più recenti.

Scrissi allora che questo voleva dire che, noi inconsapevoli, Peppe aveva svolto la funzione di Rex e che, venuto a mancare, si sarebbe sfaldato, almeno a Roma, un intero mondo, disgregandosi e andando alla deriva nei settarismi ma, soprattutto, senza alcuna lucidità metafisica. La forza di Peppe era infatti in qualche misura “sovrumana”. Perché innanzitutto formativa e introspettiva. Non si trattava soltanto dell’impeto e della forza fisica, e neppure del semplice coraggio che possono avere perfino gli animali. Era educazione esistenziale.

Se negli scontri, pure in anni in cui le tragedie erano quotidiane e gli animi esacerbatissimi, egli scelse sempre dei rapporti numerici particolarmente sfavorevoli per concedere costantemente all’avversario una possibilità di resistere, non fu per un vezzo aristocratico ma per temprare e dominare se stesso e soprattutto noi stessi. Oltre, ovviamente, all’offrire ad avversari, che non potevano capirlo, lo spirito della cavalleria. Ma che non potessero capirlo non significava che non dovessero conoscerlo tangibilmente sì da poter letteralmente riflettere (come lo specchio riflette la luce) sulla differenza spirituale ed esistenziale che intercorre tra una Weltanschauung e un’ideologia. Colui che quando fondammo insieme Terza Posizione scelse per noi come simbolo la Runa del Guerriero aveva maturato appieno la logica della Guerra Santa, con la Piccola che rappresenta il confronto con l’Altro e la Grande che si combatte con se stessi, in se stessi, diventando se stessi.

Peppe non fece mai realmente politica anche se ci provò in tanti modi, Peppe combatté, militarmente e filosoficamente, per tutta una vita da Legionario sempre vissuta con il sorriso sulle labbra. Talvolta fu amaro, il sorriso, per le delusioni costanti e i tradimenti puntuali: ma non era l’amarezza di chi si sente ferito, bensì quella di chi si rattrista per la caduta di chi sperava spiccasse il volo. Ma che ci avrebbe potuto fare? Il Demone di Gravità è il peggior nemico del Superuomo e non è da tutti, anzi è da pochi, non scegliere prima o poi la vertigine degli abissi. Il Superuomo è tale dopo le metamorfosi del suo spirito che si è fatto cammello, leone e fanciullo. Peppe le sue le compì molto presto e per intero. Così se n’è andato da coriaceo e ruggente fanciullo, lasciandoci purtroppo orfani di ogni regalità. Nel Caos, con il compito quanto mai arduo di far rinascere una Stella Danzante. Riposa in guerra, Comandante, è l’unica pace che esista e che dia serenità!

 

Fonte: Il Primato Nazionale

 

 

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