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(Alessandro Catto) - Tutto inizia con Gomorra, e potremmo dire che tutto lì finisce. Invece no, dopo la pubblicazione del best-seller nel 2006, Roberto Saviano è diventato una icona del legalismo italiano, ma pure del pensiero liberalpoliticamente corretto. Una sorta di vate della Sinistra, dalle dissertazioni sulla mafia ai sermoni contro questo o quel “dittatore” non gradito agli amici statunitensi o israeliani, il tutto in un percorso di politicizzazione dalle tinte sempre più forti. Basta vedere i suoi profili social, nei quali l’autore campano è pure piuttosto attivo, o il suo blog. Una pastoia di ovvietà politically correct date in pasto ai seguaci, in uno stile puntualmente ricorrente.

Puntuale la retorica da protomartire della legalità, da perseguitato, da lume in una buia stanza; dalla foto con Jovanotti, ai vetri blindati oscurati dell’auto di scorta, un atteggiamento che porta con sé i crismi di un non so che di teologale, da Calimero di successo e campione di gesticolamento, fin tanto che anche il gelato mangiato in strada diventa emblema del proprio stigma di Cassandra, di profeta maledetto, di vittima. Saviano è l’alfiere del pensiero unico di sinistra, con pretesa accezione giovanilista, ma sempre con quella punta di malinconia francescana, in un sistema che non sa parlare agli uccellini o ascoltarne la voce. Lui invece sa parlare ed ascoltare pure bene le lezioni dei vari De Benedetti, o le volontà dello showbiz al sapore di Parioli della seconda serata di Rai Tre. Lui sa, lui vede, parla non parlando, dice pur non potendolo fare, sfida il sistema che lo vuole cancellato dalla faccia della terra.

E ci vuole una certa bravura, perché non è da tutti sfidare il sistema con un Eugenio Scalfari seduto accanto, o definendo Israele come una democrazia assediata, coi pellegrinaggi a Princeton, o ritwittando in Italia le solite, bolse sparate del Democratico Usa di turno contro il prossimo regime mediorientale da liberalizzare. Non è da tutti giocare a scacchi con Kasparov e ripetere le solite cinque menate sulla Russia come male del mondo, sul Putin dittatore e sull’Europa buona e in pericolo di vita per le scorribande dell’impero del male. Non è facile soprattutto se nel tentare di descrivere il sistema di potere “mafioso” regnante a Mosca, si consegna paradossalmente un ritratto molto più vivido di quel sistema liberale ed eurista che il nostro si diverte puntualmente ad elogiare.

E’ un filone che riscuote pure un certo successo, una grande chiesa che, per riutilizzare Jovanotti, passa dalla Redazione di Repubblica e arriva fino a Micromega, passando da Gad Lerner attraverso Michele Serra e Curzio Maltese. Quel coltume che si definisce di sinistra perché è giusto così, che per trovare qualcosa da rinfacciare al Berlusconi prossimo e venturo si affiderebbe pure a Margaret Tatcher, i residuati del comunismo occidentale che di comunista hanno solo la passione per l’egemonia culturale, che da rossa diventaarcobalenata, con l’azzurro particolarmente acceso del Partito Democratico a stelle e strisce. Ma del resto, basta e avanza l’alone dell’intangibilità gomorroico, anche se tirato un po’ come una coperta da pubblicazioni precedenti, ma non importa: il fine giustifica i mezzi, e il fine è presto chiaro, il confezionamento di un giovane già vecchio, di un trentenne già sessantenne, di un hipster da The Post Internazionale con le labbra serrate e il piglio martoriato di un Cristo in croce.

Pare un po’ una riedizione di tangentopoli, ove una passata di spugna della magistratura diventa un cancellino da bancoscuola, condita con la passione per quel legalismo tutto democratico fatto di commi e appelli, da quegli esotici accenti sui cognomi dei boss meridionali, già ripresi da un mitico Checco Zalone, quasi li stessimo sussurrando piano, in quelle acropoli dove al male non si è abituati, dove il Saviano diventa l’aedo di un mondo lontano, ma da cooptare subito, per combattere il nemico di oggi.

Saviano è il vate dell’antimafia e degli arcobaleni, di Israele e della Democrazia occidentale, rimprovera il caudillismo rosso ma anche il pericolo perenne del fascismo sempre incombente. Non si sa dove, forse a Casal di Principe, ma comunque incombente. Ama la legalità ma preferisce specialmente quella che si palesa a portare il conto ai suoi nemici, o ai nemici dei suoi amici. Quell’altra ci sta, ma ne parlano altri. Un articolo su Maroni che nega la Ndrangheta lombarda è pur sempre più presentabile di una inchiesta su Mafia Capitale o sui Buzzi di turno. Il nemico è sempre dall’altra parte, il nemico è il populismo, è il leghismo. Gli amici, anche quelli di Maria De Filippi, son sempre i soliti, quelli coi quali confezionare l’elogio alla democrazia occidentale la domenica mattina. Del resto si sa, la criminalità alberga sempre nella casa delvicino, meglio se un vicino di destra, o antiamericano, o anti israeliano, piuttosto che berlusconiano. Io mi tengo volentieri Putin e la Russia, Saviano lo lascio ai suoi fans, che di sicuro non meritano altro che personaggi di questa levatura.

 

 

Fonte: Azione Culturale

 

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