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Dagli all’Egitto! Chi c’è dietro Amnesty International e gli ex-LC che invocano la linea dura sul caso Regeni? Gli USA vogliono tornare ai fratelli musulmani e la GB vuole papparsi il gas egiziano dell'ENI

Il barbaro assassinio di Giulio Regeni, il dottorando all’università di Cambridge rapito e torturato al Cairo, tiene banco sui media ed è impiegato per dipingere a tinte fosche il governo dell’ex-feldmaresciallo Abd Al-Sisi, accusato di guidare un brutale apparato poliziesco. In realtà, il caso Regeni presenta tutte le caratteristiche della classica operazione clandestina: la tempistica del rapimento e del ritrovamento del cadavere, lo scempio del corpo secondo il copione di un brutale interrogatorio e la campagna mediatica di contorno, nazionale ed internazionale, rispecchiano un’attenta pianificazione, tesa a screditare il governo egiziano e minare la collaborazione tra Roma ed il Cairo, dal dossier libico a quello energetico. Più che alla travagliata politica interna egiziana, l’omicidio Regeni va infatti ricollegato allo sfruttamento dell’enorme giacimento gasifero scoperto dall’ENI: un successo italiano che molti, da Tel Aviv a Washington, passando per Londra, non digeriscono, ovvero gli stessi cinici servizi angloamericani con cui Regeni era in contatto.

Nonostante gli sforzi diplomatico-politici per compromettere le relazioni, il 21 febbraio l’ENI ha completato con le autorità egiziane l’iter autorizzativo per lo sfruttamento del maxi-giacimento Zohr: quasi in concomitanza è partita una seconda campagna mediatica, che invoca la linea dura contro il Cairo e chiede il congelamento degli investimenti dell’ENI. A guidarla, oltre la Repubblica di Carlo De Benedetti, è Amnesty International, coadiuvata da un nutrito stuolo di politici ed intellettuali che hanno in comune un passato in Lotta Continua. C’è un nesso? E se sì, quale?

Regeni tradito dai circoli della Oxford Analytica

A distanza di un mese dal rinvenimento del corpo di Giulio Regeni, le novità intercorse non scalfiscono l’impianto analitico, ma, al contrario, lo irrobustiscono. Elementi dell’inchiesta, sfaccettature del profilo di Regeni prima sconosciute, sviluppi dei rapporti commerciali tra Roma ed il Cairo, reazioni di un certo tipo di stampa, confermano le conclusioni cui eravamo giunti quando il cadavere del giovane ricercatore era stato appena rinvenuto, le ipotesi erano le più disparate ed il fragore mediatico, alimentato ad hoc, più assordante che mai.

Giulio Regeni, è ormai assodato, ruotava (anche se il suo inquadramento formale è, e probabilmente resterà, sconosciuto) nella galassia dei servizi d’informazione angloamericani, più che mai desiderosi di rovesciare l’ex-feldmaresciallo Abd Al-Sisi, per proseguire i disegni di destabilizzazione/balcanizzazione della regione ed ostili a qualsiasi iniziativa di chi, come l’Italia, ha l’interesse contrario a consolidare il quadro politico, per motivi di sicurezza e commerciali: l’omicidio del giovane dottorando friulano si colloca proprio su questa linea di faglia, che divide italiani ed angloamericani.

Regeni, che al Cairo era in contatto con il milieu politico che Londra e Washington adoperano abitualmente per fomentare le rivoluzioni colorate, è stato rapito, torturato ed ucciso su mandato degli stessi servizi atlantici con cui era in contatto, così da compromettere le relazioni italo-egiziane, proprio quando la scoperta dell’enorme giacimento gasifero da parte dell’ENI rilanciava il ruolo di Roma nella regione ed imprimeva una svolta all’economia del Cairo, assetato di crescita per normalizzare la precaria situazione interna.

Sin da subito, le sue frequentazioni dell’università di Cambridge, dell‘American University al Cairo, deisindacati e degli attivisti politici più ostili alla presidenza di Al-Sisi e, dulcis in fundo, la sua collaborazione con il Manifesto, quotidiano da cui partono sovente duri attacchi contro il “regime egiziano” e da sempre in odore di NATO, avevano indotto a pensare che il giovane ricercatore friulano fosse legato al mondo dei servizi angloamericani: sospetta era anche stata l’immediata smentita dei servizi italiani che ci fosse qualche collegamento con Giulio Regeni1, quasi a dire: “sì, era del giro, ma non del nostro”.

Oggi, si posseggono più informazioni per completare il profilo del dottorando.

Nel Regno Unito da una decina di anni, dopo una laurea in lingua araba e società mussulmana2 all’università di Leeds, Regeni sbarca nel 2011 all’università di Cambridge per un master di taglio economico e, attraverso i canali della facoltà, trascorre un primo periodo lavorativo al Cairo, presso gli uffici delle Nazioni Unite3. A questo punto (ed il merito della scoperta va imputato al quotidiano La Stampa, con l’articolo del 16 febbraio “Regeni a Londra lavorò per un’azienda d’intelligence4, senza il quale gli inglesi avrebbero taciuto sul particolare), Regeni collabora per un anno con la società angloamericana Oxford Analytica, una delle innumerevoli ramificazioni privatistiche dei servizi d’informazione atlantici. È sufficiente una rapida occhiata al sito, per rendersi conto che la Oxford Analytica è la continuazione sul terreno privato delle agenzie governative, con cui condivide, in un rapporto simbiotico, finalità e risorse (illuminante è il rapporto “New ‘de facto’ states could reshape the Middle East5).

Nel 2014 Regeni ritorna all’università di Cambridge per un dottorato di stampo economica e, aggiungiamo sulla base degli ultimi sviluppi, ormai è inquadrato nel mondo dei servizi angloamericani, presumibilmente come agente non-official cover : si noti che nella narrazione della storia questa sfaccettatura del profilo di Regeni non avrebbe mai dovuto emergere (ed ora che è venuta alla luce del sole, è stata velocemente relegata al dimenticatoio). Regeni, infatti, doveva presentare le caratteristiche equivoche di una simil-spia, così da poter inscenare il rapimento a sfondo politico e la tortura di un giovane italiano da parte del “brutale regime di Al-Sisi”. Mai si sarebbe dovuto scoprire che Regeni era effettivamente legato ai servizi angloamericani, perché in questo modo si perdeva “l’innocenza” della vittima.

Ora, un breve, ma fondamentale, intermezzo geopolitico-economico: l'11 luglio esplode l'autobomba al consolato italiano al cairo , da leggere come un avvertimento mafioso che i servizi israeliani e angloamericani inviano all'Italia per il suo attivismo in Egitto. Poche settimane dopo, il 30 agosto per la precisione, l’ENI annuncia la scoperta del giacimento gasifero di Zohr, capace con i suoi 850 miliardi di metri cubi6 di metano di regalare al Cairo l’indipendenza energetica.

Dopo il primo anno di dottorato a Cambridge, Regeni torna al Cairo, per trascorrere l’anno accademico 2015/2016 presso l’American University in Cairo: gli studi che Regeni dovrebbe compiere nella capitale egiziana sono la continuazione, o meglio “l’aggiornamento”, del libro che la sua docente a Cambridge, Maha Abdelrahman, ha pubblicato nel 2014, dal titolo “Egypt’s Long Revolution7. L’opera collima perfettamente con la visione che Londra e Washington hanno dell’Egitto: tanto la Fratellanza Mussulmana che alimentava gli odi settari e le divisioni politiche era ben vista, quanto la restaurazione laica e nazionalista di Abd Al-Sisiè indigesta.

Regeni entra quindi in contatto con il mondo dell’opposizione, frequenta la assemblee dei sindacati critici verso il governo, e confeziona qualche articolo che invia al Manifesto ed all’agenzia stampa Nena News (il cui fondatore è corrispondente da Gerusalemme del Manifesto8): come già evidenziammo, è quasi sicuramente l’American University che instrada Regeni verso la collaborazione con la testata “marxista”. Al Manifesto lavora infatti anche Giuseppe Acconcia, anch’egli con un passato proprio all’università americana del Cairo, oltre che all’Open Democracy di George Soros. Il giornalista lo rincontreremo fra poco.

Siamo ai primi di dicembre (Regeni è in Egitto da poco più di tre mesi), ed il piano di rapire, torturare ed assassinare il giovane ricercatore italiano, per poi farne ritrovare il cadavere al momento più opportuno, èormai maturato nei circoli della Oxford Analytica: lo dimostra il fatto che Regeni, ospite di un’assemblea sindacale, si accorge di essere fotografato da uno sconosciuto. L’evento lo inquieta, tanto che ne parla ai suoi colleghi universitari, che poi lo riferiranno agli inquirenti9: il dettaglio è rilevante, perché assesta un altro duro colpo alla tesi dal prelevamento “accidentale”, durante l’anniversario della rivoluzione del 25 gennaio,avvalorando invece la tesi dell’operazione clandestina premeditata.

Quella fatidica sera del 25 gennaio, contrariamente alle prime ricostruzioni fornite dai media, utili ad inquadrare in una cornice politica il rapimento e l’assassinio dell’italiano, Regeni non ha in programma di partecipare a nessuna manifestazione per l’occorrenza: al contrario, agendo con circospezione come d’abitudine, il dottorando ha addirittura consigliato un’amica di non uscire di casa fino al 28 gennaio, poiché sono previste agitazioni e violenze10. Per qualche motivo (l’ipotesi non ancora smentita è la festa di compleanno presso amici), Regeni invece esce la sera del 25, per sparire nei pressi della stazione metropolitana, non distante dalla sua abitazione. L’ultimo tentativo di avvalorare la tesi dal prelevamento da parte della polizia egiziana lo farà il 12 febbraio il New York Times il 16  febbraio, citando fonti anonime11: –They figured he was a spy,” one of the officials said. “After all, who comes to Egypt to study trade unions?”-.Le autorità egiziane smentiranno prontamente la ricostruzione del quotidiano americano12, che lascerà cadere le accuse con la stessa facilità con cui le ha avanzate.

Il corpo di Giulio Regeni è rinvenuto il 3 febbraio 2015, giusto in tempo per sabotare la missione economica del ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, costretta a ritornare precipitosamente in Italia sull’onda dello sdegno generalizzato per l’uccisione del giovane italiano. La campagna mediatica, dove La Repubblica ed il Manifesto fanno la parte del leone, è infatti martellante e mira a dipingere il dottorando come un vittima innocente della macchina repressiva del “regime egiziano”. Scende in campo Giuseppe Acconcia che rivela come il giovane italiano avesse scritto alcuni articoli sul Manifesto, fosse vicino agli ambienti dell’opposizione ed “avesse paura per la sua incolumità13: quello che la redazione del giornale “marxista” si guarda bene dal dire (ed il silenzio è molto eloquente) è che Regeni avesse lavorato per la Oxford Analytica. Il particolare con collimerebbe, infatti, con la narrazione della vittima catturata per un malinteso e torturata a morte.

Se si ignorano aspetti decisivi della personalità di Regeni, in cambio, si ha un’approfondita conoscenza della dinamica delle relazioni tra Italia ed Egitto. Su Repubblica del 6 febbraio, appare un articolo a firma di Fabio Scuto che riporta alcune informazioni molto addentro al dossier, tanto che chi, come noi, avesse cercato altrove una conferma, non ne avrebbe trovato alcuna traccia. Scrive Scuto14:

L’Italia attraverso l’Eni firmerà con l’Egitto la prossima settimana un accordo per lo sfruttamento di un giacimento di gas nel Mediterraneo. Un contratto che vale solo per i primi 3 anni 7 miliardi dollari. Congelarlo, fino ad una chiara identificazione e punizione degli assassini di Giulio, potrebbe essere una buona arma (diplomatica) di pressione.

La Repubblica di Carlo De Benedetti non sbaglia: a distanza di due settimane, nonostante il polverone sollevato dal caso Regeni, sul sito del gruppo di San Donato milanese appare il comunicato stampa “Eni completes the authorization process for the development of Zohr gas field15. È il 21 febbraio e l’intera operazione condotta dai servizi atlantici per sabotare l’accordo ha, chiaramente, fallito l’obbiettivoprincipale

L’ultimo tentativo in extremis di esacerbare le relazioni tra il Roma ed il Cairo è stato attuato pochi giorni prima, con la campagna mediatica, tuttora in corso, “Verità per Giulio Regeni”, “per non permettere che l’omicidio del giovane ricercatore italiano finisca nell’oblio, catalogato tra le tante “inchieste in corso” o peggio, collocato nel passato da una “versione ufficiale” del governo del Cairo”16A guidare la campagna, subito rilanciata da Repubblica, è Amnesty International, coadiuvata da un nutrito stuolo di politici, scrittori ed intellettuali uniti da un comune passato in Lotta Continua.

C’è un nesso tra l’organizzazione non governativa con sede a Londra ed i reduci della sinistra extraparlamentare? E se sì, quale?

Amnesty International e Lotta Continua, più vicini di quanto si possa immaginare

Roma, via Salaria, 25 febbraio. Davanti all’ambasciata dell’Egitto si svolge una manifestazione di Amnesty International nell’ambito della campagna “Verità per Giulio Regeni”: cartelli, bandiere ed un grande striscione steso a terra, tutti rigorosamente in giallo e nero, i colori del logo di Amnesty International. Il numero dei partecipanti è modesto, compensato però dalla virulenta retorica17:

Il corpo di Giulio Regeni porta una firma, la firma della tortura di Stato e dobbiamo scoprire nomi e cognomi di chi ha messo quella firma. Non accetteremo nessuna verità di comodo (…) Il governo italiano deve andare fino in fondo.

Non usa mezzi termini Amnesty International, che da mesi conduce una serrata campagna contro il governo egiziano18, etichettato come “regime oppressore”, ed ha prontamente abbracciato la causa dell’omicidio Regeni, brandendola come arma contro le torture di Stato e le “sparizioni forzate” che, secondo l’ong, sono la quotidianità dell’odierno Egitto.

Peraltro Amnesty International è in buona compagnia: è sufficiente dire che, subito dopo il ritrovamento del cadavere di Regeni, un ruolo di punta nei tentativi di demolire l’immagine del presidente Al-Sisi è stato ricoperto da Human Rights Watch e dai suoi bollettini sulle condizioni politiche in Egitto. Nel Paese, secondo la ong statunitense, è in atto una dura repressione, il dissenso interno è combattuto, le manifestazioni proibite, gli oppositori imprigionati e la principale forza d’opposizione, la Fratellanza Mussulmana, combattuta senza quartiere: nessun interrogativo, però, sull’origine del terrorismo islamico che destabilizza la popolosa nazione araba.

La campagna di Amnesty International è focalizzata su un preciso obbiettivo politico: impedire che l’omicidio scivoli nel dimenticatoio e sia archiviato, in virtù della ragion di Stato e degli interessi, dal dossier energetico a quello libico, che uniscono Roma al Cairo. Già perché, come avevamo evidenziato già nella nostra prima analisi, nel momento in cui il governo italiano ed egiziano afferrano la vera natura dell’omicidio Regeni, ossia un’operazione clandestina concepita negli ambienti angloamericani, prevale la tendenza ad accantonare l’affaire Regeni, così da impedire che i mandatari dell’assassinio raggiungano i loro scopi. Interviene allora Amnesty International e lo fa, si noti, con precisione chirurgica: se alla base dell’omicidio Regeni c’è la scoperta del giacimento Zohr, se la campagna che segue il ritrovamento del cadavere mira al congelamento dei rapporti commerciali tra Italia ed Egitto, se l’ENI ha, nonostante tutto, siglato l’accordo per lo sfruttamento del bacino gasifero, chi può finire nel mirino di Amnesty International? Ma ovviamente ilgruppo di San Donato Milanese.

L’ong basata a Londra prende carta e penna e, attraverso il direttore generale di Amnesty International Italia,Gianni Rufini, scrive direttamente all’amministratore delegato di ENI spa, Claudio Descalzi, affinché “solleciti le autorità egiziane a svolgere un’inchiesta approfondita, rapida e indipendente sull’omicidio di Giulio Regeni19. È perlomeno originale che ci si appelli ad un soggetto privato per un caso trattato a livello intergovernativo: una persona un po’ maliziosa potrebbe pensare che le attività dell’ENI in Egitto ronzino continuamente nella testa dei dirigenti di Amnesty International, trovando conferma alla tesi che dietro l’omicidio Regeni si nasconda proprio la volontà di sabotare i rapporti commerciali italo-egiziani.

Il 25 febbraio, davanti all’ambasciata egiziana a Roma, manifesta insieme ad Amnesty International anche lo scrittore Erri De Luca che, intervistato dal solito Giuseppe Acconcia (ex-American University del Cairo ed ex-Open Democracy di George Soros), lancia una una dura invettiva contro le autorità italiane ed egiziano, accusando le prime di voler insabbiare il caso per non danneggiare le attività dell’ENI e le seconde di essersi macchiate di un delitto di Stato. Afferma Erri De Luca:

“Il governo invece è del tutto reticente. Questo caso disturba il business italiano in Egitto. In particolare siamo in subordine alle autorità egiziane per i contratti in materia di gas. Non è un caso che sia stato appena firmato un contratto da Eni con il Cairo. Per questo il governo italiano colpevolmente non chiede un intervento più incisivo all’Europa. (…) Ci troviamo di fronte ad un delitto di Stato. Giulio è stato prelevato con la forza. Tutto fa pensare che le responsabilità siano di un corpo professionale e organizzato. Giulio è stato torturato a morte in maniera scientifica. Il suo corpo è stato martorizzato. Il cadavere di Giulio Regeni è stato scartato via come un rifiuto.”

Erri De Luca, classe 1950, una gioventù in Lotta Continua, si schiera a fianco di Amnesty International, contro il governo egiziano e quello italiano, accusato di esercitare insufficienti pressioni sul Cairo per via degli interessi energetici in ballo.

Il profilo di De Luca presenta forti analogie con quello di Luigi Manconi, classe 1948, già responsabile delservizio d’ordine di Lotta Continua20, oggi senatore del Partito Democratico. Sull’Huffington Post del 2 marzo compare l’articolo “Caso Regeni, richiamare l’ambasciatore? È il minimo”, dove Manconi afferma21:

“La più recente pagina, quella scritta ieri sulla tragedia dell’assassinio di Giulio Regeni è, forse, la più oltraggiosa (…) Si tratta di un comportamento ormai intollerabile che ridà attualità e forza a quanto detto qualche giorno fa da Pierferdinando Casini. Il presidente della Commissione Esteri del Senato ha dichiarato: “Se non arrivano risposte vere, va richiamato in Italia il nostro ambasciatore al Cairo”. (…) Nei rapporti economici tra l’Italia e l’Egitto siamo noi il soggetto forte e se, dunque, è interesse di entrambi i partner garantire la continuità di questo tipo di relazioni, nel caso attuale è il nostro paese a poter e dover utilizzare tutte le risorse capaci di esercitare una adeguata pressione nei confronti dell’Egitto, anche attraverso un’azione concertata con i principali investitori italiani in quel Paese. Chi ha orecchi per intendere intenda.”

E poi, avanti con gli altri ex-Lotta Continua, tutti ad attaccare l’Egitto di Al-Sisi: Paolo Hutter con l’articolo “Giulio Regeni e il dovere di denunciare22 pubblicato sul Manifesto il 12 febbraio, Adriano Sofri con l’articolo “Caro Renzi, per risarcire la memoria di Regeni l’Italia riconosca il reato di tortura. Lettera aperta di Adriano Sofri23 pubblicato sul Foglio il 19 febbraio. E così via.

Amnesty International e gli ex-Lotta Continua, uniti contro l’Egitto di Al-Sisi e concentrati sulle attività dell’ENI. Un caso? Una coincidenza dovuta alle affinità di sentimenti tra la ong con sede a Londra e gli ex-militanti della sinistra extraparlamentare. O c’è dell’altro?

Cominciamo con Amnesty International: nell’immaginario comune la ong è associata ai banchetti che si incontrano nelle aree pedonali ed ai giovani volontari che chiedono una firma o una donazione per nobili cause, dal rispetto dei diritti umani in Burkina Faso alla liberazione di un prigioniero politico in Venezuela. Ci deve essere però un motivo se, dopo il varo delle due legge contro le ong straniere (2012 e 2015), le autorità russe hanno effettuato approfondite ispezioni negli uffici di Amnesty International24: temono, forse, che la ong sia l’ennesimo paravento dietro cui si nascondono le attività eversive propedeutiche alle soliterivoluzioni colorate angloamericane? Il sospetto è lecito, perché dalle dure critiche al Cremlino durante laseconda guerra cecena25, ai recente raid russi in Siria contro l’ISIS tacciati come “crimini di guerra”26, passando per la difesa delle Pussy Riot, si direbbe che ci sia una forte sintonia tra Amnesty International e la politica estera di Londra e Washington.

I dubbi assumono consistenza se si studia l’organigramma di Amnesty International. Si prenda ad esempio la succursale negli Stati Uniti, persino più rilevante per risorse ed influenza della casa madre nel Regno Unito: ebbene si scopre che la direttrice esecutiva della ong, dal 2012 al 2013, è Suzanne Nossel, con un passato al Dipartimento di Stato americano ed un lavoro di ricercatrice presso due influentissimi pensatoi liberal come il Center for American Progress ed il Council on Foreign Relations. Alla Nossel subentra nel 2013 Margaret Huang27che nel curriculum vitae vanta un impiego presso il Comitato per gli Affari Esteri del Senato americano. Sorge spontaneo il dubbio: assumendo la loro carica di direttrici esecutive di Amnesty International, hanno reciso ogni legame con il governo americano o, piuttosto, svolgono lo stesso lavoro in altre vesti? A giudicare dalle campagne della ong, si propenderebbe per la seconda ipotesi.

Non è sufficiente? Si può indagare sui finanziamenti di Amnesty International. Le fonti di approvvigionamento della ong sono piuttosto nebulose ma, scartabellando i rapporti annuali del 201028 e del 201129 si scopre che tra i maggiori sostenitori figurano la Ford Foundation e la Open Society Foundations: la prima è tra le più ricche fondazioni statunitensi e, sin dalle sovvenzioni al nascente gruppo Bilderberg nel lontano 1954, si comporta come l’alter ego del Dipartimento di Stato americano, la seconda è la cassaforte con da cui lo speculatore George Soros attinge le risorse per fomentare rivoluzioni colorate e sommosse in giro per il mondo, dalla Libia all’Ucraina.

Ecco, quindi, chi manifesta il 25 febbraio davanti all’ambasciata egiziana a Roma: sono il Dipartimento di Stato americano e la Open Society del miliardario Soros.

E di Lotta Continua, che possiamo dire? Oggigiorno ci si imbatte in questa sigla della sinistra extraparlamentare, solo scorrendo la biografia di qualche illustre personaggio, confluito chi nell’intellighenzia di sinistra, chi in quella di destra, dopo la fine degli anni di piombo e della dualità DC vs PCI: Adriano Sofri, Marco Boato, Toni Capuozzo, Paolo Cento, Erri De Luca, Luigi Manconi, Paolo Hutter, Gad Lerner, Paolo Liguori, Andrea Marcenaro, Giampiero Mughini, Carlo Panella, Carlo Rossella sono alcuni dei nomi più famosi, firme illustri di la Repubblica, l’Espresso, il Manifesto, Panorama, il Foglio, etc. etc.

Ai fini della nostra analisi è però tornare indietro nel tempo ed indagare sulle origini di Lotta Continua, così da poter capire perché i suoi ex-militanti attaccano frontalmente l’Egitto di Al-Sisi a fianco di Amnesty International ed esercitano forti pressioni affinché l’ENI congeli i suoi investimenti.

Lotta Continua nasce ufficialmente nell’autunno 1969, poche settimane prima che a Milano una valigia bomba esploda nell’atrio della Banca Nazionale dell’Agricoltura, il 12 dicembre: muoiono 17 persone e ne rimangono ferite più di 80, nella strage che sancisce l’inizio della strategia della tensione, finalizzata a frenare l’avanzata del PCI ma anche, se non soprattutto, a mantenere l’Italia in uno stato di crisi permanente,così da garantirne la subordinazione agli interessi angloamericani. Il collegamento tra Lotta Continua e la strategia della tensione, e l’attentato di Piazza Fontana in particolare, non è solo questione di date, ma anche di cronaca, come testimonia l’omicidio Calabresi di cui parleremo tra poche righe.

Per sfibrare il PCI (allora primo partito comunista dell’Europa occidentale) e conservare l’Italia in uno di costante fibrillazione, Londra e Washington si avvalgono di due strumenti: i gruppi di estrema destra riconducibili alla rete Gladio/Stay Behind (come Avanguardia Nazionale ed Ordine Nuovo, responsabili materiali della strage di Piazza Fontana) e gli elementi della sinistra extra-parlamentare, incaricati di erodere da sinistra il consenso del PCI e di compiere atti terroristici, così da screditare lo stesso, alimentando la domanda di “ordine e sicurezza”. Lotta Continua, insieme ad altre sigle come Potere operaio, Avanguardia operaia, Lotta comunista, Gruppi rivoluzionari marxisti-leninisti, sono ascrivibili a pieno titolo alla seconda categoria.

Emblematico a questo proposito è il quotidiano “Lotta Continua”, diretto tra il 1972 ed il 1975 da Fulvio Grimaldi: il direttore della neonata testata “rivoluzionaria”, sposato con una cittadina inglese, non è novizio alle prime armi, ma vanta nel suo curriculm vitae una quinquennale esperienza presso la BBC inglese, strumento per eccellenza della politica estera di Londra. Ecco come Grimaldi ricorda tuttora la sua lunga permanenza nel Regno Unito30:

“Un passo indietro ci porta all’inizio del mio effettivo lavoro giornalistico, quando vinco un concorso della BBC e vado a lavorare a Londra alla radio di quell’emittente, con un contratto di cinque anni. Straordinaria scuola di professionalità, neanche sognata dai media italiani, la BBC mi insegna a occuparmi dell’universo mondo (…)”.

Nello stesso periodo in cui Grimaldi, reduce dal suo soggiorno nella sua amata “swinging London”, prende in mano il quotidiano “Lotta Continua”, si consuma il 17 maggio 1972 l’omicidio di Luigi Calabresi. Il vice-capo dell’Ufficio politico, contro cui la stampa di sinistra aveva anni addietro lanciato una violenta campagna denigratoria per la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli (deceduto nel lontano 16 dicembre 1969, dopo un volo di quattro piani dalla stanza in cui era interrogato), è quasi certamente giustiziato per aver capito, risalendo il flusso delle armi, che dalla strage di Piazza Fontana si dipana un filo che porta dritto agliambienti atlantici31.

L’omicidio di Calabresi, di cui la tragica morte di Pinelli risalente a tre anni prima è solo un pretesto, è materialmente compiuto da Ovidio Bompressi e Leonardo Marino, entrambi militanti di Lotta Continua, su istigazione di Giorgio Pietrostefani Adriano Sofri, figure apicali del movimento rivoluzionario.

Ebbene Giorgio Pietrostefani, a testimonianza di quali interessi si nascondessero dietro Lotta Continua, è assunto all’inizio degli anni ’80, prima di riparare in Francia da cui non sarà mai estradato, dalle OfficineMeccaniche Reggiane32operanti nel settore militare, ed insignito di un Nulla Osta di Sicurezza33: il profilo del capo di Lotta Continua ricalca perfettamente quello dei brigatisti Antonio De Luca e Marco Mezzasalma, impiegati pressso la Litton Italia SpA (Loocked Martin, armamenti), muniti di NOS e responsabili degli omicidi Ruffili e Biagi.

Concludendo, è sufficiente scavare un poco per scoprire cosa unisce Amnesty International e gli ex-Lotta Continua nella virulenta campagna contro Al-Sisi e l’attivismo dell’ENI in Egitto: non è tanto l’omicidio del giovane Giulio Regeni che sta loro a cuore, quanto, piuttosto, la difesa degli interessi angloamericani.

 

Fonte: FedericoDezzani.Blog

 

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