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25 APRILE, LA FESTA DELLA MERDA

(Gianni Fraschetti) - Il 25 Aprile è il 115° giorno del Calendario gregoriano, 116° negli anni bisestili e mancano 250 giorni alla fine dell' anno.
Insomma sarebbe un giorno del cazzo, come qualunque altro, con i suoi alti e i suoi bassi, le sue gioie e i suoi dolori, magari più dolori visti i tempi, ma per noi italiani non lo è. Da noi è uno di quei dannati giorni, assurti a festività laica, celebrato con tutti i crismi, con tanto di astensione da scuola e lavoro, e commemorato in decine di quelle trastule, a metà tra una sagra del carciofo o del maiale e una ghiotta occasione per fare ancora del male al nostro paese...alla Patria, insomma, come si sarebbe detto prima di quel giorno. Senza vergognarsi.
A dire il vero, non è che gliene freghi poi un beneamato cazzo a nessuno delle grandi festività laiche ma da qualche anno qualcuno deve aver trovato carino e molto intelligente ricominciare a vomitare merda in questa giornata nella quale le bugie si misurano dal metro cubo in su. Adesso che siamo vicini a una nuova guerra ( forse mondiale), per gli stessi identici motivi di allora, evidentemente lo trovano molto patriottico e sicuramente, come ogni anno, qualcuno, col culo in faccia, dirà che dobbiamo andare fieri di questo giorno Già, perchè questa data ha una sua specificità, una peculiarità, che la rende unica tra quelle che ci hanno reso famosi agli occhi del mondo.
Il 25 Aprile gli italiani festeggiano in pompa magna la loro sconfitta, una sanguinosa guerra civile e l'apoteosi del tradimento, che cessa di essere (secondo i festeggianti) un abominio spregevole, disgustoso e squalificante, cosi' come viene considerato in tutto il resto del mondo, per assumere invece una nuova e sfavillante veste e rappresentare, insieme al 25 Luglio e all'8 Settembre, quella esaltante trilogia che ci riunisce alle nostre migliori tradizioni rinascimentali e che ci ha cosi bene illustrato dinanzi al mondo intero.
Pensate, 25 Luglio e 8 Settembre hanno avuto un tale potere immaginifico di fronte ai nostri vecchi nemici, tramutati con quel virile atto novelli alleati, come i topolini o la zucca di Cenerentola, che i britannici non si sono potuti esimere dal coniare un neologismo che celebrasse adeguatamente questa nuova e magica manifestazione dell'ingegno italiano.
Da allora infatti per dire "tradire vergognosamente", hanno introdotto il verbo "to badogliate", riuscendo con ciò a rendere anche un più che doveroso omaggio a quel pezzo di galantuomo, a quella figura integerrima e adamantina, che fu il Maresciallo Badoglio.
Perchè noi italiani abbiamo, tra l'altro, anche questo di bello: la presunzione, o forse l'llusione, che il mondo ci veda con i nostri occhi, ragioni col nostro cervello malato e non si renda conto di nulla. Invece il mondo ci guarda con i suoi, di occhi, e prende nota.
8 Settembre, magicamente sintetizzato dal regista Salvatores, in Mediterraneo, quando fa dire a uno dei suoi personaggi: "...i nemici sono diventati amici e gli amici sono diventati nemici. C'è molto fermento, molte possibilità di fare denaro...."
Il 25 Aprile dunque vide la sconfitta militare del fascismo e l'inizio di quella vergognosa mattanza di innocenti che prese poi il nome di "radiose giornate". Il massacro di decine di migliaia di persone fu l'unica cosa degna di nota realizzata dalla resistenza che per il resto fu ben poca cosa, sicuramente i "briganti" Borbonici, loro sì veri resistenti e veri guerriglieri fecero di molto meglio contro i piemontesi. I partigiani alla fine non furono altro che un branco di vigliacchi, renitenti alla leva ed opportunisti che si rifecero una verginità con un fazzoletto rosso o verde al collo. Dall'altra parte ci fu una diversa tempra di uomini che sapevano bene che la guerra era perduta ma l'onore, concetto sparito da quel giorno, aveva imposto loro di continuare a combattere col vecchio alleato e di non tradire, perché il tradimento NON è da uomini d'onore e basta guardare chi ci governa e oggi festeggia questa sagra, a partire da o' presidente, per comprenderlo.
Il 25 Aprile è la degna conclusione dell'8 Settembre, con la fuga del monarca e di tutto il generone romano di allora; il Re soldato, come amava farsi chiamare, sempre ritratto con l'uniforme addosso e la bustina in capo. Era proprio un bel Re il bisnonno di Emanuele Filiberto, nulla da dire. Altro che Re soldato, un Re guerriero avevamo, e che cazzo ! Eppure anche lui la sua possibilità di ricavare un posto diverso dalle latrine, nella storia del nostro paese, l'ha avuta. Lui e il Principe Umberto, il papà di Napo', il comandante del fronte Sud, perchè questo aveva preteso il Principe di Piemonte, quando anche e soprattutto al Quirinale, si pensava di vincere la guerra in poche settimane. E sarebbe bene ricordare che la maggior parte dei nostri baldi generali e ammiragli erano monarchici, non fascisti.
Ma quando si è trattato di combattere sul serio la guerra degli uomini, la guerra che ha visto scontrarsi il sangue contro l'oro, la dinastia guerriera si è prontamente defilata fino ad abbandonare il suo esercito allo sbando, proprio in una delle date che amano festeggiare. Il re e la sua corte, generale e ammiragli compresi, ha velocemente alzato i tacchi e se l'e' squagliata a Brindisi, sotto la protezione delle baionette alleate, dove s'è riunita con i rappresentanti dei partiti, usciti per l'occasione dai loro comodi rifugi. Una fuga all' inglese direbbe qualcuno, e mai come questa volta tale modo di dire calzerebbe a pennello, come un guanto. Sarebbe bastato poco per consegnare un ricordo diverso di loro; d'altronde noblesse oblige, o almeno dovrebbe e il sangue di un Savoia avrebbe lavato l'onta di quell'armistizio firmato di nascosto, come i ladri. Ma pare che agire così sia un nostro incorreggibile costume, anche quando facciamo accordi con la mafia, non solo con gli alleati vincitori.
Dunque l'onore di un popolo, di una nazione e della stessa dinastia, ma forse sarebbe meglio dire "razzaccia loro", potevano ancora essere salvati, ma un Savoia avrebbe dovuto mischiare il suo sangue a quello di tanti soldati che non se la squagliarono a Pescara, anzi non scapparono proprio da nessuna parte. E in tanti non consegnarono le armi. E si fecero accoppare. Prima si fecero accoppare dai tedeschi per non consegnare le armi e dopo si fecero accoppare dagli angloamericani per continuare a difendere il territorio nazionale.
Il sacrificio di un Savoia che si fosse immolato insieme a loro era quanto pretendeva la storia in quel momento, per non condannarci alla dannazione eterna e quel sangue reale avrebbe forse avrebbe salvato anche la monarchia. E forse oggi sarebbe tutto diverso.
Invece fuggirono tutti. A gambe levate. Fuggirono per primi, a Pescara e poi a Brindisi, mentre la nostra flotta, la quinta del mondo, si andava a consegnare dentro a un porto nemico. Un evento mai avvenuto nella storia delle marinerie di tutto il mondo che dovrebbe farci rabbrividire dalla vergogna ancora oggi. Ci volevamo noi per stabilire anche questo primato mondiale e abbiamo buoni motivi per supporre che tale rimarrà, in perfetta solitudine, per l'eternità.
A noi piacciono i record d'altronde. E se fanno particolarmente schifo è un titolo di merito in più. Per Piazzale Loreto Ferruccio Parri coniò il termine di "macelleria messicana" e credo che sia la fotografia migliore di questa giornata. Dopo avere visto le immagini di gente massacrata, profanata e appesa per i piedi a un traliccio, come quarti di bue, in nome della libertà, dei diritti dell'uomo e della democrazia, cosa volete che ci si possa aspettare da un popolo che ha perduto tutto: dignità, onore e coscienza di sè? Solo altre macellerie messicane...e infatti questo termine tornò di moda per definire i fatti della "Diaz" al G8 di Genova.
Eppure è questo che ci vogliono far festeggiare: la perdita di ogni valore, un tradimento vergognoso, una fuga altrettanto vergognosa, e una banda di delinquenti che si sono resi responsabili di massacri inauditi. In nome di tutto ciò, di questo supremo inganno, vogliono la nostra partecipazione e che ci mangiamo la porchetta alle loro feste di merda perchè proprio in quei giorni nacque la nuova Italia, la loro, di gran lunga la peggiore di quante l'avevano preceduta.
Ma guardate come siamo ridotti per Dio!
Questa invereconda e patetica repubblichetta, che non ha rispetto nemmeno per se stessa, vide infatti la luce in quelle radiose giornate per divenire poi quella che è oggi. L'Italia di Alfano, di Renzi e Berlusconi, di Denis Verdini, di Vendola, Grillo, del direttorio dei giovinastri e dei cazzi che se li fregano e che ci si fregano a noi, l'Italia dei matrimoni gay, della perdita di ogni morale ma soprattutto l'Italia della cara salma che è il padre spiriutuale di quanto è avvenuto negli ultimi anni e quindi di gran parte di tutto ciò. Lui. il figlio illegittimo di Umberto il codardo. Un regalo d'addio al popolo italiano per il quale non finiremo mai di ringraziare il Principe nelle nostre preghiere.
Fu allora che nacque il mantra...l'Europa ce lo chiede. A quel tempo non era ancora l'Europa a chiedere, bensì gli alleati, anzi le nazioni unite, come amavano modestamente chiamarsi, ma il meccanismo era identico. Loro chiedevano e noi scattavamo. Allora consegnammo la flotta, la dignità, e quattro fette di culo vicino all'osso. Adesso stiamo per svendere tutto il nostro patrimonio e cedere quanto rimane della nostra sovranità nazionale. D'altronde come ebbe a dire quell'altro galantuomo e grande patriota di Gianni Agnelli: "Chi paga l'orchestra sceglie la musica".

 

Anch’io, in quei giorni del settembre 1943, fui chiamato ad una scelta. E decisi la mia scelta. Non me ne sono mai pentito. Anzi, quella scelta segna nella mia vita il punto culminante, del quale vado più fiero. E nel momento della scelta, ho deciso di giocare la partita più difficile, la più dura, la più ingrata. La partita che non mi avrebbe aperto nessuna strada ai valori materiali, terreni, ma che mi avrebbe dato un carattere di spiritualità e di pulizia morale al quale nessuna altra strada avrebbe potuto portarmi. In ogni guerra, la questione di fondo non è tanto di vincere o di perdere, di vivere o di morire; ma di come si vince, di come si perde, di come si vive, di come si muore. Una guerra si può perdere ma con dignità e lealtà. La resa e il tradimento bollano per secoli un popolo davanti al mondo. All’8 settembre, al comunicato di Badoglio, piansi. Piansi e non ho mai più pianto … Perché quello che c’era da soffrire per ciò che l’Italia avrebbe vissuto come suo avvenire, io l’ho sofferto allora. Quel giorno io ho visto il dramma che cominciava per questa nostra disgraziata nazione che non aveva più amici, non aveva più alleati, non aveva più l’onore ed era additata al disprezzo di tutto il mondo per essere incapace di battersi anche nella situazione avversa

Junio Valerio Borghese

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