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L'AUSTRIA HA RAGIONE, LE FRONTIERE VANNO CHIUSE. TRA BREVE SAREMO UN PAESE LEVANTINO FUORI DALL'EUROPA, E IL BELLO DOVRA' ANCORA ARRIVARE.

 

(Alessandro Catto) - Le diatribe politiche sulla chiusura del Brennero e del confine tra Austria ed Italia al flusso senza sosta di immigrati provenienti dal sud Europa sono ormai all’ordine del giorno. Tra un’omelia all’accoglienza targata Vinitaly e una lode al Cittadino Migrante, il nostro paese pare aver ormai totalmente rinunciato al controllo delle proprie frontiere e dei flussi in entrata.

In questo teatrino tragicomico va ribadito l’ovvio, ovvero che a rigor di logica la decisione austriaca non rappresenta alcuna mostruosa eccezione, ma semplicemente la normale reazione di un governo interessato al benessere dei propri cittadini e alla pace sociale nazionale. Sono i paesi come l’Italia che non governano il fenomeno migratorio ma se ne fanno governare a rappresentare l’approccio più deleterio al problema, quasi che la marea montante di disperati in arrivo dalle più diverse zone del mondo sia un’opera celeste sulla quale non si può in ogni caso esercitare un qualche tipo di controllo.
 
E’ proprio questo che manca maggiormente all’Italia, un sano contributo della politica alla regolamentazione e alla gestione dell’immigrazione, contributo che laddove presente porta con sé solamente lucro, interessi economici privati ed individuali, sfruttamento del fenomeno per ingrossare la filiera dell’accoglienza, tanto redditizia per ONG, Coop, centri d’ospitalità laici e non. Questa dovrebbe essere l’eccezione su cui puntare il dito, una situazione in cui ancora una volta l’Italia dimostra la fragilità del patto che tiene uniti i suoi contraenti, e che dimostra come nel nostro paese l’interesse comune venga puntualmente e impunemente sacrificato all’altare del profitto e dei guadagni, con un intero clero intellettuale progressista a costituire la falange culturale su cui gli speculatori fanno leva per imbonire l’opinione pubblica.
 
La chiusura delle frontiere attraverso la riaffermazione del confine assume in questo caso un doppio valore. Da un lato quello della negazione dell’ingovernabilità del fenomeno, dall’altro l’esistenza incancellabile del valore della frontiera come mezzo di alterità, di diversità e utilità amministrativa. Uno stato che rinuncia a difendere i propri confini e a tutelare primariamente chi abita al loro interno è uno stato che non ha ragione di esistere, e una classe politica che abdica dal proprio compito in favore di un fatalismo tanto odioso quando deleterio è il danno maggiore per una nazione realmente indipendente.
A casa nostra l’inversione della visuale va ovviamente per la maggiore. Tra le fila di coloro i quali pretenderebbero ancora oggi di rappresentare gli interessi dei lavoratori troviamo da un lato la persistenza di uno stucchevole predicozzo permanente sull’accoglienza senza sosta, dall’altro la diffusa credenza che sia possibile usufruire dei profughi o presunti tali per “combattere contro il sistema”, in una mai abbandonata illusione internazionalista che già dalle basi fa capire la fallacia dei suoi propagandisti.
 
L’immigrazione in arrivo nel nostro paese, oltre ad essere formata in misura infinitesimale da reali profughi di guerra, è una immigrazione composta da poveracci che sono ben disposti a lavorare per un tozzo di pane in un cantiere, in un albergo o in un ristorante, il tutto senza nessuna tutela, limite di orario o trasparenza retributiva. Non vi è nessuna conoscenza della lotta sindacale, dei rapporti di forza, dei diritti sul lavoro e nessun interesse verso di essi, ma solamente la smania, pur comprensibile per certi versi, di avere un reddito da poter dividere tra sé e la famiglia d’origine.
 
L’immigrazione deregolamentata, oltre a portare con sé una generale commistione tra culture, tradizioni ed etnie diversissime tra loro, minando all’identità e alla pace sociale dello stesso stato ospitante, crea fenomeni macroeconomici dalla gravità inenarrabile, in cui l’immigrato viene utilizzato come leva di ricatto per agire sui salari nazionali e garantire al proprietario forza lavoro fresca immediatamente reclutabile a prezzo di realizzo. Se non si cade nella retorica dell’accoglienza totalitaria, a sinistra pare impossibile non cadere nell’illusione della lotta internazionalista per conto terzi. E’ difficile credere che una persona che ha rinunciato a lottare per lo sviluppo del proprio paese sia disposta a lottare per lo sviluppo di un paese altrui, ma è di una idiozia ferina il pensare che un cittadino italiano debba essere equiparato nella ricerca di lavoro, nell’elargizione di benefit statali o di sussidi ad una persona arrivata l’altroieri da chissà dove.
 
Si arriva dritti all’annichilimento del ruolo dello stato nazione inteso come comunità di cittadini, all’equiparazione dello straniero al residente, ad una politica che non ha nessuna ragione d’essere messa in campo in un sistema capitalista che ha tutto l’interesse a livellare al ribasso il proletariato, e in cui la generale caduta delle barriere amministrative e statali nella regolamentazione della vita economica e sociale di una nazione incontra chiaramente gli interessi del ceto finanziario oggi padrone del mondo. Un ceto dominante che, dal canto suo, soffia a pie’ sospinto su di una globalizzazione senza sosta capace di cancellare confini, identità, diversità, regole e paletti per consegnare il mondo intero ad una perenne stasi consumistica e a rapporti di forza ordinati non da una comunità di cittadini, bensì dal potere di chi detiene i mezzi di produzione e decide senza impedimenti di sorta chi deve accedervi e chi no e a quali condizioni.
 
Chi rinuncia a servirsi dell’architettura nazionale per combattere i fenomeni di sfruttamento, e chi rinuncia a difendere il proletariato nazionale in favore di una accoglienza prezzolata o di una pseudo rivoluzione che mai è scoppiata e mai scoppierà sta esattamente dalla stessa parte: quella degli utili idioti che continuano a foraggiare lucro e sfruttamento per interesse altrui.
 
Noi stiamo dalla parte dell’Austria, dell’Ungheria, della Serbia e di tutti quegli stati che non hanno rinunciato al loro compito primario, ovvero quello di rappresentare, difendere e preservare il proprio popolo. Le omelie al Vinitaly le lasciamo volentieri agli altri, e a chi può permettersi di guardare il fenomeno col sorriso di chi ha tutto da guadagnarci. Economicamente in primis.
 
 
 
 
 
 
Fonte: Azione Culturale

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