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Quanto è politica la soluzione?

(Gabriele Adinolfi) - La Globalizzazione è la continuazione di un processo nato con l'Usura e affermatosi con l'egemonia che questa raggiunse nel secolo XX con due guerre mondiali e la Rivoluzione bolscevica. Il sistema globale, specialmente in Occidente, è di stampo sovietico. Capitalista ma sovietico, nella mentalità, nei regolamenti, nella cultura, nella burocrazia. Esso ha come nemici l'identità, la libertà, l'iniziativa, la proprietà, la comunità e il sacro. Almeno tutto l'occidente e tutto l'oriente bianco sono ormai impregnati di mentalità sovietica e ne sono prigionieri. Le nostre istituzioni nazionali, specie quelle di sussidio, la Ue, l'ex impero sovietico, sono un solo gulag, un solo deserto che cresce. Guai a chi cela in sé deserti! La risposta è politica? Solo fino a un certo punto. Il potere politico è subordinato a quello dei soviet finanziari e satellitari e non esiste più se non in minima parte. Le reazioni popolari sono un fenomeno interessante ma, qualsiasi cosa si pensi di chi le gestisce, esse forniscono solo illusioni se non c'è un'alternativa già strutturata.

Dunque?

Dunque dovremo strutturare l'alternativa parallelamente al sistema politico. Il che significa avere una relazione costruttiva e dialettica con le reazioni popolari ma non limitarsi a cullare illusioni. Dobbiamo opporre al deserto la foresta: il nostro mondo di sorgenti, di fiumi, di monti. Dobbiamo creare per riempire il vuoto, crescere contro corrente. Quello che più conta è crescere, mentalmente, spiritualmente, culturalmente, economicamente, organizzativamente per creare autonomia e potere. Dobbiamo dunque organizzare l'autonomia dalle istituzioni dei ceti sociali produttori, legandoli in logica corporativa e far crescere le autonomie locali.

Questo conta, molto di più delle conquiste elettorali.

Lo si deve fare in tutta Europa secondo l'ottica dell'Imperium. Un Impero che non coincide con la UE ma che, nel pressarla e nell'attaccarla, non scade mai in una logica centrifuga che ci consegnerebbe all'impotenza finale. Un Impero che dobbiamo creare noi, subito, nel nostro immaginario ma anche nel quotidiano. Un Impero che esalta le nostre regioni e le nostre nazioni. Un Impero erede del pensiero greco e dell'Asse ghibellino, che nutre ed esalta le sue radici identitarie (normanne, celtiche, slave, latine) e i suoi singoli universi del pensiero, così come i suoi vecchi mondi coloniali (Spagna, Portogallo, Francia, Belgio, Olanda) che sono ancora portatori di relazioni internazionali privilegiate che, una volta riattivati, potrebbero anche invertire i flussi migratori.Questa logica imperiale deve quindi mirare all'organizzazione sociale (ceti produttori) in un'ottica corporativa e al radicamento etnico, il tuttp in una visione d'insieme nella speranza di riacquisire la nostra volontà di potenza.

Solo così noi potremo sostenere la coesione e la forza dell'Europa senza tradire le reazioni popolari e viceversa. Solo così potremo entrare in gioco sfidando i soviet del deserto.

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