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Martedì 27 Ottobre 1942 –  Ministero della Guerra - Cabinet War rooms – Sala di proiezione - Londra

 

 

 

 

 

Winston Churchill e i capi di stato maggiore delle tre armi presero posto sulle poltroncine della sala di proiezione posta nel Cabinet  War rooms del Ministero della Guerra.

Le luci furono spente e iniziò la proiezione. 

Il film era in bianco e nero. Dapprima si vide una porzione di cielo, poi lo Spitfire che aveva effettuato la ripresa scivolò d’ ala, picchiò leggermente verso destra e inquadrò  la pista da cui era decollato.

Vi erano molti aerei in fiamme a terra e da due postazioni antiaree rimaste ancora intatte alcuni coraggiosi stavano sparando furiosamente contro gli aggressori.

All’ improvviso apparve uno degli aerei attaccanti. Proveniva da sinistra, in volo radente e livellato, in asse con la pista dell’ aeroporto che percorse in pochi attimi. Dopo il passaggio cabrò decisamente e accellerò, sputando una lingua di fuoco dalla coda e scomparendo all’obiettivo della macchina da ripresa, mentre centinaia di esplosioni finivano di distruggere quel che rimaneva delle installazioni aeroportuali, annichilendo in ardenti globi di fuoco anche gli ultimi difensori.

Lo Spitfire cabrò verso sinistra e inquadrò per un attimo un altro dei velivoli nemici. Fu come un lampo grigio che attraversò lo schermo, oscurando per una frazione di secondo il cielo.

Il film era finito. La voce di Churchill ruppe il silenzio che regnava nella sala. “Vorrei rivedere gli aerei, con un fermo immagine. Spero che sia possibile”.

Il tono era ancora calmo, nonostante quanto aveva appena visto lo avesse profondamente turbato. Finora aveva immaginato, cercando di farsi un’ idea di come fossero maturati i rovesci che avevano subito ma le immagini dimostravano una realtà  di gran lunga superiore a ogni possibile fantasia e Churchill considerò con preoccupazione che la gravità della situazione andava molto al di là delle cocenti sconfitte che avevano patito. Era evidente che il problema si trovava ben oltre la capacità dei comandanti, il coraggio degli uomini  e l’ efficacia delle loro strategie. A prima vista, era parecchio fuori dall’ orizzonte delle loro attuali possibilità.

“Abbiamo fatto degli ingrandimenti delle due immagini più significative, signore “, rispose uno dei tecnici dell’ MI5 che gestivano la proiezione. Nella prima si vedeva chiaramente il primo aereo attaccante. Il velivolo aveva ali corte e squadrate, uno strano doppio impennaggio di coda, non si vedevano eliche e nell’ insieme risultava aggraziato e letale. Nella seconda, un altro aereo, uguale al primo, era stato ripreso in virata. Si notavano chiaramente il cockpit, protetto da un cupolino trasparente,  e la testa del pilota, completamente avvolta da un casco di foggia assolutamente sconosciuta.

Churchill aveva visto abbastanza per i suoi gusti, lasciò agli analisti il compito di esaminare ogni particolare del video per cercare di cavarne ogni possibile indicazione. Ordinò di accendere le luci e si voltò verso il maresciallo dell’ aria Arthur Harris. 

“Se non escogitiamo qualcosa perderemo questa maledetta guerra. La prossima settimana sarò ad Halifax, per incontrarmi con Roosevelt e Stalin. Per allora veda di farsi venire qualche idea”.

Guardò poi gli altri ufficiali presenti.   

“Vale anche per voi, signori. Avrete sicuramente notato la velocità di quegli aerei che è  inferiore solo a quella con cui gli eventi si sono volti a nostro sfavore. O troviamo il modo, Dio solo sa quale, per contrastare questa gente oppure...”, fece una lunga pausa,  “dovremo cambiare l’ approccio a questa guerra”.

Un’ idea si stava facendo strada nella sua testa, aveva bisogno di rimanere solo. Uscì dalla stanza senza salutare nessuno.

 

Martedì 27 Ottobre 1942 – Cancelleria del Reich – Berlino

Hitler era fuori di sè dalla rabbia. Maledetti italiani, avevano espulso l’Afrika Korps dalla condotta delle operazioni in Africa settentrionale e ne avevano addirittura chiesto il ritiro da quel  teatro di operazioni. Mussolini aveva inoltre ordinato che l’ARMIR  abbandonasse il fronte orientale e aveva revocato le leggi razziali. Si erano parlati a lungo telefonicamente e gli era sembrato sincero quando aveva detto che l’alleanza non era in discussione, ma il significato politico di tali decisioni era chiaro. Alleati sì, ma ognuno a casa sua. L’ Italia intendeva dividere le zone di operazioni: loro volevano occuparsi del nord Africa e del Medioriente, lasciando alla Germania il  peso del confronto con l’ URSS.  

Cosa avevano realmente in testa? Il pensiero lo colse all’ improvviso.

Fin dove poteva permettere che si spingessero  in questa loro nuova e totalmente inaspettata  interpretazione del conflitto? Possibile mai che gli italiani dovessero rappresentare sempre e comunque una fonte di problemi e di preoccupazioni?

Si sedette un attimo a riflettere. I suoi alleati lo impensierivano non poco. Disponevano di nuove armi e dimostravano una insolita intraprendenza che strideva notevolmente con quanto, di poco e di male, avevano combinato fino a quel momento. Anche quando erano entrati in guerra volevano fare da soli. Dovevano fare solo due cose: occupare Malta e il canale di Suez. Una cosa facile in quel momento se si fossero mossi subito. Invece erano rimasti a poltrire per mesi,  poi si erano  infilati in un tale vespaio in Grecia che se non interveniva  subito in loro aiuto sarebbero stati ributtati in mare. Lo stesso era poi avvenuto in nord-Africa e se non avesse spedito di corsa Rommel e l’Afrika Korps gli inglesi sarebbero arrivati a Tripoli in un batter d’occhio. Per colpa della Grecia aveva dovuto rimandare l’attacco all’Unione Sovietica. Almeno un mese di bel tempo che correvano il rischio, ora, di pagare molto caro. Il Fuhrer non aveva mai avuto una grande considerazione per gli italiani, specialmente per gli alti gradi delle forze armate, un branco di  infidi e incapaci pasticcioni. E adesso, all’ improvviso, si scuotevano dallo stato di torpore nel  quale versavano dall’ inizio del conflitto e pretendevano pure di fare da soli. Perchè?

Cercò di vedere le cose con un minimo di ottimismo. La guerra, che aveva preso una brutta piega, arrideva nuovamente alle sue armate. La attuale situazione nel bacino mediterraneo gli permetteva di concentrare tutti i suoi sforzi a oriente, e ogni ipotesi di apertura di un secondo fronte in Europa da parte degli angloamericani appariva una chimera dopo la batosta che avevano rimediato in nord Africa.

Decise di reprimere la rabbia e di essere paziente.

Intanto chiudiamo la partita con i sovietici, si disse, poi si vedrà. Aveva già impartito gli ordini affinchè Rommel sostituisse Paulus al comando della VI Armata e l’ Afrika Korps venisse sbarcata nel porto di Rostov,  dove la attendevano i nuovi equipaggiamenti, compresi i primi carri Tigre. Da lì avrebbe raggiunto immediatamente il fronte di Staligrado.

 

Lunedì 2 Novembre 1942 – Palazzo Venezia – Ufficio di Mussolini – Roma -

Erano ormai dieci giorni che Monteforte era a Roma, e il mosaico che aveva in mente stava progressivamente prendendo forma.

I tedeschi avevano abbandonato il nord Africa e le rotte tra l’ Italia e la Libia erano state liberate da ogni minaccia britannica. Quel poco che rimaneva della Mediterranean Fleet e la Forza H, badava solo a non allontanarsi troppo da Gibilterra e un contingente italiano, proveniente dalla Sicilia, era sbarcato a Malta. La  guarnigione inglese si era arresa e la popolazione che  anelava al ricongiungimento con l’Italia  aveva accolto con manifestazioni di giubilo le truppe del regio esercito. Mussolini aveva nominato governatore Carmelo Borg Pisani, figura leggendaria dell’ irredentismo maltese, che attendeva nel carcere di Corradino l’esecuzione della condanna a morte emessa contro di lui da un tribunale speciale inglese. De Angelis aveva spedito sull’ isola gli stessi uomini che avevano liberato il porto di Alessandria dalle navi inglesi affondate, col compito di effettuare la stessa operazione a La Valletta e recuperare tutto l’ acciao possibile. Stavano rapidamente riorganizzando il sistema produttivo italiano e tutto quel materiale sarebbe stato molto utile in futuro. Proprio in quelle ore, due navi stavano sbarcando a La Spezia macchinari industriali e tecnici del genio per allestire i primi stabilimenti di produzione dei nuovi armamenti. In questa fase principalmente motori, mezzi corazzati e blindati per trasporto truppe, armamento leggero e munizioni.

Ingegneri del genio navale erano, intanto, a bordo delle navi della regia marina per mettere a punto gli ultimi dettagli del programma di ammodernamento cui stavano per essere sottoposte, mentre quelli dell’ aeronautica erano presso gli stabilimenti di produzione delle aziende che producevano i velivoli per studiare con i progettisti interni quali modifiche dovessero essere adottate sui modelli che sarebbero rimasti in produzione. Non era infatti pensabile continuare a disperdere la capacità di maestranze e impianti, nella realizzazione di una miriade di tipi differenti di velivolo. Un modo di procedere assai diffuso fino a quel momento, che impediva qualsiasi forma di industrializzazione e standardizzazione, creando enormi problemi organizzativi, logistici e di addestramento di piloti e specialisti. Era un altro dei misteri nel quale si erano imbattuti e col quale si erano immediatamente scontrati.

Mussolini aveva accettato di buon grado la situazione che si era venuta a creare, e gli stava lasciando mano libera nella conduzione delle operazioni militari, mentre lui si dedicava alla riorganizzazione dello stato fascista, adottando provvedimenti sempre più in sintonia con la vocazione sociale del suo movimento.

Vi era molto malcontento tra i gerarchi e gli industriali. I primi, perchè  si rendevano conto che il loro ruolo e le zone franche sarebbero inevitabilmente andati a ridimensionarsi, e  i secondi perchè De Angelis aveva stabilito regole molto rigide di affidamento delle commesse e controlli della qualità talmente rigorosi che le forniture militari non consentivano più facilonerie tecniche e facili arricchimenti. Molte delle misure economiche che il Duce stava adottando, inoltre, riducevano i loro profitti a vantaggio di una redistribuzione della ricchezza, e quindi di un  benessere più diffuso e di assetti sociali più equi. Il re-imperatore era quindi subissato di lamentele dagli ambienti e  dalle confraternite che storicamente contavano a corte e aveva cercato di rendersi portavoce del malessere che stava montando nella casta degli intoccabili. Mussolini però tirava dritto, avvalendosi della forza che gli era data da Monteforte e dalla nuova situazione che si era creata. Due ammiragli, tra i più compromessi, erano morti di infarto durante il sonno. In qualsiasi altro paese civile sarebbero stati fucilati da tempo, alla schiena, e senza tante storie. L’estate dell’ anno precedente avevano offerto in vendita  navi italiane agli inglesi in cambio di alcuni milioni di sterline. La trattativa era stata condotta dall’ingegner Walter, uno svedese  che lavorava per il comandante Denham, addetto navale britannico a Stoccolma, e aveva avuto il beneplacito dell’ammiragliato, del  war office e di Churchill in persona. Nel dopoguerra, Denham aveva diffusamente descritto tutta la vicenda nel suo libro Inside the Nazi Ring, edito a Londra nel 1984. Ovviamente  tutta questa bella roba era presente nel sistema informatico dei servizi di sicurezza  di Monteforte, bastò quindi leggere il libro di Denham per scoprire che l’assassino non era il maggiordomo.

Nell’ altra storia la tentata compravendita era andata  avanti  un paio d’ anni. Questa volta non ci fu il tempo per trattare così a lungo e un provvidenziale e fatale malore notturno evitò a questi lupi di mare con le stellette al bavero e il  bernoccolo degli affari  l’ ignominia di una corte marziale dall’ esito scontato. Avevano  dovuto ricorrere a quel provvedimento estremo per lanciare un preciso segnale.

Il circo equestre che aveva imperversato per anni, a tutti i livelli, chiudeva definitivamente i battenti.  Chiunque fosse stato sorpreso a flirtare con il nemico adesso sapeva esattamente cosa doveva aspettarsi. Stavano per rimodernare le navi e non potevano certo permettere che i progetti finissero sulla scrivania del primo lord del mare, l’ammiraglio Dudley Pound, prima ancora di essere realizzati.

A supermarina erano dei gran mascalzoni, ma certamente non stupidi  e compresero immediatamente il messaggio dei due infartuati. Al termine della strada che troppi di loro avevano imboccato c’era solo un bel funerale di stato e tanti cari saluti. Considerata anche la piega che aveva preso la guerra,  l’anglofilia che prima dilagava al Q.G. della marina a Santa Rosa si sopì parecchio e qualcuno ricominciò anche a fare il proprio dovere. Tutto molto italiano, pensò Monteforte con un sospiro, entrando nella Sala del Mappamondo.

Mussolini era alla sua scrivania, intento a scrivere. Alzò gli occhi sopra i suoi occhiali da lettura e lo guardò. “Buongiorno generale, accomodatevi”.

Lupo si sedette su una poltroncina di fronte  al Duce,  che aveva ripreso a scrivere. “Vorrete scusarmi per un attimo,  ma devo finire di buttar  giù un’idea”.

Rimasero così, per alcuni minuti, e Montefortene approfittò per  guardare gli affreschi della sala, opera del Mantegna se ricordava bene, e la scrivania davanti a lui. Non era ingombra di molti oggetti, vide un calamaio di bronzo con due leoni ai lati, un vasetto di porcellana a fiori, nel quale teneva le famose matite rosse con le quali vergava i suoi commenti ai rapporti, un tagliacarte d’argento, un tampone asciugacarta e un abat-jour di seta gialla che gli parve parecchio bruttino, a dire il vero. Mentre spostava lo sguardo sui tre telefoni,  Mussolini posò la penna e lo fissò negli occhi. Aveva lo sguardo di un bambino che ha appena commesso una marachella.

“Con questo decreto”,  battè la mano aperta sui fogli che aveva sul tavolo, “voltiamo finalmente pagina”.

Si alzò in piedi e cominciò a divorare il pavimento della vasta sala con lunghi passi.

“Vedete, ho pensato a lungo a quanto mi avete detto la prima volta. Siete stato parecchio impertinente, a dire il vero, ma avevate ragione. Il fascismo correva il serio rischio di rimanere una grande promessa incompiuta, e una grande incognita.

Stavamo per perdere questa guerra, e con essa la possibilità  di attuare pienamente quelle riforme  che, sole,  possono dare giustizia sociale. Quasi certamente saremmo rimasti il grande enigma del secolo.  Molti, i più, avrebbero pensato a noi con odio. Altri avrebbero continuato a credere in noi, così come si crede alla Befana. I più intelligenti si sarebbero chiesti cosa realmente volevamo. Tutti, indistintamente, non avrebbero realmente compreso proprio niente.

Le nostre istituzioni dovevano essere  lo specchio fedele dei nostri programmi, e di quanto avevamo promesso agli italiani. Non lo abbiamo fatto. Avevate ragione.

Forse sono stato un buon capo di stato per una nazione che usciva da una guerra terribile. Ma non basta, non può bastare agli italiani, e se  me lo consentite, anche al sottoscritto. In questi lunghi anni ho trattato, ho mediato, ho gestito la cosa pubblica e ho  cercato di accontentare tutti, ma non ho governato come avrei voluto e come gli italiani avrebbero meritato. Certamente non ho pienamente realizzato la rivoluzione fascista. 

Mi sono limitato ad amministrare bene l’ Italia, come mai, nella sua pur breve storia, era stata amministrata. Ho bonificato vaste aree di territorio che erano paludi malsane e invivibili. Ho promosso la scienza, l’ arte, la tecnica e la cultura. Ho debellato la mafia. Ho riformato il codice di procedura penale e la scuola, ho istituito la cassa integrazione guadagni, l’ istituto nazionale per la previdenza sociale, gli assegni familiari, l’ assistenza ospedaliera ai poveri, l’esenzione tributaria per le famiglie numerose, la magistratura del lavoro, l’ istituto autonomo case popolari. Ho ristrutturato il sistema bancario, ponendo fine al metodo delle banche miste e vietando agli istituti di credito ordinario di operare nel campo dei finanziamenti a medio e lungo termine. Ho creato l’ IMI e l’ IRI, proteggendo milioni di risparmiatori dalla grande crisi di metà degli anni ’20, ho portato il bilancio dello stato in pareggio e la settimana lavorativa a cinque giorni, con l’ istituzione del sabato fascista. Ho creato l’ opera nazionale maternità e infanzia e le colonie marine e montane. Ho elettrificato l’ Italia, costruito migliaia di chilometri di strade e la nostra bandiera ha raggiunto ogni angolo del pianeta. Nel 1925 De Pinedo arrivò a Tokio, volando per cinquantacinquemila miglia e nel 1927, quando Lindbergh non si era ancora alzato da terra, volò da Elmas, in Sardegna, fino in Sudamerica. Un anno dopo, nel 1928, sessantuno idrovolanti S59bis volavano sul Mediterraneo attraversando la Francia e la Spagna per 2.804 chilometri. La cosa più impressionante, io la vidi, fu il volo in formazione stretta, che oscurò il sole negli occhi degli spettatori di città come Marsiglia e Barcellona. Balbo, con le sue crociere atlantiche, attraversò l’ oceano con intere squadriglie di velivoli, riscuotendo  l’ammirazione di tutto il mondo. Nel 1939 detenevamo trentatre record, quanto Francia, Germania e USA messi insieme. I nostri emigrati, negli Stati Uniti e in America Latina, erano pazzi di gioia e guardavano al fascismo con gratitudine. Per lungo tempo offesi e umiliati, per la prima volta vedevano l’ Italia  temuta e rispettata, ed era tornato loro l’orgoglio nazionale, l’ orgoglio di essere italiani.

Tacque per un attimo.

 “ Ho fatto tutto questo. Ho fatto dell’ Italia una nazione moderna  e rispettata ma non ho governato come avrei voluto. Mi sono barcamenato tra il re-imperatore, il papa e gli industriali”.

Scoppiò a ridere. “Si, imperatore, è proprio vero. Ho proclamato io l’impero, dal balcone di questo palazzo”.

Chiuse il balcone, tornò alla scrivania e si rimise seduto.

“E poi gli industriali, gli agrari, i banchieri e tutto il loro sottobosco. Banditi in abito scuro. Gentaglia  senza scrupoli, che ha pensato solo a riempirsi le tasche in ogni modo, e che ha continuato a riempirsele e a prosperare alla mia ombra. Fino a ora”. 

Divenne improvvisamente pensieroso. “Mi sono letto gli appunti che mi avete lasciato. Sospettavo che fosse uno schifo, ma non fino a questo punto.  E la storia dirà di me che, preso il potere, ho saldato i miei debiti con il re, con la chiesa e con i potentati economici”.

Battè il pugno sulla scrivania.  “Ma quali debiti! Non è così perdiana!”

Si alzò di scatto in piedi e si diresse verso Monteforte che era rimasto seduto sulla poltroncina, di fronte alla scrivania. Gli occhi del Duce brillavano di sdegno. “Ditemi, generale, cosa altro poteva fare il re? Opporsi con le armi alla marcia su Roma?  Ammesso e assolutamente non concesso  che l’ esercito avrebbe sparato su altri soldati, su reduci decorati, perchè di questo si parla, sarebbe stata la guerra civile e forse sarebbe stato meglio per tutti, perchè le rivoluzioni hanno bisogno del sangue e di chiarezza, dopo”.

Abbassò nuovamente il tono della voce.  “Invece fu una rivoluzione all’italiana. Con il capo dei rivoluzionari che arriva a Roma in vagone letto. Una pagliacciata nella quale tutti erano d’accordo nella speranza di ritagliarsi poi il proprio spazio nella mangiatoia.  Avrei dovuto fare di quell’ aula sorda e grigia un bivacco di manipoli, l’ ho pure detto, ma non l’ ho fatto. Avrei dovuto imitare Cromwell,  sbaraccare tutto  e staccare qualche testa dal collo, ma non l’ ho fatto. Non è nella mia indole e dunque sono rimasto anch’io invischiato nella ragnatela putrida degli accordi non scritti, degli equilibri e dei piccoli e grandi interessi di parte. Quando mi sono reso conto che non avevo la forza per rimuovere quella ragnatela mi sono completamente dedicato  a cercare di migliorare, almeno, le condizioni di vita del nostro popolo. Per farlo in santa pace dovevo chiudere un grande accordo che comprendesse tutti: la chiesa, la corona, l’industria, la finanza e gli agrari. Fu la nascita del regime”.

Tornò verso la scrivania e si rimise seduto. Tacque per qualche secondo ancora, poi alzò di scatto la testa, fissando Monteforte con occhi fiammeggianti.

“Comunque non ho pagato debiti. Non ne avevo, credetemi. Tutti mi erano creditori, tutti, ma io non avevo debiti con nessuno. Ho fatto un accordo invece di spazzarli via. Per farlo, per avere ragione della ragnatela, avrei dovuto usare metodi che mi ripugnavano. Avrei dovuto imitare Lenin, Stalin, lo stesso Hitler, che posero l’ obiettivo finale oltre ogni considerazione etica ma io sono romagnolo, Monteforte. La sola idea di un bagno di sangue e di una strage perpetrata a freddo mi dava i brividi. Era ed è lontana dal mio modo di pensare e di vivere. Mi mancò il fanatismo per essere un vero rivoluzionario e portare a compimento una vera rivoluzione. Quella  che tutto il nostro popolo si aspettava. Fu la mia colpa. In quel preciso istante, se fossi stato spietato, sarebbe stato possibile. Ma non l’ ho fatto”.

Prese i fogli che aveva scritto e li agitò.  “In ogni caso con questo hanno chiuso!  E’ la bozza del decreto col quale viene socializzata l’economia. Questi mascalzoni hanno finito di ingrassarsi sulle spalle dei lavoratori e sulla pelle dei nostri soldati.  Intanto cominciamo con le aziende con più di trenta dipendenti. Chi non è  d’ accordo  può anche accomodarsi in uno dei paradisi del capitalismo, con tanti auguri da parte mia. Da qui, però, nessuno  porterà via il becco d’un quattrino. Quanto a sua maestà l’imperatore, se soltanto oserà difendere ancora questa associazione a delinquere...”.

 Lasciò la frase a metà, mentre il volto assumeva una espressione minacciosa. “Ma non lo farà”, continuò, “perchè ha già capito che forse l’ Italia è matura per la repubblica e non credo vorrà affrettare i tempi “.

Guardò Monteforte con aria soddisfatta. “Repubblica sociale, se ricordo bene le note che mi avete lasciato su quanto avvenne poi, no?”

Lupo annuì col capo. “E’ un gran bel nome”, mormorò Mussolini. “Veramente evocativo”. Poi tacque, arricciando le labbra nella smorfia che lo aveva reso famoso.

Si tolse gli occhiali, abbassò leggermente il capo  e si portò una mano sulla fronte.  “Ho revocato le leggi razziali.  Avevate ragione. Erano una vera bestialità, indegna di noi, della nostra storia, delle nostre tradizioni e della nostra civiltà”.

Si alzò nuovamente e ricominciò a passeggiare in silenzio, lungamente, poi si avvicinò all’ ufficiale. “Ho cinquantanove anni, e ne ho buttati via quasi venti, recitando la mia parte in questa commedia da tre soldi. Non intendo sprecarne altri. Credetemi”.

Lupo lasciò passare qualche attimo prima di rispondere. Poi scandì bene le parole. Erano arrivati al dunque, e non voleva che ci fossero equivoci di alcun tipo. In quel momento si stava decidendo quali sarebbero stati i loro futuri rapporti e quale storia attendeva l’Italia. “Immagino sappiate che tutti i vostri errori, e sono tanti, e vanno oltre quanto avete detto, sono stati pagati dal popolo italiano e dai nostri soldati. Anche ora, mentre siamo qui a parlare, continuano a soffrire e a morire mentre quella casta che avete voluto graziare continua imperterrita a curare i propri affari. Non so quale fosse il vostro reale intendimento quando li avete risparmiati. Vi ripugnava ucciderli e dunque, invece di impiccarli, li avete coinvolti nel vostro progetto di rinascita dell’Italia, ma certamente  non li avete tirati dalla vostra parte. Avete visto cosa hanno fatto, dopo, loro a voi. Il progetto che perseguono è ben diverso dal vostro e non vi è posto per altro che per i loro interessi e quelli dei loro padroni, fuori dall’Italia.

Hanno continuato a  perseguirlo anche dopo di voi, con la stessa boriosa tracotanza, la stessa ignoranza, la stessa crudeltà, la stessa assenza di morale e la stessa malafede. E’ stato anche più facile, dopo, molto più facile, perchè i loro padroni avevano vinto la guerra.

Se vogliamo evitare la catastrofe che si abbatterà  in futuro sul genere umano,  è costoro che dovremo neutralizzare una volta per tutte”.

Mussolini lo ascoltava in silenzio. Monteforte continuò.

“Lo scontro che ci apprestiamo ad affrontare è una resa dei conti definitiva, l’Armageddon. Nel mio tempo eravamo giunti alla fine dei tempi ma il destino, la scienza, oppure il Padreterno, chi può dirlo, ha riportato indietro le lancette della storia e ha offerto all’ uomo una seconda possibilità. Se  avete deciso di portare a compimento la vostra rivoluzione questa volta dovrete schierarvi in maniera decisa contro questo potere oscuro. Noi saremo con voi, fino alla fine e non ci fermeremo di fronte a nulla”.

Fissò i suoi occhi in quelli di Mussolini.  “Nemmeno di fronte a voi, Duce, se verrete meno al patto che stiamo stringendo”.

Mussolini respirava con dissimulato affanno. Era giunto il momento della verità e in cuor suo fu  contento  di uscire da un equivoco durato vent’anni. Pesò attentamente le parole che si apprestava a pronunciare. “Generale, ho fatto questo lungo discorso per farvi comprendere che pur se ho commesso molti errori, tutto mi era ben chiaro. Il fatto che mi sia mancata la forza, il coraggio o più probabilmente il fanatismo per portare  a termine la mia rivoluzione, non ne sminuisce il valore. Il fascismo sarà stato quel che sarà stato, ma è l’unica cosa potente, viva, e degna d’ avvenire che abbia  la nazione italiana. E’ giunta l’ ora di regolare i nostri conti con quel mondo. Una volta per tutte”.

Rimasero per un lungo istante immobili e in silenzio, consci dell’importanza di quanto si erano appena detti, poi Monteforte prese congedo. “Io rientro ad Alessandria. Vi lascio due compagnie di paracadutisti, un distaccamento di incursori e diversi elicotteri per proteggervi”.

Indicò con la mano la bozza del decreto sulla socializzazione che era sulla scrivania davanti a Mussolini.

“Qualcuno potrebbe anche prenderlo male,  molto male, e le facce che ho visto il giorno della nomina di De Angelis non  mi sono piaciute per niente”.

Il Duce si alzò, accompagnò Monteforte alla porta e gli tese la mano. 

Lupo la guardò stupito, poi ricordò quando aveva stretto la mano a tutti nella sala operazioni dell’italia e gli chiese. “Ma sbaglio, o l’avevate abolita la stretta di mano?”.

“E’ vero. Ogni tanto però, in talune circostanze, me lo dimentico”,  rispose sorridendo Mussolini.

 

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