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Domenica 9 Agosto 2020 – Porto Canale di Cagliari – Sardegna

 

La Brandi fu l’ ultima a salire a bordo. I moli del porto canale erano quasi deserti, occupati solo dal personale di terra della marina militare che avrebbe disormeggiato le navi. Mentre si avviava verso la passerella  d’ imbarco della nave passeggeri  fu presa da un momento di sconforto.  Si fermò e si guardò intorno per un lungo attimo. Era quasi il crepuscolo, la giornata era stata molto soleggiata e l’ aria era ancora satura di calore. Il cielo stava esplodendo in un caleidoscopio di colori  con sfumature che andavano dal  celeste, al rosa fino al  rosso acceso, in lontananza, verso ovest, in corrispondenza dell’orizzonte.  Erano gli ultimi bagliori del sole che stava tramontando. Mentre la luce  diveniva più incerta, la fatica dei mesi trascorsi con i romani, la stanchezza accumulata e la concentrazione di quella giornata, nella quale non era permesso il minimo errore, si tramutarono in una sensazione di spossatezza. Si sentì svuotata di ogni energia, fisica e mentale, e improvvisamente le venne da piangere.  Fece uno sforzo di volontà, serrò le mascelle e respirò profondamente l’ aria salmastra e carica dell’umidità portata da una leggera brezza di scirocco.

Sono un soldato, pensò.  Sono quello che ho sempre voluto essere e i soldati non piangono, di solito.  Sentì sotto le suole dei suoi stivaletti il tepore del molo e pensò che quando avrebbe di nuovo calcato la terraferma  sarebbe stata in un altro tempo.Quel pensiero le mozzò per un attimo il respiro. Strinse le palpebre e due lacrime calde attraversarono le sue gote,  le asciugò col dorso della mano e respirò ancora, profondamente, poi riaprì gli occhi e vide che  la passerella             d’ imbarco era a pochi metri di distanza.

Ripensò per un attimo ai romani,  a quello che dovevano avere provato, ed ebbe quasi una vertigine. Ho avuto un anno di tempo per prepararmi e mi sento così, si disse, loro erano totalmente inconsapevoli e si sono trovati, in un attimo, a duemila anni di distanza, senza  sapere nulla o avere la minima percezione di quanto stava loro accadendo, Dio del cielo, è terribile.

Imprecò rabbiosamente contro la sua debolezza, le sue lacrime e il mondo intero, e si vergognò della dolorosa sensazione di distacco e della sottile paura che avvertiva.

Marcella doveva raggiungere quella passerella ma era come paralizzata dalle emozioni.

Infine si scosse udendo la sirena della nave e capì che doveva assolutamente muoversi. Si accorse di respirare come un animale braccato e impaurito, e  si sforzò di riprendere il controllo del suo sistema nervoso. Respirò ancora, profondamente, più volte, cercando di regolarizzare il suo battito cardiaco e di  buttare fuori, insieme all’aria, anche quel senso di oppressione che la stava soffocando. Dopo alcuni attimi le sembrò che il peggio fosse passato, raggiunse la passerella di imbarco con il cuore ancora in tumulto e salì  velocemente i gradini senza voltarsi indietro.

Macrino stava guardando anche lui il cielo. Si trovava sul ponte piscine della nave, che stava visitando con la curiosità di un bambino. Era sbucato all’ aperto, aveva visto quei colori meravigliosi ed era rimasto col naso per aria.

Dovrei essere morto da un anno o forse lo ero già da da duemila e invece...Che avventura incredibile, poi pensò a Roma, a  suo padre e a tutti coloro che non avrebbe più rivisto e il suo sguardo si velò di malinconia.

Per farsi animo si ripetè che era ancora vivo. Se  fosse morto in quella foresta, tutto sarebbe finito allora: i suoi sogni, i suoi desideri e le sue emozioni. In effetti era andata proprio così, poi quel ramo della storia era stato cambiato e la morte aveva fatto un passo indietro. Ne fu felice, non aveva paura di morire, ma sentiva di dover fare ancora qualcosa  di importante prima di raggiungere i suoi avi, e sperava  di dare un significato profondo alla sua vita anche in quel tempo. Durante quell’ anno aveva visto cose che mai avrebbe immaginato potessero esistere, pensò alla missione imminente e si chiese dove gli dei lo avrebbero ancora condotto e se tutto ciò avrebbe avuto un senso, o se erano solo vittime dei capricci del fato che si divertiva a giocare con le loro vite.

Per distrarsi si affacciò a guardare fuori dalla nave e vide la Brandi che saliva la passerella d’ imbarco. Quella donna lo aveva colpito dal primo momento. Una donna soldato, un concetto totalmente estraneo alla sua cultura. In lei c’era qualcosa di primitivo e selvaggio, che avvertiva a pelle. Marcella, nomen omen est, pensò, sacra a Marte. Quella donna portava il suo destino nel suo nome. Per due volte si erano affrontati in palestra e ne aveva misurato l’estrema pericolosità. Eppure, mentre erano avvinghiati  aveva avvertito che lei lo desiderava. A modo suo. Esigeva il rispetto, come soldato e come donna, ma tra le braccia di un uomo restava pur sempre una femmina, no, si corresse poi, non tra le braccia di un uomo, ma tra le sue braccia. Lucio comprese come quel particolare fosse per lui importante. Addirittura vitale.

Tornò col pensiero alla sera che li aveva affrontati in mensa, con gli occhi fiammeggianti. Proprio come la figlia di Marte, custode e difensore del loro orgoglio. Aveva parlato da comandante, ma il suo essere  al contempo donna era stato talmente umiliante per lui che avrebbe voluto sprofondare negli inferi per la vergogna. Ancora oggi avvampava in volto ripensando alla mortificazione dell’aver mostrato quel loro attimo di debolezza proprio a lei.

Mentre la guardava salire la passerella Lucio non pensò più alla morte, ma a  Marcella, quella femmina stupenda che gli dei avevano messo sul suo cammino, e aveva solo in mente di poterla prendere tra le braccia. Era vivo. Fin troppo. Una sensazione stupenda che per un secondo lo inebriò di felicità, almeno finchè il suo autocontrollo di soldato non lo richiamò all’ordine facendolo arrossire come un ragazzino colto a rubare miele, ma per un breve istante fu felice come mai lo era stato nella sua vita e diede finalmente corpo a una passione  che era divampata nel suo animo dal primo momento che l’aveva vista. Sentì il ponte vibrare leggermente sotto i suoi piedi,  la nave si stava muovendo.

 

Domenica 9 Agosto 2020 – Mar Ligure -

 

Era sera inoltrata e la portaerei Italia era salpata, diretta verso il convoglio che si stava formando al largo di Livorno.  Monteforte e Magri stavano cenando in una delle quattro mense della nave. Fino a quel momento tutto stava andando secondo i programmi e  Lupo voleva approfittare di quel momento di  calma per congedarsi dall’amico che aveva una espressione abbastanza triste sul volto.

“Allora Filippo, il tuo anno di  contratto  finito. Domani ci salutiamo”.

Magri scosse energicamente la testa.

“Non ci penso nemmeno”.

Monteforte pensò che scherzasse e sorrise beffardamente.

“Cioè? Fammi un pò capire che ti stai inventando, ora.  Avevamo fatto un accordo e  devo dire che lo hai rispettato ogni oltre aspettativa. Non so come avremmo fatto senza di te, ma adesso sei un uomo libero e come ti avevo promesso,  te ne puoi andare dove meglio credi”. Guardò la faccia del suo amico e l’espressione che vide  non gli piacque per niente.  “E non capisco proprio quella faccia da funerale. Pensavo che non vedessi l’ora di levarti dalle palle. O mi sbaglio?”.

Il volto  di Magri era estremamente serio quando rispose.

“Senti Lupo, se possiamo parlare seriamente per un attimo, te ne sarei grato. Io non ho nessuna intenzione di sbarcare. Vengo con voi“.

A quelle parole, anche il volto di Monteforte si fece serio.

“Voglio sperare che ti stia rendendo conto di quello che stai dicendo. Hai moglie e un figlio, cazzo, non li puoi abbandonare così. Comunque vada, noi non torneremo mai più. Per te e per loro sarebbe peggio che piangervi morti. E poi mi sembri pazzo, Filippo, accidenti a te. Sai perfettamente che era stato permesso di portare le famiglie anche ai militari che ne avessero fatto richiesta. Perchè non hai fatto la domanda?”.

Magri emise un profondo sospiro.

“Hai ragione Lupo, ma vedi, ho deciso pochi minuti fa. Eravamo già in navigazione. Ho parlato con mia moglie per telefono, volevo dirle che domani tornavo a casa e invece...Oh, non ti preoccupare, non ho violato alcun protocollo, ma...Insomma, Claudia è una donna intelligente credo che abbia capito tutto, compreso il fatto che dovevo andare. Ha sempre saputo che in fondo sono un soldato anch’ io. Forse io lo avevo dimenticato, ma lei no. Lei è  consapevole di avere sposato un soldato, lo è sempre stata  e  sa che non potrei proprio rimanere mentre voi partite. Lupo, non me lo perdonerei mai e anche lei, alla fine, non me lo perdonerebbe. E’ una donna meravigliosa...e mio figlio...”

Aveva le lacrime agli occhi, ora

“Se un giorno sapesse, cosa penserebbe di me? Cosa potrei rappresentare per lui? Alla fine Federico è un cadetto, è un soldato anche lui, e mi giudicherebbe da soldato e  si vergognerebbe per me e di me. No, Lupo, ci ho riflettuto a lungo. Io resto con voi”.

Cercò di riprendersi dalla commozione e sorrise. Uno di quei sorrisi tristi, che a volte si fanno per non piangere, che costano uno sforzo enorme e sono più dolorosi delle lacrime.

Monteforte lo guardava in silenzio. Era suo amico e la decisione che aveva preso doveva essere stata terribile.  Stava soffrendo con lui e per lui, ma non c’era più niente da aggiungere. Tutto era stato detto e lo sapevano entrambi.  Restarono così, mangiando svogliatamente, senza parlare, poi Magri alzò gli occhi dal piatto.

“Sai, Lupo. Ho una paura fottuta”.

Monteforte sembrò il ragazzo che in fondo era  quando lo guardò e rispose, quasi sussurrando.

“Filippo, ti confiderò un segreto. Anch’io “.

 

Lunedì 10 Agosto 2020 – Roma -

 

Il presidente guardò il suo medico con occhi glaciali.  “Allora?”.

“Mi dispiace, signora presidente, non si vedono miglioramenti. Speravamo in questa nuova terapia ma evidentemente...”.

Veronica Del Lago sapeva che il suo tempo stava per finire. Ormai era abituata a decifrare i segnali che il suo organismo le mandava e  fece la domanda più  per avere la soddisfazione di non essersi sbagliata, nemmeno in quello, che nella speranza di avere una risposta diversa.

“Quanto?”.

Il medico la guardò con affetto,  si era affezionato a quella donna e ogni volta si chiedeva come potesse sopportare quel peso senza fare una piega, almeno apparentemente. Dio solo sapeva, poi,  quanto era stanco di dare risposte come quella che stava per dare ora.

“Se riusciamo almeno a stabilizzarlo in  queste condizioni, due anni al massimo. Se dovesse peggiorare, molto meno. Mi dispiace”.

Veronica Del Lago annuì lievemente con la testa, mente i suoi occhi verdi assumevano la cupa trasparenza del mare d’inverno.

“Quando arriverà  il dolore?”.

L’oncologo detestava quel tipo di  conversazioni, nelle quali non trovava posto, purtroppo, l’elemento più importante in quelle situazioni: la speranza.

“Quando entreremo nella fase finale, ma abbiamo delle terapie molto efficaci  per quello”.

Il presidente  si alzò in piedi. “Bene dottore, ha fatto quello che era in suo potere. Gliene sono grata. Mi creda”.

 

Martedì 11 Agosto 2020 – Mare Tirreno centrale -

 

L’ elicottero AW139 VIP  bianco latte del 31° stormo,  arrivò rapido da est e in pochi minuti fu sopra il gigantesco convoglio che si stava formando al largo di Livorno.

Decine di navi da carico di ogni tipo si stavano disponendo su tre file parallele,  distanziate di alcune miglia.

Due gruppi da battaglia incrociavano ancora più al largo, attendendo che i mercantili completassero il loro incolonnamento.

Il presidente guardò fuori dal finestrino, era uno spettacolo imponente, non aveva mai visto tante navi tutte insieme, il pensiero di avere finalmente realizzato quella che sarebbe potuta apparire una follia  infuse una nuova energia al suo corpo martoriato.

Fece scorrere lo sguardo cercando la nave che aveva fortemente voluto e finalmente la vide. La sagoma maestosa della portaerei Italia si stagliava fra tutte. Lunga oltre trecentoventi metri e larga quasi settantaquattro fuori tutto, era la classica portaerei d’ attacco con  secondo ponte angolato.

Dotata di quattro catapulte a vapore, imbarcava sessanta nuovissimi F35C, sei radar volanti Grumman Hawkeye, quattro Grumman C2 Greyhound da trasporto, quattro aerotank Skywarrior KA-3b, quattro convertiplani v-22 Osprey, due Grumman EA6B Prowler per la guerra elettronica e quindici elicotteri di vario tipo. Emanava una rassicurante sensazione di potenza. Il pilota appontò con una manovra perfetta e il presidente mise piede sul ponte di volo. Era la prima volta che visitava la nave  e comunque fosse andata,  sarebbe stata anche l’ultima.

Dietro di lei scesero un giovane vestito con l’ uniforme di servizio dell’accademia militare di Modena e una donna, un capitano della sanità militare.

Monteforte, Morosini e Ferri la stavano aspettando, insieme al comandante della nave, il capitano di vascello Roberto Montanari.

“Chiedo il permesso di salire a bordo”, la rituale richiesta uscì dalla bocca del presidente senza che ci avesse pensato e la sorprese.

“Permesso accordato, benvenuta a bordo, signor presidente”, rispose sorridendo Montanari, mentre il picchetto d’onore presentava le armi e il fischietto del nostromo rendeva gli onori con otto trilli argentini.

I quattro ufficiali la salutarono impeccabilmente e la Del Lago tese loro la mano, poi indicò  le persone che aveva portato con sè.

“ Vi presento il capitano medico Claudia Magri e l’ allievo ufficiale Federico Magri, rimarranno a bordo.

Visto che il generale Magri era l’ unico membro della spedizione sposato che non aveva fatto richiesta di portare con sè la famiglia, ho pensato di rimediare io a questa sua dimenticanza. La signora Magri è un affermato neurochirurgo. Abbiamo fatto una chiacchierata questa mattina e ha accettato con entusiasmo di arruolarsi nell’ Esercito, pur di rimanere col marito”.  Si mise a ridere. “Non so se l’ uomo meritasse tanta devozione, ma un regalo glielo dovevo  per quel che ha fatto in questo anno. Il giovane Magri invece è un cadetto del II° anno. Mi dicono che è bravo e preparato. Terminerà il corso insieme a voi e soprattutto, insieme a suo padre”.

Monteforte trasecolò. Quella donna non avrebbe mai finito di stupirlo.

Fu contento per Magri, la vicenda della famiglia l’aveva veramente buttato giù di morale.  Passarono l’ ora successiva a visitare la nave, poi il Presidente prese Monteforte da una parte.

“Ho bisogno di parlare con lei, da soli”.

“Sì, venga, andiamo nel mio ufficio”.

Lupo si era sistemato nelle adiacenze della sala comando,controllo e comunicazioni.  Appena entrati  c’era la segreteria, occupata dalla Sanna e dalla  Rubini, poi si accedeva nel suo ufficio che era molto spazioso e ben arredato. Le paratie metaliche erano foderate da una boiserie calda ed elegante, il pavimento era in listoni di tek e l’arredamento era moderno e funzionale.  L’ ampia scrivania era parzialmente occupata da diversi apparati di comunicazione radio e telefonici e da due schermi che ripetevano i principali dati che affluivano nella sala comando.

Incuriosita la Del Lago diede un’occhiata.  Quello di sinistra riportava il livello delle principali scorte e i giorni di autonomia, mentre quello di destra solamente due voci: attività in corso, sotto la quale scorrevano una infinità di dati e notizie, ed  emergenze  che era vuoto, al momento.

Monteforte notò lo sguardo del presidente.“Speriamo che quel lato resti vuoto, da lì escono solo guai”.

Il presidente si sedette su una poltrona. 

“Lupo, da domani proverà il peso della solitudine, quale mai l’ha conosciuta nella sua vita. Non c’è aggettivo che possa definire le responsabilità che la attendono, né essere umano che le abbia provate prima di lei. Non potrà contare su altro che sul suo intuito e sulla sua intelligenza. Lei è circondato da ottimi elementi, ma sa bene che alla fine dovrà decidere da solo. Lasci che le racconti una storia.

Verso la metà del mio primo mandato, un po’ prima a dire il vero, fui informata dal professor Fredianni della sua scoperta. Da uomo intelligente quale è, trovò il modo di contattarmi  direttamente, conscio della necessità di mantenere la vicenda al massimo livello di segretezza.  Da quel momento cominciai a coltivare nella mia testa quanto oggi stiamo per compiere. Divenne quasi un’ossessione, era l’unica possibilità che intravedevo per sottrarci alla catastrofe e non pensai, nemmeno per un attimo, di condividere la scoperta con altre nazioni. Con chi avrei dovuto farlo e soprattutto, a qual fine?

Il problema ambientale è sempre stato sovrastato dagli interessi economici, e poi? Se pure si fossero convinti del disastro imminente, provi un pò a immaginare una spedizione multinazionale”.

Scoppiò a ridere, poi riprese.  “Avremmo perso anni solo per metterci d’accordo sulle modalità dell’intervento. E se mai fossimo partiti,  avremmo solo anticipato, ripetendoli, i comportamenti che ci hanno portato fino a qui. Comunque,  credo proprio che non saremmo nemmeno partiti. L’ unico reale  risultato della nostra condivisione, sarebbe stato lo scatenarsi di una corsa frenetica per impadronirsi della nostra scoperta, e ci sarebbero riusciti. Con tutte le conseguenze che può facilmente immaginare. Il moloch del profitto, libero di infrangere anche la barriera del tempo. Come direbbe Fredianni, l’avidità a quattro dimensioni. Mi viene la nausea  solo a pensarci. Non potevo permetterlo e quindi dovevamo fare da soli. Siamo una piccola nazione ma abbiamo una grande storia, la civiltà occidentale è nata qui tra l’Italia e la Grecia. Lo avevamo dimenticato da parecchio tempo, ma era giunto il momento di ricordarlo.

Io non credo al destino, in linea di massima,  questa volta però ci doveva essere un motivo se una simile responsabilità era capitata proprio a noi, e non potevamo sottrarci ad essa, sapendo quanto sta per succedere.  Io sono cattolica, come lei, almeno immagino. Non so quale rapporto abbia con Dio, io non sono certamente una gran praticante. A volte mi pare quasi che sia accanto a me, in altre mi chiedo addirittura se esista. Questa volta, però, ho anche pensato che fossimo stati prescelti. D’altronde  cambiare il destino dell’uomo contiene per forza qualcosa, e forse più di qualcosa, di divino e allora anche il fato, come lo chiamano i romani, assume inevitabilmente un significato alto che va ben oltre il semplice nesso di casualità. Questo potere era capitato a noi e non ad altri, e continuo a pensare che non sia stato un capriccio del caso”.

Si sistemò meglio sulla poltrona e slacciò il bottone della giacca del tailleur che indossava. Lupo la osservava attento, stava emergendo un lato della personalità di quella donna che non supponeva nemmeno esistesse. Un lato umano, sensibile, quasi tormentato che testimoniava quanto era difficile coniugare ragione e sentimenti e come, negli attimi supremi, ogni essere umano alzasse, magari inconsapevolmente, gli occhi al cielo cercando una risposta ai propri dubbi. La Del lago si schiarì la voce e continuò.

“Sarò sincera, volevo guidare io questa spedizione. Poi, purtroppo, il destino ha deciso diversamente. Io sono malata, Lupo, molto malata.

Un tumore mi sta uccidendo, lentamente ma inesorabilmente.

Mi è stato diagnosticato poco prima di conoscerla e da allora  ho combattuto con tutte le mie forze per non morire. Non prima di vedervi almeno partire. Ringraziando Dio, ci sono riuscita.  Appena seppi come stavano le cose, iniziai a cercare chi avrebbe potuto guidare questa operazione al mio posto.  Cercavo una persona giovane, intelligente e matura. Animata da passione esistenziale, morale e civile. Una persona che avesse il culto delle virtù eroiche, del dovere e del sacrificio, con un etica improntata al gusto di servire.

Che amasse il nostro popolo e ne comprendesse a fondo i pregi e i difetti, che avesse fede e abnegazione e, soprattutto, fosse in grado di assimilare totalmente il fine ultimo della missione e non si facesse poi travolgere da essa, per debolezza di carattere e umane miserie.

Il potere seduce e corrompe anche le migliori coscienze e lei, Lupo, avrà un potere assoluto e illimitato, generato da una forza quale mai si era vista prima nella storia dell’umanità. Nessun politico sarebbe andato bene. Troppo avvezzi al trasformismo, ai compromessi e alle logiche del consenso, della mediazione e del proprio tornaconto.

Poi mi serviva un leader vero. Una persona che la gente di questa missione avrebbe seguito e obbedito senza discutere e che avrebbe mantenuto e accresciuto la coesione di questa comunità, anche dopo il salto nel passato, quando i vincoli imposti dalla disciplina avrebbero avuto la tendenza a farsi più lievi e meno pressanti.

Mi guardavo intorno ma non trovavo soluzioni al mio problema.

Francamente non avevo pensato a un militare, tra l’altro non è che avessi una grande considerazione per la categoria, poi, ricorderà, verso la fine del mio primo mandato,  venni in Afghanistan e la conobbi.  Lei aveva tutte le caratteristiche che cercavo. Era giovane, intelligente, coraggioso, determinato, altruista, onesto e idealista.

Notai subito che i suoi uomini la adoravano e sarebbero andati all’inferno per lei e con lei. E non era un fatto di gradi, di gerarchia militare e di disciplina. Era un fatto spontaneo, del tutto  naturale.

Si capiva che i suoi uomini si fidavano di lei, perchè intuivano che  avrebbe sempre fatto la scelta migliore e  non avrebbe mai rischiato la loro vita inutimente. Lei non era solo il comandante, era uno di loro. Nella vicenda di quegli ostaggi avrebbe dovuto restarsene al suo comando. Invece guidò personalmente l’operazione, arrivando a caricarsi uno dei suoi, ferito, sulle spalle e portarselo poi di corsa, per un chilometro, fino agli elicotteri. Al di là della eccellente prestazione atletica, sono questi gli episodi che fanno la differenza, accendono la fantasia e stimolano i migliori sentimenti.

Quando io la conobbi, lei non era semplicemente un ottimo ufficiale. Si percepiva distintamente che non  era solo l’esempio da seguire e il modello al quale ispirarsi. Era molto di più, lei era una leggenda. Non ci misi molto a decidere. Fu naturale anche per me subire il suo fascino di ragazzo per bene, con le sue regole e i suoi principi, che crede sul serio a quello che fa, in un mondo dove nessuno crede ormai più a niente e dove regole e principi sono andati a farsi benedire  da un bel pezzo”.

Veronica si interruppe e lo accarezzo, per un attimo con lo sguardo. Poi riprese a parlare. “A questo punto, bisognava accellerare la sua carriera. Cosa che puntualmente ho fatto e durante questi anni ho anche pregato che non si facesse stupidamente ammazzare, prima che fossimo pronti e potessi parlargliene”.

Improvvisamente passò al tu. “Lupo, odio ripetermi ma questa volta è indispensabile. Da domani sarai l’ uomo più solo e più potente del pianeta. Sono certo che farai di questo potere il miglior uso possibile”.

Era visibilmente turbata. 

“Dopo che sarete andati, la porta verrà chiusa. Definitivamente. Fredianni verrà con voi, ha distrutto ogni minima traccia dei suoi studi, lasciando solo tracce che speriamo che nessuno vorrà mai sviluppare in futuro, per il suo bene”, si mise a sghignazzare, palesemente divertita dalla cosa.  “L’ impianto di Montalto di Castro verrà raso al suolo, un attimo dopo che sarete partiti.

Resta il problema della sparizione del doppio di Fredianni ma le assicuro che farò quanto è in mio potere per ritrovarlo, e comunque per evitare che la missione possa essere danneggiata. Qui si scatenerà un putiferio  quando sparirete, ma sono abbastanza brava a raccontare bugie. Il professore mi ha preparato un compitino eccellente  e dal titolo illuminante, “teletrasporto”, sa quella roba alla Star Trek. Ha lasciato in buona evidenza, come le ho già detto, anche tracce dei suoi studi, tante volte qualcuno non si fidasse della  parola di una signora e volesse ficcare ulteriormente il naso. La vostra sparizione sarà dunque un esperimento finito in maniera tragica, con decine di migliaia di vittime. Non ci crederanno, ma in fondo chi se ne frega se ci credono o meno, l’importante è che voi riusciate a effettuare l’inserimento”.

Si alzò e gli porse la custodia di un CD.  “Ho registrato un messaggio. Lo faccia trasmettere appena sarete passati di là. Bene io vado, mi accompagni all’ elicottero e saluti  gli altri per me. Non ho voglia di vedere nessuno, ora”.

Era già salita a bordo del velivolo e si affacciò per l’ultima volta dal portello, prima che lo chiudessero.

“Mi saluti Magri. Gli dica che mi ha piacevolmente sorpreso e che spero proprio di averlo sorpreso anch’ io”. Aveva le lacrime agli occhi ora. “Addio Lupo…è stato un vero peccato”. Prima che Monteforte potesse replicare Veronica sparì dentro al velivolo e il portello venne chiuso.

L’ elicottero si alzò in volo e le sue luci di posizione si persero rapidamente verso est, seguite dallo sguardo di Lupo che sentiva di aver perduto qualcosa di importante. Tirò un profondo respiro, si voltò e lentamente raggiunse la sala comando. Magri era alla sua postazione, Lupo gli si avvicinò.  “E’ andata via, ti saluta. Credo che avesse molto affetto per te e mi pare che te lo abbia dimostrato”.

Magri aveva gli occhi lucidi.

“Mi ha reso l’ uomo più felice del mondo. Quando ho visto mia moglie e mio figlio quasi non ci credevo. Poi Claudia mi ha spiegato. Stamattina la Del Lago l’ha cercata, le ha spiegato per sommi capi la questione e me li ha portati qui.  Non avrei mai pensato che avrebbe fatto questo per me”.

Monteforte gli sorrise. “Sono  molto contento per te Filippo. E’ una donna straordinaria”, poi scoppiò a ridere per sciogliere la tensione e quella punta di malinconia provocata dal distacco definitivo dalla Del Lago. “Perlomeno, con Claudia qui, ti levi dalla testa la Brandi. Per un attimo, ieri sera, ho pensato che avessi escogitato una nuova versione di divorzio all’ italiana”.

Poi tornarono a concentrarsi sulle  operazioni in corso.

“Situazione?”, chiese Lupo.

“Alle ventiquattro-zero-zero ci congiungeremo con le navi provenienti dalla Sardegna, poi faremo rotta verso l’ area di partenza, dove troveremo le petroliere e altre navi da carico. Arrivo previsto alle  zero-quattro-tre-zero. Ora X fissata alle zero- sette-tre-zero”.

Monteforte avvertì un po’ di stanchezza e decise di riposare qualche ora, anche perché non sapeva quando ne avrebbe avuto nuovamente l’occasione.

“ Va bene, io vado a mangiare un boccone e a cercare di dormire un pò, ho l’ impressione che da domani avremo ben poco tempo per farlo. Fammi svegliare verso le tre e mezzo e avverti la cucina di mandarmi la colazione alle quattro, per piacere. Qualsiasi problema ci sia, voglio essere avvertito “.

 

Mercoledì 12 Agosto 2020 – Mare Tirreno centrale -

 

 

Mentre attendeva l’ ascensore guardò l’orologio, erano le quattro-zero-sette del 12.08.2020. Entrò nella sala comando, controllo e comunicazioni che era in piena attività. Magri si alzò dalla sua postazione  e lo raggiunse.

“Ciao comandante. Sta procedendo tutto perfettamente, siamo a ridosso dell’ area di partenza, tra breve inizieremo il posizionamento delle navi”.

Lupo lo guardò, stupito di trovarlo già lì. “Ma tu non hai dormito?”

Magri sorrise. “Giuro che ci ho provato, ma avevo tanta di quella adrenalina in circolazione che è stato impossibile, e me ne sono tornato qui. Tu sei abituato all’ azione e riesci a governare i tuoi ritmi biologici, io non ne sono capace, o perlomeno, non ancora”.

Monteforte annuì divertito, in effetti ci voleva tempo per acquisire la capacità di imporre i ritmi desiderati al proprio organismo. La prima cosa che aveva imparato era dormire e mangiare quando ne aveva la possibilità, in maniera assolutamente indipendente dagli stimoli. In zona d’operazioni quasi mai le due cose coincidevano.

“Condizioni meteo?”

“Come previsto. Mare calmo e totale assenza di vento fino alle zero-otto-zero-zero, poi leggera brezza da nord-est, tre-cinque  nodi”.

“Bene, io salgo in plancia, ci vediamo dopo”.

Le navi stavano procedendo alla velocità minima, disponendosi per la delicata operazione di posizionamento nel punto GPS stabilito per ognuna di loro.

Lupo salì velocemente le scale che conducevano alla plancia di comando, che era posta a oltre venti metri di altezza dal ponte di volo. Non entrò subito ma uscì all’esterno, su una delle due piccole ali  poste di lato alla grande sala blindata e con i vetri corazzati, da cui veniva governata la nave. Respirò a pieni polmoni la fresca aria salmastra del mattino, mentre guardava lo spettacolo incredibile offerto dalle luci della flotta.

A poche centinaia di metri a dritta intravide l’ inconfondibile sagoma dell’ incrociatore Vittorio Veneto.

Radiato dai ruoli e destinato a nave museo, era stato recuperato tre anni prima dal presidente, che lo aveva inserito nella sua campagna acquisti insieme ai cacciatorpediniere lanciamissili Ardito ed Audace, anche essi posti in disarmo nel 2006 e tirati fuori dalla naftalina per partecipare alla missione. La nave era stata completamente rimodernata nell’elettronica e nell’armamento che comprendeva, ora, anche missili da crociera. L’incrociatore rappresentava una piattaforma di fuoco formidabile, in grado di ingaggiare obiettivi navali, aerei e terrestri. Dotata di un ampio ponte di volo a poppa  imbarcava tre elicotteri AW101 e sei AB212.

Sentì del movimento alle sue spalle. Era l’ammiraglio Morosini, che fece un cenno con la testa indicando il Veneto. “Bello eh? Chi avrebbe mai immaginato di rivederlo così in forma. Anzi, a dire il vero, chi avrebbe mai potuto ipotizzare tutto questo. Offrimi una sigaretta va, avrei smesso in teoria, ma adesso ne ho proprio bisogno”.

Lupo tirò fuori dal taschino le Galuoises e passò pacchetto e accendino a Morosini che ne tirò fuori una e se l’accese. Mentre Monteforte le riprendeva, si accorse che l’ufficiale di Marina indossava l’uniforme  ordinaria estiva bianca e gli scappò un riso sommesso. “Perbacco che eleganza, chi si sposa?”. L’Ammiraglio scoppiò a ridere, in effetti tutto il personale della marina indossava l’uniforme di servizio kaki, a bordo. “L’ho fatto apposta Lupo. In plancia c’è un sacco di gente, non sappiamo cosa potrà accadere e voglio essere immediatamente riconoscibile”.

Poi cambiò discorso.“ Caspiterina, mi vengono i brividi a pensare che stiamo per ammucchiare decine e decine di navi di queste dimensioni in uno spazio così ristretto “.

Monteforte sghignazzò sommessamente. “Beato te Ettore, perlomeno sai quale problema devi affrontare”, gli rispose. “A me vengono i brividi a pensare dove saremo fra meno di tre ore”.

Entrarono in plancia proprio mentre gli altoparlanti chiamavano tutto il personale ai propri posti. La tensione del personale della marina era palpabile. Navi lunghe centinaia di metri stavano manovrando una a ridosso dell’altra e sarebbe bastato un  minimo errore di manovra per innescare un disastro. L’ Italia era piuttosto defilata rispetto al resto del convoglio. Insieme al Cavour e al Veneto sarebbe entrata per ultima. Le quattro petroliere erano in posizione già prima del loro arrivo, assistite dai rimorchiatori. Alle 6.00, con il primo chiarore dell’alba, un elicottero con a bordo il professor Fredianni appontò sull’Italia.

Lo scienziato raggiunse subito una postazione che era stata precedentemente attrezzata in un’area retrostante la plancia e collegò il suo note book alla rete di bordo. Per alcuni minuti  digitò velocemente sui tasti, poi alzò la testa e un sorriso gli illuminò il volto.

“Perfetto, siamo collegati con Montalto di Castro. Tutti i sistemi sono attivi e perfettamente funzionanti”.

La prima delle navi, una gigantesca Ro-Ro, andò lentamente a prendere posizione, seguita poi, a intervalli di trenta secondi, dalle altre. Non potendo dare fondo, i tempi erano stati calcolati in modo tale da fare coincidere il posizionamento dell’ ultima nave,                   l’Italia, con l’ inizio del trasferimento. Fortunatamente, le condizioni di assoluta bonaccia e l’ assenza di correnti significative consentivano alle navi di  mantenere il punto assegnato. 

Erano le 7.15, Monteforte era sui carboni accesi e guardò Morosini. “Manca solo un quarto d’ ora”, borbottò.

L’ ammiraglio, era soddisfatto di come stavano andando le cose e lo tranquillizzò.  “Lascia fare alla marina, Lupo. Fino a ora siamo in perfetto orario. Il Veneto e il Cavour sono già andati, manchiamo solo noi e tra dieci minuti saremo in posizione”.

Erano a poco più di mezzo miglio dal punto e la grande nave  iniziò ad avanzare a una velocità di tre nodi. Quando ebbe percorso poco più di un quarto di miglio, il comandante Montanari ordinò di togliere tutta la potenza alle macchine. Ferrari guardava affascinato gli strumenti che aveva davanti. La velocità scese immediatamente a due nodi, poi uno. Mancavano circa duecento metri al punto nave assegnato che lampeggiava su tutti gli schermi cartografici, la prua adesso era a meno di cento metri e il movimento in avanti era minimo, forse mezzo nodo. “Macchine indietro, minima”, ordinò Montanari. La grande nave aveva comunque una inerzia importante e andava frenata. 

Il ponte sotto i loro piedi vibrò impercettibimente quando le eliche iniziarono a contrastare il moto in avanti.

L’ ufficiale di rotta alzò la testa dalla strumentazione e disse, a voce abbastanza alta per essere udito da tutti.  “Siamo sul punto”, Montanari reagì immediatamente.  “Passare all’ automatico”.

Il pilota automatico prese il controllo dell’ unità e la mantenne  in posizione, con brevissime attivazioni delle eliche di propulsione e di quelle di prua e di poppa, i bow e stern thruster.

Erano le 7.28.

Il Professor Fredianni disse, “Fate indossare i tappi per le orecchie”.

Il giorno prima era stata consegnata a tutto il personale a bordo una confezione di tappetti per le orecchie. Gli altoparlanti di tutte le navi impartirono immediatamente l’ordine di indossarli. Lo sguardo di Monteforte corse a una lampadina rossa ben visibile di fronte alla poltrona di Montanari. In quel momento tutti gli operatori del centro di comando, controllo e comunicazioni stavano ricevendo il “pronti” da ogni nave. Se ci fosse stato qualche inconveniente Magri avrebbe attivato quella lampadina e un segnale acustico che avrebbero interrotto la procedura di partenza.

Erano le 7.30. Ormai non respirava più nessuno, Fredianni battè un tasto del computer e disse semplicemente. “Ci siamo”.

Lupo aveva la salivazione azzerata per la tensione e il tempo parve rallentare, fino a fermarsi. Erano passati solo quattro o cinque secondi ma gli parve già un secolo. Guardò fuori da una delle ampie vetrate corazzate della plancia. Non si notava nulla di strano, poi, percepì un sibilo acuto, che salì rapidamente di intensità, attraversando i tappi che aveva inserito nelle orecchie.

Il giorno appena nato sparì di colpo e tornò la notte più nera, lacerata a intermittenza da un turbinio di scariche elettriche che disegnavano nel cielo arabeschi di luce.

Anche se era preparato a tutto Monteforte era letteralmente sbalordito. Si voltò verso Fredianni che imperturbabile  non staccava gli occhi dallo schermo del suo note book.

Il sibilo crebbe ancora e penetrò maggiormente attraverso i tappi, procurando  vertigini e un senso di nausea, mentre la tempesta di fulmini si faceva ancora più intensa, illuminando a intermittenza, con esplosiani di luce accecante, l’oscurità dalla quale erano avvolti.

Lupo guardò Morosini che sembrava una statua di sale, con la sua uniforme bianca investita dal riverbero delle scariche elettriche che guizzavano nell’ atmosfera circostante, poi guardò l’orologio della plancia. Segnava le 7.35. In quel momento il cielo sembrò esplodere in una spettacolare vampata che illuminò tutto a giorno e nell’aria si diffuse un forte odore di ozono, poi  tutto cessò di colpo e il sole tornò a brillare.

L’ ammiraglio era come stordito, sbattè le palpebre due o tre volte, poi si riprese e afferrò un microfono. “Sala comando da plancia, formare i convogli, allarme generale, posto di combattimento”. Dopo meno di un minuto dagli altoparlanti scaturì il triplice squillo di tromba dell’attenti seguito dal primo movimento della marcia dei bersaglieri. Monteforte conosceva quel segnale, era il posto di combattimento della marina, mai più battuto dalla fine della seconda guerra mondiale. Quindi una voce metallica scandì. “Nave Italia, posto di combattimento. Posto di combattimento”.

Ovunque regnava parecchia confusione. Tutti gli impianti satellitari avevano smesso di funzionare e avevano perso, ovviamente, tutte le comunicazioni radio con la  terraferma. Monteforte lasciò che Morosini si occupasse della situazione a bordo delle navi e andò vicino a Fredianni. Non gli sembrò per niente allegro e  lo guardò con aria interrogativa. Il professore alzò lo sguardo su di lui,  la sua espressione era tesa e preoccupata. 

“Siamo passati generale, ma ci sono stati dei problemi cui non è possibile porre rimedio, devo parlarle”. I due si appartarono  per una decina di minuti. Appena ebbero terminato, Lupo corse in sala comando, divorando le scale.

“ Filippo, rapporto ufficiali tra mezz’ ora. Hai la lista, no?”

Magri notò l’espressione tirata di Monteforte ma non fece domande. Non era il momento.

“Affermativo, tra mezz’ ora”.

 

Veronica Del Lago rimase a guardare per  qualche minuto il mare. Erano andati. Fino a poco prima, in lontananza si vedevano le sagome di decine di navi, poi una sorta di fitta foschia aveva avvolto tutto e quando si era dissolta le navi non c’erano più. Ce l’aveva fatta, ma quel pensiero le provocò solo  un senso di vuoto incolmabile.

Si rivolse al colonnello dei guastatori che era accanto a lei.

“Demolite  tutto”.

“Sì, signora”.

 

In un tempo ignoto – Da qualche parte nel Mediterraneo

 

La flotta si era disposta in assetto da navigazione dividendosi in due

convogli, ognuno scortato da un gruppo da battaglia. Il primo formato dalla portaerei Italia, dal Veneto e dalla loro scorta, il secondo dal Cavour , dal Garibaldi e dalla loro scorta.

L’ inserimento delle tre legioni romane, delle famiglie dei militari e di quelle dei civili, circa cinquemila specialisti: ingegneri delle varie specializzazioni, biologi, matematici, chimici, fisici, medici, agronomi e tecnici specializzati, che erano stati anche essi militarizzati e incorporati nelle  Forze Armate, aveva portato ad adeguare le dimensioni della flotta alle nuove necessità. Erano state aggiunte parecchie navi, le dimensioni dei convogli si erano quasi raddoppiate  e avevano dovuto rinforzare ognuno i due gruppi da battaglia con  altri  due caccia, quattro fregate e due sottomarini.

Due aerei Grumman Hawkeye erano già in volo, con i radar che battevano incessantemente il cielo e  una decina di elicotteri antisom scandagliavano il mare intorno ai convogli in cerca di potenziali minacce. Le fregate, che formavano il picchetto esterno,  avevano filato i lunghi sonar rimorchiati,  i sottomarini si stavano velocemente allontanando per esplorare altre porzioni di mare, mentre a bordo della Marconi e della Elettra, le navi per sorveglianza elettronica, i tecnici stavano scandagliando l’ etere su tutte le bande di frequenza, rilevando ogni  emissione elettromagnetica.

Una coppia di F35C era già in volo e un’ altra era pronta al decollo, agganciata alle catapulte.

La condizione sulle navi era intanto passata da posto di combattimento  a turni otto e otto  e buona parte del personale aveva ripreso la normale attività. Trasportati dagli elicotteri, tutti gli ufficiali convocati avevano raggiunto la portaerei e stavano prendendo posto sulle comode poltroncine dell’auditorium/cinema. Le telecamere erano pronte a riprendere l’ avvenimento e a trasmetterlo a tutta la flotta. La Brandi, Macrino e Foschi si sedettero vicini, in prima fila, dietro di loro si sistemarono i tre tribuni laticlavi e i tre centurioni primipili. Marcella si diede un’occhiata intorno, c’erano i comandanti delle brigate, dei reggimenti, dei reparti del raggruppamento incursori, quelli  della brigata anfibia, delle unità del genio, della logistica e dei servizi, i comandanti di  stormo e di squadriglia dell’aeronautica,      dell’ aviazione di marina e dell’esercito e i comandanti delle unità navali, comprese quelle da trasporto. Il generale Magri varcò l’ingresso della sala e diede l’ attenti. Tutti si alzarono.

Monteforte entrò rapidamente, seguito dall’ ammiraglio Morosini e dal generale Ferri e prese posto dietro a un piccolo podio in legno,  dotato di microfono e ornato sul davanti dal simbolo della nave, un disco tricolore, all’ interno del quale vi era un’ aquila attraversata da una folgore che si  lanciava sulla preda con gli artigli protesi,  sormontata dal motto Padrona del mare.

Lupo guardò i presenti e constatò che non vi erano segni di nervosismo. Quanto stava per dire avrebbe provocato parecchio disorientamento  e cercò nella sua mente le parole giuste per completare il messaggio del presidente, che aveva ascoltato precedentemente, chiuso nel suo ufficio, e  fornire un quadro esatto  di cosa era avvenuto, della loro situazione e delle loro intenzioni.

“Comodi. Siamo tra soldati, per cui non starò tanto a tergiversare, anche se quello che state per apprendere  vi apparirà incredibile.

Prima di tutto, voglio scusarmi per non avervi informato  prima circa la missione, la sua reale portata e i suoi obiettivi, ma era vitale, per la sicurezza della stessa,  mantenere il più alto livello di segretezza.  Come avrete già notato, coloro di voi che erano sposati o che avevano un rapporto sentimentale che non intendevano troncare, magari utilizzando come pretesto proprio questa missione”, la risata della platea, che aveva deliberatamente provocato, lo costrinse a interrompersi. Poi riprese. “ Stavo dicendo che a costoro è stato consentito di portare la famiglia in missione. Una situazione che non si era mai verificata nella storia delle nostre forze armate. Quando avremo finito, la risposta vi apparirà chiara. Adesso  manderemo in onda un messaggio registrato del presidente del consiglio a tutto il personale a bordo delle navi della flotta”.

Le luci vennero abbassate e sullo schermo della sala apparve il volto di Veronica Del Lago. Era nel suo studio, a Palazzo Chigi, seduta dietro la sua scrivania. Il volto era serio ma non teso e la voce ferma.

“ Nel momento che udrete queste mie parole, la più ambiziosa missione mai tentata nella storia dell’ uomo avrà avuto inizio. Lascio al vostro comandante il compito di illustrarvi modalità e obiettivi di quanto vi accingete a fare, ma è mio dovere spiegarvii le drammatiche motivazioni che hanno imposto la grave decisione che ho preso e a seguito della quale siete adesso a bordo delle nostre navi.

Tutti voi avrete sentito sicuramente parlare dei mutamenti climatici e del progressivo deterioramento del nostro ecosistema ...“.

Nella sala  scese il silenzio più assoluto  mentre Veronica  Del Lago spiegava loro, per filo e per segno, cosa li aveva condotti fino a lì.

“Dopo avere riflettuto a lungo, dunque, un anno fa decisi di tentare questa operazione, il cui scopo è quello di  cambiare il corso della storia che conosciamo e con essa il modello di sviluppo che avevamo adottato”. Veronica Del Lago si interruppe e i suoi occhi verdi sembrarono cercare lo sguardo di ognuno dei presenti, poi si avviò alla conclusione.  “Pochi minuti fa siete stati inseriti nel passato. Andiamo da soli, perchè in caso di fallimento non vogliamo dover maledire altri che noi stessi, e in caso di successo non desideriamo trovarci in compagnia dei soggetti che hanno provocato questa tragedia, e penso che abbiate ben compreso a chi  mi riferisco. Sono consapevole di avervi imposto un grande sacrificio, ma vi consoli  sapere che, altrimenti,  sareste stati condannati come tutti noi. In questo modo rappresentate invece la nostra speranza. Che Dio vi aiuti”.

Il messaggio era terminato e le luci vennero riaccese mentre un sommesso mormorio si diffondeva nella sala.  Erano tutti sorpresi e disorientati. Nei mesi precedenti avevano fatto mille congetture, ma nessuno avrebbe mai potuto ipotizzare una situazione  come quella.

Monteforte riprese posto dietro al piccolo podio. Non voleva dar loro il tempo di reagire emotivamente alla notizia. Non prima che tutto il quadro della situazione fosse chiaro. Tra l’altro, riprendendo la parola, avrebbe dirottato la loro attenzione su altre urgenze, permettendo loro di assorbire quanto avevano appena appreso.

“Prima di passare alle questioni operative, vorrei aggiungere al messaggio del Presidente alcune brevi considerazioni. La nostra  missione  è estremamente chiara nelle finalità  e modalità di attuazione e il suo obiettivo finale esigeva l’ impiego di uno strumento militare talmente imponente da rendere proibitivo qualsiasi tentativo di opposizione. Se ci pensate bene, negli ultimi decenni, non abbiamo fatto altro che intervenire, almeno ufficialmente, in risposta alle crisi che si susseguivano in varie aree del mondo, e quale crisi più grande vi poteva essere che il collasso ambientale del mondo stesso?

Non era pertanto così fuori luogo e così contrario allo stesso diritto internazionale pensare a un intervento che avesse, come obiettivo, l’imposizione coercitiva di un modello di sviluppo che non ci portasse tutti alla distruzione. Nè più, nè meno della usuale procedura di una operazione di peace enforcement. Rimaneva solo da decidere quale era il periodo storico migliore per l’inserimento del corpo di spedizione.

Esisteva un preciso vincolo tecnico a tale proposito. La massa enorme che si sarebbe dovuta trasferire necessitava di un tale fabbisogno di energia che limitava il salto temporale, teoricamente senza limiti,  ai primi anni del novecento.

Andava comunque benissimo così, prevedevamo infatti di effettuare l’inserimento nel 1920, subito dopo la fine della prima guerra mondiale. Avremmo trovato un mondo stanco della guerra, desideroso di ricominciare, ancora all’alba del processo di industrializzazione e soprattutto un pianeta ancora in piena salute. Sono convinto che si trattava della scelta migliore, ma per quanto si cerchi di prevedere tutto, tra una formulazione teorica, una successiva simulazione e la pratica attuazione, non sempre tutti i fattori in gioco si comportano come era stato ipotizzato e avviene sempre qualche inconveniente.

Noi militari sappiamo bene che nessun piano di battaglia resiste più di un’ora ai primi colpi di fucile,  quando la realtà sconvolge ogni ipotesi, anche le più accurate, proponendo scenari assolutamente  imprevisti”.

Nella sala tutti avevano compreso che era successo qualcosa e il silenzio si era fatto totale. Monteforte lasciò scorrere lo sguardo sui presenti, cercando di mantenere una espressione rilassata e rassicurante.

“Le dimensioni della nostra spedizione sono state ampliate di molto ripetto a quanto era stato previsto in una prima fase. Il salto nel passato è  avvenuto, ma l’ energia immessa nel sistema di trasferimento non è stata sufficiente a portarci nel 1920”.

Lupo si interruppe  nuovamente e osservò le reazioni prodotte dal suo annuncio. Erano tutti con il fiato sospeso.

“Rimanendo in ascolto di tutte le frequenze radio,  siamo riusciti a stabilire che  in questo momento sono quasi le nove del mattino, del docici ottobre del 1942”.

Questa volta si levò un forte mormorio dalla sala. “ Questo evento”, il brusio continuava.  “Questo evento!”, ripetè, alzando di qualche tono la voce e riportando il silenzio, “ci pone, come ben comprenderete,  tutta una serie di quesiti cui dovremo dare subito una risposta, anche  perchè siamo finiti nel bel mezzo di una guerra”.

Si alzò un giovane comandante di stormo dell’ aeronautica.   

“ Generale,  pensa che ci siano possibilità di poter  effettuare un altro balzo per arrivare  nel 1920?”.

Monteforte scosse la testa.  “Lo escludo nella maniera più assoluta. Non abbiamo gli strumenti per effettuare altri...”.

Non potè continuare perchè il corpulento comandante di un mercantile, in forza alla Marina Militare per l’ occasione, si alzò e lo interruppe, guardandolo furibondo. 

“ Senta un pò. Come vi siete permessi !?  Non mi interessa niente di tutte queste chiacchiere inutili. Il clima, l’ecosistema, la desertificazione. Ma chi se ne frega! Ma si rende conto di quello che avete appena detto, lei e quell’altra signora?  Voi ci avete truffato! Dovevate dirci prima cosa avevate in testa, non ora, ma come vi siete permessi?! Un conto è chiedere volontari per una missione pericolosa, ben altra cosa è fare quello che ci avete fatto voi. Voglio tornarmene a casa, subito. Voi siete pazzi e non ne voglio sapere niente di questa storia. Come siamo arrivati, potremo anche tornare indietro, no? Si sbrighi a trovare il modo per farlo e la pianti di raccontarci cazzate”.

Monteforte notò che tutti i militari presenti si erano girati verso chi aveva parlato con una espressione di fastidio sul volto, ma non poteva permettersi di sottovalutare quanto quel comandante  aveva detto. In effetti, a nessuno era stata data la possibilità di decidere con cognizione di fatto. Erano stati trasferiti in quel tempo e basta.

Fece passare qualche istante prima di replicare e quando parlò la sua voce era fredda e tagliente come una lama.

“Adesso voglio che mi ascoltiate tutti. E mi dovrete ascoltare bene, perchè quando usciremo da qui  l’ argomento dovrà essere  chiuso e non ci torneremo mai più sopra. Mai più, e spero di essere stato chiaro”.  Scandì bene le parole.       

“Non è possibile modificare lo stato delle cose. Siamo qui e vi rimarremo, poichè non abbiamo gli strumenti per fare altro. Quindi questo discorso è chiuso in maniera defintiva. Quanto al comandante del mercantile, gli ricordo che si è offerto volontario per una missione di guerra e che attualmente è un militare. A tutti gli effetti. Certo non immaginava tutto questo, ma evidentemente, al momento di accettare gli incentivi che gli sono stati offerti, non si è soffermato troppo a valutare i rischi che avrebbe corso. Prima di partire, tutti noi, compreso il sottoscritto, abbiamo firmato un documento e voglio sperare che lo abbiate letto tutti, con attenzione.  Sottoscrivendolo, infatti, ci siamo offerti volontari per questa missione, anche se non era specificata nel dettaglio,  accettandone i rischi e le incognite, anche se non sapevamo quali fossero. Abbiamo firmato a scatola chiusa”. Fulminò con lo sguardo il comandante del mercantile. “Compreso lei, caro signore. Nessuno è  stato  trascinato a bordo delle navi contro la sua volontà. Ci sono stati casi, ben pochi a dire il vero, nei quali, dopo avere letto quel documento e compreso bene cosa significava, alcuni si sono rifiutati di firmare. Sono stati immediatamente trasferiti ad altri reparti e cancellati dai ruolini di questa missione “.

Lo sguardo divenne duro e la voce gelida. Parlava diretto a quel comandante, ma sapeva perfettamente che il discorso valeva per tutti. Quel tipo di polemica, quel mugugno sordo da caserma, andava immediatamente stroncato o avrebbe minato il morale degli uomini e la compattezza dei reparti.

“Chi è qui, ha voluto essere qui e adesso, mio caro amico, è troppo tardi per recriminare. Ha avuto la sua occasione per scegliere e quella che ha fatto contempla  anche la morte, dunque si accontenti di essere ancora vivo e non rompa più i coglioni“. 

Una risata corale accolse la battuta, stemperando in parte la tensione presente nella sala.

Lupo aspettò che tornasse il silenzio. “Adesso, invece, dobbiamo decidere cosa fare qui. Siamo sbucati nel tempo peggiore che ci potesse capitare. E’ avvenuto per caso, ma siamo finiti proprio qui.

Premesso che l’ obiettivo della missione non cambia di una virgola, non credo che potremo rimanere alla finestra a guardare lo spettacolo. Davanti a noi abbiamo due scelte.

Portarci nei pressi di una nazione neutrale, bruciare le bandiere, affondare le navi, metterci in borghese e ognuno per la propria strada. Diventiamo tutti disertori. So che il termine è duro ma non ce ne sono altri”. Quando vide le prime espressioni di fastidio per quanto aveva detto, continuò.  “Oppure scegliamo la strada che ci porrà di fronte alla nostra coscienza e alle nostre responsabilità. Come mai avremmo immaginato potesse accadere nella nostra vita.  Dovremo schierarci.

Sulla carta avremmo due opzioni, ma anche in questo caso una è puramente teorica”, lasciò correre lo sguardo sugli ufficiali di fronte a lui. “A meno che qualcuno tra noi sia disponibile a sparare su altri italiani”. Li guardò nuovamente, interrogandoli con gli occhi. Vide volti tesi  e concentrati  ed espressioni dure e determinate.

“L’ Italia è in guerra  e a riva di questa nave sventola la bandiera italiana “, continuò,  “non credo possano esserci molti dubbi su quale sia il nostro dovere. O forse c’è chi pensa che, visto quanto è successo, il nostro giuramento non abbia più valore?  Magari potrebbe obiettare che abbiamo giurato di difendere un’ Italia alquanto diversa da quella odierna, sicuramente nelle istituzioni, e anche nella bandiera, a pensarci bene. E’ vero ma dietro quella bandiera sulla quale giuriamo, che onoriamo e per la quale, se occorre, moriamo, c’è un popolo. Il nostro. Quella bandiera è sacra perchè lo rappresenta, altrimenti sarebbe solo un pezzo di stoffa privo di valore. Il nostro popolo è qui, e con esso i nostri nonni e per qualcuno il padre e la madre ancora bambini... e questa questa semplice considerazione chiude questo discorso, una volta per tutte.

La nostra missione è chiara  e prosegue. Prendiamo atto che non siamo nel 1920 ma nel 1942, e che siamo in guerra. Un evento che             può capitare a chi ha scelto il mestiere delle armi. In definitiva”, sorrise amaramente, “è uno  degli aspetti del  nostro lavoro. Forse il principale,  anche se è quello che ci piace di meno”.

Stavano affrontando un passaggio molto delicato  e Lupo si rese conto che doveva esaurire in quella fase ogni  motivo di polemica.  C’era un solo modo per farlo.

“Sentite, data l’eccezionalità della situazione, io non intendo ordinare niente a nessuno. Non voglio avvalermi della disciplina per obbligarvi a fare qualcosa che non vi sentite. Ognuno dovrà decidere per suo conto, e  ne risponderà di fronte a se stesso e alla  sua coscienza.  Non di fronte a una corte marziale.

Chi non se la sente di continuare, è pregato di dirlo.  Svestirà  l’uniforme e verrà trasferito in un paese neutrale, non appena possibile.  A coloro che non intendono avvalersi di questa possibilità, magari perchè temono il giudizio dei loro commilitoni e si vergognano,  ma fatalmente mugugneranno”,  fissò dritto negli occhi il comandante del mercantile, “ e fomenteranno malcontento. Comunico che sarò spietato. Da questo momento entra in vigore il codice militare di guerra.  A tutela di tutti. Chi non se la sente, se ne vada. Chi resta, porti rispetto a se stesso,  all’ uniforme che indossa e ai suoi commilitoni. Questo discorso vale per tutti, senza distinzione di grado.  Chi vuole andarsene è libero di farlo. Nessuno gli chiederà conto di nulla, si metta semplicemente a rapporto dal suo comandante e gli comunichi la sua decisione.

Ragazzi, non ci sarà una seconda occasione. Ho voluto aprire una finestra di opportunità fuori dalle nostre regole, durante la quale sarete liberi di decidere. Avete tempo fino alle ore venti di stasera. Dopo la finestra si chiuderà, per sempre.

Siete entrati volontari nelle forze armate, poi vi siete offerti volontari per questa missione.  Adesso vi chiedo di offrirvi volontari per la terza volta. Che Dio vi aiuti  decidere e protegga tutti noi nei difficili giorni che ci attendono”. Lasciò trascorrere alcuni lunghi attimi.

“I comandanti di brigata, di legione, di stormo e di gruppo navale restino, gli altri in libertà”.

Appena  furono tutti usciti Fois si avvicinò a Monteforte.

“Hai ragione tu, comandante, non abbiamo molte scelte. Certo che è veramente incredibile. Nel 1942”, riflettè un attimo , “l’ anno che ha deciso la guerra”.

“Già, siamo proprio capitati bene”,  rispose con una smorfia Monteforte. “Senti Fois, come pensi che la prenderanno i tuoi uomini?”, guardò poi gli altri ufficiali che si erano avvicinati. Erano tutti sposati, ma avevano le famiglie a bordo e sembravano tranquilli. “E i vostri?”, chiese loro.

“I miei faranno quello che devono fare”, rispose Fois, con un lampo luciferino negli occhi. Gli altri ufficiali  che si erano avvicinati  annuirono, convinti della tenuta psicologica dei loro uomini.

Daniele Rossi, un romano di trentanove anni che  comandava la brigata corazzata Ariete, sollevò invece il problema che avevano immediatamente davanti.  “Se oggi è l’ 11 Ottobre, tra dodici giorni  le nostre forze verranno annientate ad El Alamein”, mormorò,  “permetteremo che succeda?”. 

Il problema sollevato da Rossi esigeva  una decisione immediata, pensò Lupo, una decisione che in cuor suo aveva già preso nel momento in cui si era reso conto della data.

Anche i quattro romani si erano nel frattempo avvicinati. Era la prima volta che avevano contatti con il mondo esterno e guardavano incuriositi i loro colleghi intorno a Monteforte.

Fois li vide e lesse i nomi impressi sui patch sopra la tasca sinistra della giubba, che erano già un programma, specialmente quello di Labieno. Poi si rese conto che uno di loro, che non poteva avere più di venti, ventidue anni, aveva i gradi da generale di divisione e altri due, suoi coetanei, da generale di brigata. Si avvicinò a Lupo e gli chiese sottovoce. “Comandante, su radio fante circola insistentemente la voce che abbiamo sulle navi un contingente di legionari romani. Mi sembrava una barzelletta ma dopo quanto è avvenuto non sono piu’ tanto sicuro che lo sia. In effetti  per due volte hai fatto riferimento ai comandanti di legione e questi ragazzini qui...”, non terminò nemmeno la frase perchè, mentre parlava,  aveva notato anche gli scudetti con la scritta SPQR. l’ aquila e il numero romano della Legione,  applicati sulle maniche delle uniformi da campo.

Lupo scoppiò a ridere. “Radio fante, la più efficiente rete spionistica esistente al mondo. L’unica che riesce a sapere le cose  quasi prima  che accadano”.

Indicò i quattro romani che ascoltavano  impassibili.  “Come vedete le sorprese non sono finite. Vi presento il legato Lucio Valerio Macrino, comandante del contingente romano e i tribuni laticlavi, comandanti di legione: Massimo Fabio Labieno, della XIX, Quinto Cornelio Merulo, della XVIII e Manlio Metello Cerone, della XVII”.

I quattro romani, a mano a mano che venivano nominati, salutarono i loro commilitoni portandosi il pugno destro al cuore.

Gli altri ufficiali, dopo un attimo di comprensibile sbalordimento, risposero al saluto militare, poi si avvicinarono ai romani e porsero loro la mano. Mentre stringeva quella di Macrino, Fois non riuscì a trattenersi dal chiedere.  “Ma sei veramente un antico romano?”.

Macrino sorrise. “Beh, sicuramente sono un romano, su questo non c’è ombra di dubbio, quanto all’ antico ”,  squadrò Fois, che aveva il doppio dei suoi anni,  “ho la sensazione che sei più antico tu, sai?”.

 

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