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(Francesco Lamendola) - L’eccidio di Cefalonia è una di quelle pagine storiche sulle quali si fonda il mito resistenziale e democratico della Repubblica Italiana.  L’immagine dei capitani Pampaloni e Apollonio, “eroi” della Resistenza, emersi miracolosamente da un mucchio di cadaveri e riusciti, alla fine, a tornare alle proprie case, è troppo eloquente per poter essere messa in dubbio da chicchessia: una delle poche certezze in un paesaggio storiografico pieno di ombre e di ambiguità.
E invece no.
Loro sono tornati a casa, ma i loro soldati e i loro colleghi ufficiali hanno pagato con la vita il folle avventurismo e l’inqualificabile contegno da essi tenuto nei confronti del comandante della divisione «Acqui», generale Antonio Gandin. Il mito resistenziale di Cefalonia è una delle tante falsificazioni della storia operate, a partire dal 1945, da una ideologia ipocrita e sfrontata, capace di qualsiasi mistificazione pur di accreditare una versione di comodo, che divide il bene dal male con un taglio netto e, guarda caso, sempre in linea con la “verità” dei vincitori.
La Vulgata storiografica resistenziale ha sempre sostenuto che a Cefalonia, dopo l’8 settembre del 1943, la divisione «Acqui», agendo con altissimo senso di responsabilità e con spirito di sacrificio, scelse di combattere contro i Tedeschi anziché arrendersi, ragion per cui fu sottoposta a un massacro indiscriminato dopo la resa, dal quale uscì letteralmente distrutta. Ma le cose non andarono così, anche se questa versione, ripetuta per più di sei decenni, ha finito per imporsi e per entrare a far parte del bagaglio culturale e spirituale del popolo italiano. 
Il massacro ci fu, beninteso; e, con esso, la violazione delle norme di guerra internazionali che proibiscono in modo tassativo ogni rappresaglia sui militari che si sono arresi. Ma, a parte il fatto che le cifre sono state enormemente gonfiate - si è parlato di oltre 9.000 fucilati, mentre furono molti di meno, forse non più di 1.700, compresi i caduti in combattimento -, due fatti decisivi sono stati passati sotto silenzio o sono stati soltanto sussurrati a mezza bocca, mescolati ad un fiume incontenibile di retorica, di sacra indignazione e di frasi altisonanti.
Primo: il maresciallo Badoglio, pur sapendo cosa ciò comportava e pur essendo di ciò messo in guardia dal generale Eisenhower, non volle dichiarare lo stato di guerra con la Germania fino alla data del 13 ottobre. Vale a dire che, PER OLTRE UN MESE, lo status giuridico dei soldati italiani, nei confronti dell’ex alleato germanico, rimase intollerabilmente ambiguo, non essendo essi, in teoria, nemici della Germania, e tuttavia trovandosi nella condizione di alleati dei nemici di quella. La conseguenza fu che essi rimasero esposti a subire un trattamento al di fuori della convenzioni internazionali, simile a quello riservato ai franchi tiratori.
Secondo: è vero che il generale Gandin, prima di decidere per la lotta aperta contro i Tedeschi, aveva fatto consultare gli ufficiali e i soldati della divisione, che avevano optato per la resistenza a oltranza; ma è altrettanto vero che quella specie di referendum, peraltro privo di valore giuridico, si svolse in un clima di gravissima intimidazione e che lo stesso generale Gandin era stato fatto oggetto ad atti di sedizione e perfino a delle minacce a  mano armata. La disciplina e lo spirito militare, all’interno della divisione «Acqui», erano andati in frantumi; alcuni tenenti e capitani di artiglieria, in collegamento con i partigiani comunisti greci dell’isola, sobillavano apertamente i loro soldati e li incitavano a combattere contro i Tedeschi, quando ancora le trattative erano in corso; e ad opporsi in ogni modo, anche con l’ammutinamento, alle decisioni del loro comandante, se esse fossero state difformi dai loro desideri.
Altro che spirito eroico e altissimo senso del dovere. Fra i soldati della divisione serpeggiava molto più di una semplice insubordinazione: esisteva un clima diffuso di esaltazione, di rancore, di rabbia; si parlava apertamente di mettere a morte gli ufficiali “filotedeschi”, ossia quelli che vedevano nei Tedeschi gli alleati e i compagni di tre anni di lotte, oppure, semplicemente, che intendevano obbedire agli ordini del comando, quali che fossero.
Sì, perché il comandante della XI Armata italiana in Grecia, Carlo Vecchiarelli, il 9 settembre aveva ordinato a tutte le divisioni dipendenti di cedere l’armamento ai Tedeschi, come da essi richiesto; anche se poi, l’11 settembre, un cervellotico ordine di Badoglio era venuto a rendere la situazione insostenibile, prescrivendo che le truppe dovevano opporsi a ogni tentativo di disarmo da parte dei Tedeschi (tre giorni dopo l’ignominiosa fuga da Pescara e quando già l’Italia era di fatto occupata dall’esercito germanico!).
La scintilla che diede fuoco alle polveri, sull’isola di Cefalonia, fu comunque l’arbitraria iniziativa del capitano Amos Pampaloni e del tenente Renzo Apollonio, i quali, il mattino del 13 settembre 1943, fecero aprire il fuoco dalle loro batterie del 33° Reggimento artiglieria, di stanza ad Argostoli, contro due motozattere tedesche, che non tentavano alcuna azione ostile ma trasportavano viveri e altro materiale per il piccolo presidio tedesco di quella località; e ciò mentre erano ancora in corso le trattative fra il generale Gandin e il comandante tedesco, tenente colonnello Hans Barge. L’azione, avvenuta ignorando la disciplina militare e scavalcando l’autorità del generale Gandin, causò sei morti fra gli equipaggi tedeschi e invelenì l’animo dei loro commilitoni, già esasperato dall’annuncio dell’armistizio di Cassibile, da essi considerato alla stregua di un vero e proprio tradimento.
A guerra finita, oltre che nei confronti dei comandati tedeschi responsabili dell’eccidio, vi fu anche - nel 1957 -  un inizio di procedimento giudiziario nei confronti di alcuni ufficiali superstiti, per aver aizzato la resistenza contro i Tedeschi e provocato così la loro ritorsione; ma esso venne immediatamente concluso con il proscioglimento dei militari. Se le ricerche di Massimo Filippini non  avessero riaperto il caso, almeno sul piano storiografico, oggi ancora il pubblico ignorerebbe il vero contesto in cui si svolse l’eccidio di Cefalonia; senza dimenticare il fatto, di per sé rilevante, che ben 3.000 uomini della sfortunata divisione (secondo le cifre ufficiali) perirono dopo le tragiche vicende sull’isola, a causa dell’affondamento delle navi che li trasportavano in prigionia, ad opera delle forze navali alleate.
Poi, la retorica. 
Uno scrittore inglese, Louis de Bernières, rievocò la vicenda di Cefalonia nel suo romanzo «Il mandolino del capitano Corelli» («Captain’s Corelli Mandolin»), accreditando l’eterno stereotipo degli Italiani “brava gente” e perenni suonatori di mandolino; romanzo dal quale, nel 2001, il regista John Madden ha ricavato un film piuttosto mediocre, reso - però - celebre dalla interpretazione della star hollywoodiana Nicholas Cage.
Nel 2001 il presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, vistando Cefalonia, ha affermato che «la loro scelta [dei soldati della «Acqui»]  consapevole fu il primo atto della Resistenza, di un’Italia libera dal fascismo».
Nel 2005 la RAI ha mandato in onda la serie televisiva «L’eccidio di Cefalonia», per la regia di Riccardo Milani.
Nel 2007, infine, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha festeggiato il 62° anniversario della Liberazione, recandosi anche a Cefalonia; ed è stata la prima volta che ciò è avvenuto al di fuori dei confini nazionali, cosa che ha conferito alla cerimonia una particolare risonanza ed una speciale solennità.
Ora, la domanda che dovremmo onestamente rivolgere a noi stessi è se quella solennità, se quella interpretazione dei fatti, siano conformi al rispetto della verità, in primo luogo per un senso di giustizia verso i morti e, poi, per poterci rapportare serenamente al nostro passato, liberi dai fantasmi di mitologie e strumentalizzazioni che non ci aiutano a vivere il presente in maniera consapevole e pacificata.
In qualunque altro esercito del mondo - o, quanto meno, in qualunque esercito di un Paese serio - insultare il proprio comandante in zona di guerra (oltretutto, una pasta d’uomo che chiamava i suoi soldati, indiscriminatamente, «figli di mamma», e la cui massima preoccupazione, dopo l’armistizio dell’8 settembre, era quella di restituirli, sani e salvi alle loro famiglie); sobillare la truppa alla disobbedienza; intrattenere rapporti di amichevole collaborazione con le forze partigiane nemiche o che tali erano state fino a poche ore prima; aprire il fuoco contro truppe tecnicamente ancora alleate e, comunque, senza averne ricevuto espresso ordine; attentare, addirittura, alla vita dei propri ufficiali, ritenuti “traditori”: ebbene, tutto questo si configura come una serie di reati da corte marziale e da plotone d’esecuzione.
In Italia, invece, le cose vanno altrimenti; in Italia queste azioni diventano nobili impulsi ideali che aprono la strada alla Resistenza e, come tali, vengono circonfuse da una luce di gloria, additandone gli autori non alla pubblica riprovazione, ma all’ammirazione incondizionata.
Strano paese, l’Italia.
Ma perché questa ricostruzione dei fatti non appaia viziata da spirito di parte, ci limitiamo a riportare alcuni stralci da una pubblicazione apparsa in data non sospetta, l’ormai lontano 1970 - vale a dire, quarant’anni fa giusti -, significativamente intitolata «Il massacro di Cefalonia  era proprio inevitabile?», apparsa per i tipi de Gli Amici della Storia all’interno della collana «I grandi enigmi degli anni terribili», diretta da Franco Massara (Ginevra, Editions de Crémille, vol. 1, pp. 178-183):

«Nel giro di poche ore [l’11 settembre 1943], “l’amatissima divisione” era ormai irriconoscibile. I reparti sono traumatizzati; le coscienze disorientate; i legami che annodavano nella disciplina i soldati agli ufficiali e gli ufficiali ai comandanti di Corpo, i comandanti di Corpo al generale di Divisione sembra che stiano per sciogliersi. Lo choc dell’8 settembre  stato violento. L’anarchia dilaga. La ribellione serpeggia. La propaganda dei patrioti greci attizza il fuoco di tutti i risentimenti e rancori. I soldati sono agitati. Gridano. Urlano. Accusano. Recriminano. Una vera e propria insubordinazione sta covando sotto le ceneri. Si mormora che il generale voglia “vigliaccamente” disarmare l’intera divisione per consegnarla a “a uno sparuto gruppo di Tedeschi. Lo si taccia nientemeno che di tedescofilo. Verso le 18, appena dopo il rapporto ai cappellani [che Gandin, uomo assai religioso, aveva convocati per riceverne un parere], scoppi di bombe e colpi di moschetto si odono nell’abitato di Argostoli. Fuggi fuggi generale. Le strade diventano cupamente silenziose. Che cosa sta succedendo?
Colpo di testa tedesco verso le 17. Gli artiglieri germanici puntano un semovente contro un dragamine italiano munito di due mitragliere da 20 mm. Attraccato alla banchina. L’ufficiale che lo comanda, sfila gli otturatori che consegna al comando di artiglieria. Informato dell’accaduto, il capitano Apollonio, eccitatissimo, si reca immediatamente sul posto con due autocarri di artiglieri armati fino ai denti, sale a bordo del dragamine, smonta le due mitragliere, le fa caricare sugli autocarri; fermato da un sottufficiale tedesco ed invitato a seguirlo dal comandante germanico, scrolla le spalle, risponde che di comandanti ne conosce uno solo, ed è quello “italiano”. Punto e basta.
Intanto sta per scadere l’ultimatum. Il tenente colonnello Barge e il tenente Fauth si recano al Comando di Divisione. “Sta bene - risponde il generale - accordo di massima a cedere le armi collettive e i pezzi” [era stato questo anche il parere dei cappellani convocati dal generale.]
All’alba del 12 settembre la situazione precipita improvvisamente. Notizie allarmanti, diffuse durante la notte, esasperano gli animi. Un sergente maggiore, fuggito con un’imbarcazione da Santa Maura, riferisce che nell’isola il presidio italiano è stato proditoriamente assalito dai Tedeschi, disarmato; soldati e ufficiali incolonnati e avviati in campi di concentramento. Il trucco aveva funzionato: prima i Tedeschi avevano preteso solo le artiglierie e le armi collettive; una volta queste cedute, avevano preteso quelle individuali. Una volta queste consegnate, la truppa era stata brutalmente sospinta dietro i reticolati.
La notizia incendia gli animi. I Tedeschi si servono dell’inganno; le trattative in corso servono loro soltanto per guadagnare tempo. L’agitazione è grande. Prorompono grida: “Abbasso i Tedeschi! Morte ai tedescofili!”.
Chi sono i tedescofili? Tutti coloro che invitano alla calma. Si comincia a sospettare persino della buona fede del generale. “Il generale - si dice - è d’accordo coi Tedeschi”.
Che cosa resta da fare?Il generale Gandin ha ormai dato la sua parola ai Tedeschi. Come tornare indietro? Alle quattro del mattino era già partita per il comando tedesco la lettera di conferma degli accordi presi verbalmente la sera prima.
Ci potevano essere ancora dei dubbi sulle intenzioni reali dei Tedeschi? Bastava d’altra parte guardarsi attorno: nella zona di Lixuri era tutto un andirivieni di colonne germaniche; rifornimenti venivano paracadutati ai presidi isolati. Sbarchi erano segnalati sulle coste. Intanto il capitano Pampaloni ha già stabilito contatti con i partigiani greci dell’isola. Entra in scena il tenente dell’esercito greco Agesilao Migliaressi. Avvicina il capitano Pampaloni e il capitano Apollonio, prende accordi direttamente con entrambi in vista di un’azione combinata contro i Tedeschi. Entrano in scena altre figure di resistenti greci: sono il tenente colonnello Kavadias, il capitano Lazarotos e il tenente Georgopulos. Riunione segreta di costoro sotto la tenda del capitano Apollonio: i resistenti greci provvederebbero alle informazioni, a controllare l’isolato presidio tedesco di Capo Munda, ad iniziare azioni di guerriglia lungo la rotabile Karadacata-Argostoli, ad attaccare le autocolonne tedesche in marcia, a colpire. Ad assicurare il collegamento tra Italiani e Greci è incaricato il tenente Dionisio Georgopulos. Sarà distaccata presso i “ribelli” una stazione radio. La dirigerà il radiotelegrafista Fedeli. Si distribuiscono armi. Un capitano dei carabinieri si incarica di rimettere in libertà i detenuti “politici” greci e di distruggere tutti i documenti compromettenti relativi ad azioni tentate o progettate dai componenti dell’E.L.A.S. nell’isola di Cefalonia.
Si arriva così al pomeriggio del 12. Verso le ore 16, altro incidente. Questa volta siamo arrivati al punto di rottura. Il generale comandante tiene un nuovo consiglio di guerra. Esamina la situazione drammatica che si è venuta a creare nelle ultime ore, sempre allo scopo di trovare un compromesso qualunque, pur di portar fuori i suoi undicimila “figli di mamma” da una tragedia di cui calcola già tutte le conseguenze, quando…
La notizia cade sul tavolo del generale col fragore di una bomba: i Tedeschi hanno ritto  gli indugi, gettato la maschera, sono passati all’azione, e tanto per cominciare, hanno circondato le batterie di San Giorgio e di Kavriata: disarmate, intimato quindi ai soldati di consegnare le armi.
S.O.S,. disperato degli ufficiali. La risposta del comando è burocraticamente semplice:  “Di fronte a forze preponderanti, cedere”.
E le batterie cedono. L’affronto è grave. Umiliante. Soprattutto sospetto. Si sospettano infatti complicità penose, impossibili, di cui non si vorrebbe nemmeno sentir parlare, ma di cui intanto si mormora. Comincia a serpeggiare per la prima volta la parola tradimento. La propaganda greca fa di tutto per eccitare gli animi, per mettere i soldati contro gli ufficiali, gli ufficiali inferiori contro gli ufficiali superiori, per “caricare” gli animi dei soldati di risentimento contro i Tedeschi, per creare malintesi, provocare incidenti. Chi non è contro i Tedeschi, è con i Tedeschi, e come tale tacciato di vigliaccheria.
Grave incidente nella piazza principale di Argostoli. Poiché la situazione sta diventando sempre più critica, e potrebbe precipitare da un momento all’altro, il Comando di Divisione aveva ordinato lo sgombero delle Suore Missionarie italiane. Se ne era incaricato il capitano Piero Gazzetti, addetto all’ufficio propaganda del comando divisionale: con un autocarro le sta trasferendo al 37° ospedale da campo. Nella piazza di Argostoli, l’autocarro è fermato da un maresciallo di Marina il quale intima all’ufficiale e alle suore di scendere: l’autocarro è requisito, sarà destinato al trasporto di armi e munizioni. Il capitano risponde che deve eseguire un ordine del generale. È un attimo. Il maresciallo urla: “Allora anche voi appartenete alla schiera dei traditori”. Estrae la pistola, spara a bruciapelo all’ufficiale, che cade riverso. Morirà il giorno appresso, dopo un’atroce agonia.
Ancora incidenti nel pomeriggio. Mentre si reca al comando di artiglieria dove ha convocato un consiglio di guerra, il generale Gandin è fatto segno a un attentato prima, ad insulti poi. Una bomba è lanciata contro la sua macchina, fortunatamente senza conseguenze. Oltre, un soldato si para decisamente davanti alla macchina costringendo l’autista a rallentare; un altro militare ne approfitta per strappare la bandierina tricolore dal cofano gridando al generale che on è più degno di portarla. Ammutinamento vero e proprio in un reggimento di fanteria: il colonnello, fatto segno a un colpo di moschetto, è costretto a rifugiarsi in una casetta. Sarà liberato da alcuni civili greci.
Che cosa aveva fatto il generale Gandin per meritare un simile trattamento dai suoi soldati? Che cosa aveva fatto per sentirsi chiamare “traditore”? Niente. Voleva soltanto portare a casa, indenne, la divisione che la Patria gli aveva affidato, assieme a tutti i “figli di mamma” che la componevano. Egli è forse il solo uomo degli undicimila della “Acqui” che vede chiaramente la situazione. “I Tedeschi ci schiacceranno con i loro Stukas” dice nel corso di un rapporto con alcuni ufficiali di artiglieria che avevano chiesto di essere ricevuti. Tra questi, il capitano Apollonio, il capitano Pampaloni e il tenente Ambrosini sono i più agitati. il movimento di rivolta era in realtà partito dalle batterie del 33° artiglieria e della Marina. Il comandante, il colonnello Romagnoli, pur parteggiando idealmente coi suoi subalterni, non pere mai il senso della misura. “Siamo soldati - dice - e dobbiamo obbedire”. Impossibile, gi rispondono.
I Tedeschi hanno catturato alcune nostre batterie: che cosa aspetta il generale Gandin ad attaccare? Di quale altra provocazione tedesca ha bisogno per iniziare le ostilità? La discussione assume toni insoliti. Gandin cerca di far capire la gravità della situazione. Quale?  Essa è uin una sola parola, e dice: “isolamento”. “Siamo isolati”. Ma ormai le menti sono sconvolte, l’ubbidienza distrutta.
Gandin insiste nel voler far comprendere le ragioni delle sue decisioni, di trattare sino all’ultimo coi Tedeschi. Gli ribattono che tale atteggiamento è contrario all’onore militare. Si arriva all’assurdo: di protestare perché il generale aveva preso delle decisioni senza consultare prima i subalterni. Pare che un ufficiale, tra i più scalmanati, lo abbia accusato addirittura di essere un ribelle agli ordini del governo legittimo e servo di Farinacci.
“Generale - esclama il capitano Apollonio - non vi chiediamo che di lasciarci morire accanto ai nostri cannoni”.
Fuori è il tumulto, l’insubordinazione è ormai scatenata. I più irrequieti sono proprio i tutori dell’ordine, i carabinieri, Gli artiglieri, credendo che i loro ufficiali siano stati arrestati, puntano i pezzi delle batterie contro il Comando Divisione. Qualcuno parla di arrestare nientedimeno che il generale. Ufficiali e truppa, aizzati dai Greci, gridano che il generale è un traditore…»

Da questa ricostruzione dei fatti, che era di pubblico dominio in Italia prima che la retorica resistenziale avvolgesse il dramma della «Acqui» in un alone sacrale che ne rende difficilissima, ora, una spassionata valutazione storica, risulta, fra le altre cose, che un semplice capitano, agendo di propria iniziativa e alle spalle dei propri superiori diretti, nonché del generale di divisione che stava prendendo tutt’altre decisioni, stabiliva rapporti di collaborazione operativa con i partigiani greci, ossia con il nemico del giorno innanzi, fin dal 13 settembre, vale a dire appena cinque giorni dopo l’armistizio dell’Italia con gli Alleati.
Già lascia pensosi il fatto che, su di una piccola isola come Cefalonia (781,5 kmq.: cioè, pressappoco, tre volte e mezzo l’isola d’Elba), una forza italiana di 11.000 soldati, più duemila Tedeschi, convivesse con forti nuclei della resistenza greca, come se fra le due parti si fosse giunti, e da tempo, a una sorta di tacito armistizio. A questo punto, forse, l’intero episodio di Cefalonia andrebbe inserito nel più ampio contesto del disfacimento morale di una parte degli eserciti italiani disseminati nei Balcani e particolarmente demoralizzati dopo che, con la caduta della Tunisia e con la conquista angloamericana della Sicilia, essi cominciavano a sentirsi tagliati fuori dalla Patria in pericolo e privi di ogni prospettiva di vittoria.
Solo in un simile contesto si possono collocare azioni come quelle di alcuni ufficiali della «Acqui», i quali, infrangendo la disciplina e screditando pubblicamente l’azione di comando dei propri superiori, instaurano rapporti con i partigiani locali, aprono il fuoco di propria iniziativa sulle truppe germaniche, istigano i propri soldati - con toni esaltati e con profonda irresponsabilità - a una azione che costerà innumerevoli vittime innocenti.
Ed ora, proviamo a metterci onestamente, per una volta, da parte dell’ex alleato tedesco, già ferito dalla notizia dell’armistizio di Cassibile e dalle sue prevedibili conseguenze per la sicurezza della Germania medesima. Che cosa doveva pensare di quei soldati, di quegli ufficiali; quanto poteva fidarsi delle loro assicurazioni, della loro parola; che cosa doveva aspettarsi da loro, e come avrebbe dovuto regolarsi nei loro confronti, con una guerra tuttora in corso contro le maggiori potenze mondiali e con la flotta britannica sempre pronta a sferrare un colpo di mano contro Cefalonia, così come contro le altre isole greche?
Ancora.
Prima che abbia inizio la battaglia fra Italiani e Tedeschi sull’isola, il generale Gandin è minacciato e insultato dalle sue stesse truppe, che strappano la bandiera italiana dal cofano della sua automobile e gli gridano che non è degno di essa. Un colonnello della «Aqui» viene preso a fucilate dai suoi stessi soldati ed è tratto in salvo dai civili greci. E chi aveva autorizzato l’immediata scarcerazione dei partigiani greci detenuti dai carabinieri?
Si tratta di scene normali presso una divisione combattente, in un teatro di guerra? Qualcuno si immagina che situazioni del genere avrebbero potuto verificarsi presso gli eserciti alleati, non che presso il disciplinatissimo esercito tedesco, che pure si sentiva, ed era, circondato da nemici da ogni parte, ivi compresi i partigiani che colpiscono stando nell’ombra? Oppure qualcuno si immagina che, se si fossero verificate, la disciplina non sarebbe stata drasticamente ripristinata; o, ancora, che un tribunale militare non avrebbe sanzionato i gravissimi reati commessi, e sia pure in condizioni di normalità, vale a dire a guerra finita?
Per vedere scene simili a quelle di Cefalonia nei primi di settembre del 1943, bisogna risalire indietro agli ammutinamenti dell’esercito francese nel 1917 o all’insurrezione della flotta tedesca negli ultimi giorni della prima guerra mondiale. Meglio ancora: bisogna risalire alla Rivoluzione d’Ottobre e alla dissoluzione dell’esercito russo, fra il 1917 e il 1918, fomentata dagli agitatori bolscevichi e dagli agenti provocatori austro-tedeschi; non si dimentichi mai che Lenin tornò in Russia con l’aiuto di Parvus, agente dei servizi segreti tedeschi, che disponeva dei fondi segreti stanziati dallo Stato Maggiore germanico.
Vi è infatti, riconoscibilissima, una particolare tecnica di matrice comunista, nei gravissimi fatti verificatisi presso la divisione «Acqui» di Cefalonia, prima che divampasse la battaglia fra Italiani e Tedeschi, dal 14 al 22 settembre (giorno della resa del generale Gandin), ispirata alla nota filosofia leninista del «tanto peggio, tanto meglio»; e di cui è traccia, fra parentesi, anche nell’attentato di Via Rasella, a Roma, l’anno dopo. I partigiani comunisti greci, addestrati presso quella scuola, ne sapevano ben qualcosa: essi non ebbero scrupoli, non solo a fomentare l’odio fra Italiani e Tedeschi, ma anche a istigare la ribellione dei soldati italiani contro i loro ufficiali e contro il loro comandante.
Bisogna avere il coraggio di dirlo: la divisione «Acqui» era in stato di dissoluzione, anzi, in stato di rivolta: non rispondeva più al proprio Comando e si comportava come una mina vagante, che avrebbe potuto esplodere nelle mani di chiunque le si fosse avvicinato. Quegli artiglieri che puntano i propri cannoni contro il comando della divisione, contro l’edificio ove risiede il generale Gandin, sembrano appartenere ad una scena surreale o a un cattivo film di ammutinamento e ribellione. Una scena del genere non è concepibile in nessun esercito degno di questo nome.
I partigiani greci, astuti e calcolatori, se ne resero conto benissimo e riuscirono a “lavorarsi” alcuni ufficiali inferiori, istigandoli non solo contro i Tedeschi, ma anche contro i loro superiori e contro il loro stesso comandante. A loro non importava nulla della sorte di quegli sprovveduti; gli bastava seminare zizzania tra Italiani e Tedeschi, per metterli gli uni contro gli altri. Certo, era nel loro diritto di resistenti di un Paese occupato: ma per carità, non facciamone degli eroi e non continuiamo a dipingere una  storia che non esiste, dove tutti i “buoni” sono da una parte sola e tutti i “cattivi” sono dall’altra, senza sfumature. 
Comunque, sul ruolo svolto dalla Resistenza greca in questa e in altre vicende dell’esercito italiano dopo l’8 settembre del 1943, ci riserviamo di ritornare altra volta, in maniera più specifica. Per ora ci basta aver evidenziato come la decisione della «Acqui» di resistere ai Tedeschi non nasce, come vorrebbe la Vulgata storiografia oggi imperante, da una serena discussione e da una cameratesca assunzione di responsabilità reciproca fra tutti gli uomini: ma dal sospetto, dall’odio, dall’esaltazione, dall’incompetenza, dalla faciloneria; mescolati - come avviene nel mistero dell’animo umano - al senso dell’onore ferito, al coraggio personale, a un innegabile spirito di sacrificio; il tutto manipolato da alcuni mestatori, in buona parte stranieri ed ex nemici - i partigiani greci - i quali hanno tutto l’interesse a far scoppiare l’irreparabile fra i due eserciti di occupazione presenti nell’isola.
Così, anche in questo caso - come in molti altri, a cominciare dall’attentato di Via Rasella che provocò la strage delle Fosse Ardeatine - ciò che ci viene raccontato dalla Vulgata oggi dominante non è precisamente la verità e nemmeno un onesto tentativo di avvicinarvisi, ma una deliberata manipolazione di essa, il cui scopo è fondare un mito intangibile, all’ombra del quale le stesse forze finanziarie, industriali, militari, che avallarono il fascismo e la guerra e ne ricavarono grossi vantaggi, potessero riciclarsi per continuare a spadroneggiare, stavolta in versione democratica.
 
 
 
Fonte: Arianna Editrice

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