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Spero che mi consentirete per una volta di fare pubblicità a un mio libro e che mi scuserete, ma Caput Mundi è qualcosa di molto speciale, un'idea che ho maturato per molto tempo prima di scriverlo e quando ciò è avvenuto sono state le pagine più veloci che abbia mai scritto. E' andato giù di getto, più di 500 pagine sono volate via, senza un intoppo narrativo, come se fosse già stampato a lettere di fuoco dentro di me. Mentre cercavo un editore che avesse il coraggio o se mi consentite le palle, per pubblicarlo sono uscito con l'edizione in e-book per sottoporlo a un primo giudizio dei lettori, una edizione ridotta, rispetto al manoscritto originale che nella mia testa era destinato alle librerie. L'editore tipografo è finalmente uscito e tra qualche mese il libro sarà disponibile in tutte le librerie. Nel frattempo resta in rete la versione e-book che ha trovato numeri oltre ogni aspettativa.
Qui di seguito troverete riflessioni che vi permetteranno di farvi una idea di cosa tratta il romanzo (perchè di romanzo si tratta) e potranno stimolare la necessaria curiosità ad acquistarlo. Per farlo non dovrete fare altro che battere Caput Mundi-Gianni Fraschetti su Google e dopo non avrete che l' imbarazzo della scelta per trovare un e-store di vostro gradimento. E' stato distribuito molto bene, in rete, dal mio editore
 
Auguro a tutti a lettura, sia delle righe che seguono, sia del libro se deciderete di acquistarlo.
 
Gianni Fraschetti
 
 
 
Questo romanzo si colloca a metà strada tra una ucronia e la fantasy pura. Non è ucronico poichè non si avvale di uno specifico punto di divergenza per creare una storia alternativa e non è fantasy perché tratta di una storia che conosciamo e di personaggi realmente vissuti. E’ un tentativo di dare vita e forma a una lettura di eventi realmente accaduti meno convenzionale e conforme di quella narrata dalla storiografia ufficiale. Tranne il meccanismo che viene utilizzato per trasferire nel tempo Monteforte e i suoi uomini, che si basa comunque su una possibile futura evoluzione di studi sulla materia, tutte le armi, le tecnologie e i mezzi utilizzati e descritti nel libro dalle parti in conflitto, sono reali, esistenti e, purtroppo per l’umanità, perfettamente funzionanti.
 
Scopo del romanzo non è, ovviamente, dimostrare che se un simile evento si verificasse i viaggiatori avrebbero buon gioco a dominare i campi di battaglia della II GM. Molto probabilmente il solo Cavour e una Squadriglia di Eurofighter sarebbero sufficienti a vincere quella guerra e non ci vuole molta fantasia a capirlo, ma è quello di dare una lettura di quel conflitto che cerchi di mettere a fuoco la complessità della storia nel suo insieme, ovvero quanto episodi apparentemente lontani nel tempo possano avere influito poi sulla nostra vita odierna e lanciare, in modo atipico, un grido di allarme su quello che potrebbe essere il futuro del pianeta e della nostra razza.
 
Il romanzo ha la pretesa di trattare la condizione umana nella sua globalità e non intende rappresentare una acritica difesa a posteriori di una delle parti in causa. Monteforte e i suoi uomini e donne tentano di operare le scelte moralmente ed eticamente più corrette nella difficile situazione che si trovano ad affrontare. Si schierano a difesa del proprio paese, pur criticando aspramente quanto ritengono profondamente ingiusto, e non si limitano ad accettare passivamente l’esistente ma si battono, realmente, per dare vita a un nuovo mondo e vera dignità al singolo essere umano.
 
Talune figure storiche (Churchill e Roosevelt tra tutti) risultano assai diverse da come sono state descritte nelle biografie ufficiali, ma non vi sono state forzature in tal senso. Mi sono limitato ad attingere a fonti di pubblico dominio ma di scarsa pubblicizzazione per fornire contorni meglio definiti e reali contenuti a personaggi che tanto hanno pesato nella vita di tutti.
 
Se vi è un ampio uso della fantasia nello sviluppare la complessa dinamica del romanzo, che non viene comunque mai spinta ai confini della realtà nell’ ipotizzare quanto sarebbe potuto accadere, per quanto riguarda i numerosi riferimenti storici non ho utilizzato licenze letterarie o ipotesi puramente astratte ma solo fatti, appurati e documentati. Dimostrabili in qualunque sede.
 
Ad esempio, il Primo Ministro polacco Beck fu realmente istigato a non accettare una soluzione di compromesso per risolvere la questione del corridoio di Danzica e fu successivamente spinto a respingere l’ultimatum tedesco e a trascinare, quindi, la sua Nazione in guerra. Dopo di ciò la Polonia fu completamente abbandonata e quando venne invasa non ricevette alcun tipo di aiuto, sotto nessuna forma. I polacchi furono traditi vergognosamente e successivamente abbandonati dagli angloamericani nelle calde braccia di Stalin. Oltre cinquanta anni di schiavitù fu la ricompensa per avere creduto alle parole di Roosevelt ed essersi battuti per cinque lunghi anni. Non furono lasciati soli però, altre decine di milioni di europei pagarono con l’asservimento all'URSS il debito contratto dagli angloamericani e questo la dice già lunga sui veri interessi retrostanti a quella guerra e sul reale significato della “crociata per la liberta’” .
 
La vicenda della bomba atomica è fin troppo nota per parlarne, salvo sottolineare che se pure accettassimo come moralmente giustificabile in qualche modo l’utilizzo di un’ arma nucleare contro città inermi per porre termine al conflitto ed evitare una sanguinosa invasione delle isole del Giappone, ne venne poi lanciata subito una seconda, senza nemmeno dare ai giapponesi, dopo la prima, il tempo materiale di arrendersi. Il che pone parecchi dubbi su quali fossero le finalità occulte di quei bombardamenti.
 
Sicuramente un palese e totale disprezzo per le vite umane delle popolazioni civili da parte dei vincitori rappresenta un elemento costante nelle loro azioni. Atomiche a parte, il moral bombing (la bella espressione con la quale giustificavano i bombardamenti a tappetto sulle città inermi) fu la chiara ed evidente espressione di una filosofia che intendeva levarsi fisicamente di torno la Germania per almeno un secolo e di un disegno politico di sterminio e di totale assoggettamento economico. Il disegno che ci ha poi condotto nella situazione odierna. Hitler fu per loro una vera manna dal cielo, alcuni sostengono che fu finanziato e sostenuto dai Rotschild, io non so se sia vero, penso di no, ma è certo che alla fine, a conti fatti, fu assolutamente congeniale ai progetti di distruzione e di dominio americani. Il piano Morghentau fu realmente concepito e parzialmente applicato, provocando la morte, per fame, di almeno due milioni di prigionieri di guerra e di centinaia di migliaia di civili tedeschi. Fu sospeso per pura convenienza, quando le mutate condizioni politiche in Europa consigliarono un atteggiamento diverso e molto più prudente nei confronti della Germania. Il ponte aereo per rifornire Berlino e la visita di Kennedy con il suo famoso discorso non furono altro che il tentativo di arruffianarsi un popolo che tornava in prima linea contro le orde provenienti da Est. Nulla era poi così cambiato sotto il cielo, tranne un più sofisticato modo di ucciderci.
 
Le espulsioni di massa di intere popolazioni trovarono sistematica applicazione proprio alla fine di quel conflitto, per divenire poi la famigerata “pulizia etnica” protagonista delle cronache degli anni a venire. Territori tedeschi e italiani vennero bonificati, con metodi omicidi, dalle popolazioni residenti e ripopolati di nuova linfa, con una interminabile sequela di flussi migratori incrociati tra chi riusciva a salvare la vita ed a fuggire via e chi arrivava, prendendo possesso delle case e dei beni dei vinti.
Sul Baltico, in Alsazia, nei Sudeti avvennero vere ecatombi, sistematicamente taciute, durante l’attuazione di questi progetti e di proporzioni tali da indurre Konrad Adenauer, primo Cancelliere tedesco del dopoguerra e fin troppo amico delle potenze vincitrici per poter essere sospettato di avere esagerato, ad affermare che in quella fase “...sono morti, spacciati, sei milioni di tedeschi...“. La triste vicenda degli istriani e dei dalmati è qui a ricordare ciò che avvenne da noi e si preferì passare sotto silenzio e dimenticare, presi come eravamo dalla ricerca dei nuovi equilibri politici sui quali avrebbe poggiato la nuova Italia.
 
Dei vinti tutti hanno detto di tutto. Una miscellanea di fatti e misfatti, verità e menzogne, delitti ripugnanti contro i singoli, contro intere etnie e contro l’umanità in generale e atroci colpe, costruite nei laboratori mediatici, per aggiungere orrore all’orrore, se mai ce ne fosse stato bisogno. I vinti non hanno segreti e continuano ancora oggi, a oltre settanta anni di distanza, a rappresentare il male assoluto, dei vincitori invece si sa molto poco. Non esiste una storia dei vincitori, legata da un filo logico che assembli in maniera coerente e obiettiva gli eventi fornendo un quadro realistico di quanto realmente avvenne e soprattutto del perché avvenne.
Esiste solo una versione ufficiale della storia, la “ crociata per la libertà “ appunto, centrata su punti di forza consolidati nel tempo e dati per definitivamente acquisiti, dove il bene e il male sono nettamente divisi, con una cesura manichea, e dove i buoni sono moralmente legittimati a utilizzare ogni mezzo, senza limite alcuno, fino allo sterminio di vecchi, donne e bambini, per prevalere sui cattivi. Una morale a senso unico e una sistematica applicazione del metodo dei due pesi e delle due misure che ha minimizzato ed ampiamente giustificato il possibile e l’impossibile. Dalla fucilazione sistematica dei prigionieri (anche italiani) fino a Hiroshima, Nagasaki, Amburgo, Stoccarda, Dusseldorf, Coblenza, Magonza, Colonia, Dresda e tutte le numerose ecatombi che hanno scandito e accompagnato la marcia trionfale della libertà, in Europa e in Asia.
 
Tale versione ufficiale ha assunto da subito i connotati del dogma e come tale inconfutabile senza cadere nell’ eresia, ovvero non può essere messa minimamente in discussione senza incorrere nel trattamento riservato agli eretici.
Spero vivamente che un romanzo di fantasia possa passare tra le maglie assai strette di questo tipo di censura che, francamente, a distanza di quasi settanta anni dagli eventi, appare assolutamente anacronistica. E' ora che guardiamo in faccia la verità e se la guerra è ormai lontana settanta anni, le èlite che dominano i destini del mondo sono sempre le stesse.
 
Vi è poi la questione ambientale, di gran moda in questo momento, il problema di un pianeta che l’uomo sta conducendo alla dissoluzione, violando sistematicamente ogni legge che regola la vita in tutte le sue forme. Anche in questo caso i riferimenti del romanzo sono assolutamente reali e comprovabili e molto probabilmente le cose stanno addirittura assai peggio. Il Presidente Veronica del Lago si limita a tirare le somme di ciò che tutti sanno negli ambienti che contano e decidono ma che nessuno, anche gli ecologisti più impegnati, espone in maniera organica e comprensibile. La domanda a questo punto non è infatti: che fine faremo? Ma è, quanto ci metteremo? La risposta contiene il motivo che offre lo spunto per avviare la nostra vicenda.
 
Infine vi è la figura di Mussolini, al quale il romanzo offre un postumo palcoscenico per cercare di spiegarsi e farci finalmente comprendere cosa realmente volesse fare con la rivoluzione fascista. Mussolini parla molto in questo libro, spiega, si arrampica sugli specchi per giustificare l’ingiustificabile, enuncia ciò che fece e ciò che non riuscì a fare, quella che poi fu la realtà e quelli che rimasero desideri. O forse velleità.
Non ho inventato nulla, mi sono limitato a leggere, criticamente e con attenzione quanto è disponibile su di lui e vi assicuro che non è poco.
In taluni passaggi mi sono limitato a copiare pedissequamente quanto aveva detto o scritto, in altri ho tentato di esplicitare meglio un suo pensiero che appariva trasparente nelle intenzioni. In nessun caso, mai, ho sovrapposto il mio pensiero e le mie convinzioni alle sue. Fu certamente un personaggio complesso sul quale la storia ha probabilmente sospeso il giudizio. Un giudizio che non è certamente inappellabile, senza se e senza ma, come la storiografia italiana pretenderebbe e tenta di accreditare dalla fine della guerra. Parafrasando, è stato frettolosamente giudicato e condannato in primo grado ma vi sono buoni motivi per ritenere che il processo di appello riserverà molte sorprese e che il definitivo giudizio di Cassazione consegnerà definitivamente alla storia un Mussolini ben diverso da quello che è stato raccontato fino a ora.
 
Commise molti errori, fu sicuramente vittima del personaggio che interpretò e fu il più italiano tra gli italiani nei suoi evidenti difetti. Retorica, pressapochismo, approssimazione, una costante idea da monarca supportata da una povera borsa da frate cappuccino.
Fu comunque abile giocatore al tavolo verde del destino, per molti anni incantò il mondo intero con i suoi bluffes e se lo paragoniamo con la compagnia di guitti itineranti che da settanta anni calca il proscenio della politica italiana, non ho timore ad affermare che fu un gigante. Un gigante con molte luci ma, ahimè, anche con troppe ombre che inevitabilmente decretarono la sua fine. Qualcuno si chiederà allora per quale motivo diviene nel romanzo un protagonista positivo, la risposta è semplice e la dico senza troppi giri di parole. Sono convinto che Mussolini, nella sua sgangherata italianità, amò profondamente il suo paese e cercò sempre e comunque di operare per il bene del popolo italiano. Alla fine, e non per sua esclusiva colpa, non ci riuscì, lo portò invece al disastro e finì appeso per i piedi ma non credo che si possa andare orgogliosi di questo. Espiò con la sua morte i difetti congeniti degli italiani che sono ancora tutti lì, in bella mostra, e certamente pagò per tutti.
Pagò le colpe di una casta politica, militare, economica e intellettuale che prima lo aveva osannato e poi ne aveva fatto il capro espiatorio, spingendolo verso il baratro e pagò quelle di un popolo intero, congenitamente vigliacco e incapace di affrontare con dignità la sconfitta in una guerra alla quale era stato costretto dagli eventi.
 
In questo libro ho voluto esplorare cosa sarebbe potuto avvenire se, nell’ambito di un conflitto che aveva schieramenti obbligati, con buona pace dei fautori di una impossibile neutralità o di un nostro impegno a fianco degli Alleati, Mussolini avesse potuto realmente condurre quella guerra autonoma che desiderava, supportato in ciò da uno Stato Maggiore degno di questo nome. (E quello attuale, prono al peggior potere politico mai visto in questo Paese, ma soprattutto agli USA, non è certo migliore)
Che la guerra non si potesse vincere è comunque una leggenda metropolitana che ha preso piede e si è radicata dopo la sconfitta, per giustificare fin troppi comportamenti disinvolti da parte di personaggi che avevano ben altri doveri da assolvere che liberare l’Italia dal Fascismo.
A posteriori, col cadavere del nominato tiranno ancora caldo che turbava il sonno di molte persone, si è celebrato pertanto un rito di autoassoluzione collettiva, un tana libera tutti, come a mosca cieca, che ha trovato la sua fonte di ispirazione e legittimità nella supposta, conclamata impossibilità di vincere quella guerra, che in troppi, invece, avevano scientemente voluto perdere e che a tale scopo si vendettero l’ anima.
Questi malati di interessata anglofilia hanno evidentemente e furbescamente dimenticato, nel momento in cui fecero quanto fecero, il principio cardine del popolo britannico da loro tanto amato: right or wrong is my country. Giusto o sbagliato è il mio paese. Per gli anglosassoni rappresenta un limite invalicabile per i popoli latini, e per noi in particolare, un confine morale incerto e labile. Un punto di vista, direbbe qualche moderno semicolto.
 
La memoria collettiva non è, purtroppo, la somma delle singole memorie individuali che vengono fuse per definire una storia condivisa ma è l’immagine di se stesso che un paese decide scientemente di darsi, e molti storici, alla fine, non sono altro che una sorta di addetti stampa al servizio di tale progetto che in Italia ha visto quale prima e inderogabile esigenza quella di rendere vera e assolutamente credibile la panzana della nostra incapacità a far la guerra. Il soldato italiano, quello stesso soldato che aveva versato valorosamente il proprio sangue dal Corno d’ Africa ai deserti nord africani, dai Balcani alle steppe russe, divenne così quel pittoresco personaggio, mammone e pavido, vigliacco, cialtrone e infingardo talvolta ai limiti del grottesco, così ben rappresentato da Alberto Sordi in tanti suoi film magistrali nella loro spietata crudeltà verso noi stessi, per arrivare fino agli indecenti giudizi di Crozza, il nuovo giullare del regime.
Si sono frettolosamente trasferiti nel dimenticatoio anni di sacrifici sanguinosi di milioni di combattenti per andare a ricercare, e molte volte a inventare di sanapianta, una storia parallela e alternativa ai fatti reali che potesse giustificare quanto di osceno accadde durante quella guerra. Ne abbiamo lette di tutti i colori, dal fenomeno partigiano in Sardegna e Basilicata, alla mistificazione di quanto realmente avvenne alla Magliana e a Porta S. Paolo a Roma. Omettere, aggiungere, distorcere e creare dal nulla parve l’unica strada da seguire per tentare di liberarci di un passato ingombrante. Il tutto senza avere fatto realmente i conti con ciò che fummo e ciò che siamo diventati, convinti che sarebbe bastato un velo di scadente vernice a coprire le nostre magagne, con le quali continuiamo ostinatamente a non voler fare i conti.
 
L’ opera di costruzione di questa memoria collettiva artefatta, di questa immagine disgustosa di noi stessi che da soli ci siamo voluti dare, è arrivata a capovolgere anche i più elementari valori nel tentativo di dare un minimo di dignità a comportamenti che non hanno trovato asilo e cittadinanza in nessun altro paese al mondo. In un bellissimo film di Gabriele Salvatores, Mediterraneo, il regista fa dire ad uno dei suoi personaggi, ”...c’e’ stato l’ 8 Settembre, i nemici sono diventati amici e gli amici sono diventati nemici...c’e’ molto fermento...tante opportunita’ di fare denaro...“. In questa frase c’è veramente tutta la nostra miseria morale, è la rilettura in chiave moderna del vecchio adagio “ Franza o Spagna purchè se magna “, e se un uomo come Salvatores, certamente non sospettabile di simpatie nostalgiche, dipinge in questo modo uno dei passaggi più cruciali della nostra storia vuol dire che un certo tipo di favole hanno definitivamente fatto il loro tempo e sarebbe forse ora che noi si faccia realmente i conti con il nostro passato. Guardandolo in faccia, perchè probabilmente abbiamo molto meno da vergognarci di quanto ci hanno fatto credere.
 
I più attivi in quest’opera di inquinamento della memoria sono stati personaggi che squittivano felici di essere e proclamarsi fascisti tra i fascisti durante il ventennio. L’ elenco è infinito ma qualche nome vale la pena di farlo, dal defunto premio Nobel Dario Fo, paracadutista della R.S.I., impegnato ripetutamente in operazioni contro le bande partigiane al defunto pure lui Giorgio Bocca, firmatario di quel Manifesto della Razza che rappresentò “l'avanguardia culturale” di quell’obbrobrio inutile e disgustoso che furono le Leggi razziali. Bocca fu uno di quelli che le invocò e scusate se è poco. Cito loro due ma l’elenco è desolantemente lungo. Sono tutti morti, ormai, e umana pietà mi obbliga a non turbare il loro sonno eterno. Tanto ho buoni motivi per credere che ci sta già pensando il Padreterno a pareggiare i conti.
 
 
 
 
Nell’ epoca dell'Euro, dei baciamano, dei signorsì, dell’ “ Europa che ce lo chiede “ e della sovranità estremamente limitata, per non dire inesistente, appare forse difficile anche immaginare che l’Italia degli anni ’30 era una nazione rispettabile e rispettata, sul serio. La stessa guerra di Etiopia, portata ad esempio della tracotanza fascista e contrabbandata successivamente come una crudele passeggiata militare ai danni di una povera banda di straccioni, di indigeni indifesi, fu viceversa una dimostrazione di efficienza che l’Italia fornì al mondo intero.
Tutti gli esperti militari dell’epoca ritenevano infatti che la vastità e la asprezza del territorio, la mancanza di reti viarie, la lunghezza delle linee di rifornimento, il carattere fiero e bellicoso delle tribù etiopi fossero ostacoli insormontabili e prevedevano una campagna lunga e difficile che si sarebbe conclusa con una inevitabile e bruciante sconfitta. I precedenti, in Africa e dintorni, non mancavano certo, a cominciare da Adua per finire con le terribili bastonate rifilate dagli Zulu ai Reggimenti della sempre graziosa Maestà britannica. All’epoca non si conosceva la guerra asimmetrica, ma le sue regole funzionavano anche allora perfettamente, eccome se funzionavano.
 
L’ Italia chiuse la partita in sei mesi, lasciando tutti con la bocca aperta. Per fare un adeguato paragone, si pensi a come sono andate le cose in Viet-Nam e come stanno andando in Afghanistan, Iraq, Siria e dintorni, dove eserciti moderni, dotati di tecnologie straordinarie che marcano un divario ben più consistente di quello che vi era tra italiani ed etiopi, furono sonoramente sconfitti o si trovano impantanati da oltre un decennio in una situazione senza via d’uscita. Si fa un gran parlare inoltre della aggressione all’unico paese africano aderente alla Società delle Nazioni e dell’uso di gas da parte italiana. Bisognerebbe anche ricordare che l’organismo internazionale si era preso tra i suoi membri un paese dove vigeva la schiavitù, ovvero dove esseri umani possedevano altri esseri umani, che i gas erano di largo e diffuso utilizzo all’ epoca da parte di tutti e che gli italiani ne fecero uso dopo diversi episodi raccapriccianti di torture e mutilazioni ai danni di nostri militari caduti prigionieri in mano etiope. Jihad John ha precedenti che affondano le radici nel tempo.
 
Non fu cavalleresco da parte nostra? Forse, ma certamente non meno dell’utilizzo massiccio del napalm e degli esfolianti a base di diossina che hanno arrostito e avvelenato decine di migliaia di vietnamiti, del fosforo bianco utilizzato a Falluja, in Irak, e a Gaza e delle bombe termobariche in Afghanistan i cui effetti sono un piccolo gradino al di sotto di un’ arma nucleare tattica. Insomma che vengano anche a fare la morale pare veramente eccessivo.
 
Dunque l’ Italia era rispettata e a ragione. Aveva una propria politica estera ed era poco incline a prostrarsi alle altrui volontà, possedeva la quinta Marina del mondo e la prima del Mediterraneo, i nostri aerei erano quelli tecnologicamente più avanzati e le crociere atlantiche di Balbo avevano dissolto l’ illusione della irraggiungibilità del continente nord americano.
Il “fuciletto” ’91, portato sistematicamente a esempio della nostra grossolana impreparazione era molto simile e probabilmente anche superiore a quelli che equipaggiavano i coevi soldati inglesi, tedeschi, francesi e americani.
Quando entrammo in guerra eravamo impreparati esattamente come tutti gli altri. Mancò altro e altro venne aggiunto. Mancarono le idee chiare, la volontà, la decisione e un quadro strategico preciso. Mancò da parte del sistema industriale una partecipazione corale allo sforzo bellico e prevalse la volontà di liberarsi dei fondi di magazzino. Potevamo tranquillamente produrre di molto meglio ma non lo facemmo e Mussolini scontò in quel momento tutti i compromessi che avevano portato il Fascismo a farsi regime, il non avere rinnovato gli alti gradi delle Forze Armate e l’avere permesso a una casta di parassiti di continuare ad arricchirsi sulla pelle del popolo italiano.
Insomma, le solite vecchie, care storie delle quali peraltro siamo prigionieri ancora oggi. Si aggiunga poi a tutto ciò l’opera infaticabile di taluni personaggi che si prodigarono in tutti i modi per perdere la guerra. La grave colpa di Mussolini fu non avere modificato la composizione di tali addendi la cui somma finì inevitabilmente col fornire il terribile risultato che conosciamo, ma la sconfitta non era affatto annunciata, né inevitabile, già al momento della entrata in guerra, fu il prodotto della sommatoria di vizi italiani, tra i quali purtroppo vi è anche una certa tendenza al tradimento.
 
Prima del 25 Luglio nessun pannicello caldo, pietosamente steso a posteriori, può attenuare le gravissime responsabilità di quanti collaborarono attivamente col nemico provocando la morte di migliaia di loro compatrioti. L’ Articolo 16 del Trattato di Pace da noi firmato è, purtroppo, assai chiaro a tale proposito e parla di immunità per chi tradì, fin da Giugno del 1940, e il fenomeno fu talmente sfacciato e rivoltante che nel dopoguerra, per cercare di fornire una versione alternativa dei fatti e sopire le polemiche, venne svelato il presunto mistero di Ultra. Anche se molto ci sarebbe da dire basta solo osservare che la decrittazione non è una traduzione simultanea come i più sono stati indotti a credere. Porta via molto tempo e non sempre ha successo, pertanto talvolta risulta utile e altre, molte, interviene troppo tardi per modificare l’ andamento degli eventi.
Ultra non era una macchina, ma con questo termine gli angloamericani designavano tutte le informazioni crittoanalitiche di alto livello. Ultra secret, appunto. Indubbiamente gli inglesi riuscirono a violare a fondo parecchie delle cifratrici di flusso utilizzate dai tedeschi tra le quali la famosa Enigma ma è altrettanto indubbio che lo sfacciato tentativo di spacciare il volgare tradimento per una capacità crittografica al limite del divinatorio ha avuto il solo scopo di fornire un postumo e patetico alibi a parecchi personaggi che avrebbero dovuto spiegare fin troppe cose.
 
Infine Teutoburgo, Macrino e i romani. A taluni sarà apparsa una forzatura mettere insieme Legioni romane e incrociatori lanciamissili ma non è così. La storia va letta tutta insieme e interpretata poi nel suo complesso. La nostra condizione odierna è il risultato della concatenazione di eventi che si sono succeduti nel corso dei secoli, generando una sequenza di cause ed effetti in un contesto di infinite possibili alternative.
In questa mutevole rete stradale dove hanno viaggiato i fatti e le vicende personali e collettive degli esseri umani, vi sono però dei punti sensibili, ove la deviazione dal tragitto non si è limitata a un allungamento del percorso ma si è tramutata in un radicale capovolgimento dell’indirizzo storico che l’umanità aveva intrapreso.
Credo che la storia, nella sua complessità, abbia sempre una naturale tendenza a rendere le cose semplici. Una grande civiltà a Occidente, quella romana e un’altra a Oriente, la Cina. Questa era la direzione che il mondo stava percorrendo, finchè non si giunse al fatale incrocio di Teutoburgo. Theodor Mommsen, premio Nobel nel 1902 per la letteratura con la sua opera Romische Geschichte ( Storia romana ), identificò quella battaglia come punto di svolta della storia mondiale.
 
In quel preciso istante le umane vicende presero un’altra direzione, completamente diversa da quella precedente, addirittura diametralmente opposta. Dopo Teutoburgo vi fu la frammentazione dei popoli, la diversificazione esasperata e le migrazioni disperate. Roma rinunciò a espandersi in Europa e dovette col tempo abbandonare molti territori che aveva civilizzato, tra i quali la stessa Inghilterra che fu invasa dai sassoni. Il lebensraum, lo spazio vitale di triste memoria ed il VolksGeist, lo spirito del popolo e quindi le basi stesse del nazionalismo germanico, nascono proprio in questa fase nell’animo del popolo tedesco.
 
Si andava verso una grande europa romanizzata e ci si ritrovò invece con la totale disgregazione portata dal medioevo e dal sistema feudale. Non concordo con quanti tentano di rivalutare tale periodo, fu la fine del sogno di un effettivo amalgama dei popoli europei e, a eccezione della breve parentesi di Carlo Magno che dimostrò unicamente l’impossibiltà per chiunque non fossero i romani di portare a termine quanto da loro iniziato, rappresentò il vero crepuscolo della civiltà occidentale e l’inizio dei microcosmi e degli egoismi locali. Una visione comunitaria esclusivamente tribale ebbe il sopravvento, il civis romanus sum, massima espressione della dignità del singolo essere umano, venne sostituito dai vassalli e dai servi della gleba, tutte le prospettive cambiarono radicalmente, il pensiero politico di ampio respiro, illuminato e profondo nello spazio e nel tempo, venne sostituito dalla visione del campanile che non riusciva a spingersi oltre il giardino della propria casa e l’ideale del tutti insieme venne soppiantato dal tutti contro tutti.
 
I romani avevano dato risposte a quesiti che continuano ancora oggi a tormentarci non trovando adeguate soluzioni. La tanto invocata società multietnica, multirazziale e multiconfessionale, la chimera dei nostri tempi difficili, era da loro praticata con successo e costituiva parte essenziale di un sistema sociale che rasentò la perfezione e sanciva con chiarezza diritti e doveri all’interno di un cosmopolitismo che rifuggiva da ogni tipo di razzismo biologico. Il principio di nazione che cerca la sua identità in deliranti forzature etniche nasce e si sviluppa proprio con la fine di Roma, innescando una serie di traumi che perdurano ancora oggi, in un circolo vizioso che pare non avere fine.
 
Che la faccenda possa piacere o meno l’ unità d’ Italia la fecero i romani, non certo i Savoia con l'interessato aiuto dei poteri forti di allora (gli stessi di oggi, tranquilli), e le popolazioni del Sud andarono a colonizzare il Nord mano mano che le tribù barbare che lo abitavano si sottomettevano a Roma, con buona pace di coloro che inseguono inesistenti radici celtiche.
Nel sangue dei Veneti, dei Lombardi e dei Piemontesi è presente più Puglia e Calabria di quanto non si creda e ciò da almeno duemila anni. Gli italici divennero popolo con Roma e tale rimasero per oltre ottocento anni. Le successive, cicliche invasioni della Penisola non modificarono che marginalmente tale elemento e molti italici erano biondi con gli occhi chiari ben prima degli Svevi e dei Normanni. Fummo il risultato della società multietnica romana, ma fummo popolo, e se l’ Italia non divenne poi quella espressione geografica tanto cara a Metternich lo si deve a quell’imprinting originario che generò e consolidò nei secoli un senso di comune appartenenza e un comune denominatore cui più di mezza Europa è peraltro tributaria.
Dopo Teutoburgo la storia tentò più volte, senza successo, di ricomporre quella frattura lacerante creatasi nel percorso che stava percorrendo e i cui nefasti risultati sono sotto gli occhi di tutti. L’ ho fatto io, arbitrariamente, in questo romanzo, riportando il centro dell’ azione a Roma, che non a caso venne chiamata Caput Mundi. L’ ho fatto utilizzando l’unico snodo nel quale la storia avrebbe, forse, potuto riprendere la direzione che aveva forzatamente abbandonato. La seconda guerra mondiale.
 
Vedrete i personaggi del libro, dei quali, sono certo, vi innamorerete, il Generale Lupo Manfredi di Monteforte, il Maggiore Marcella Brandi, il Presidente del Consiglio Veronica Del Lago, il Tribuno Laticlavio Lucio Valerio Macrino e tutti gli altri, interagire con i veri protagonisti di quei tempi: Mussolini, Churchill, Roosevelt, il Maresciallo Montgomery, l'Ammiraglio Alexander, Hitler, Guderian, Rommel.... La posta in palio è chiara, il destino del mondo. Sappiamo come è andata, ma come andrebbe se..

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