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(Mario Galletti) - “La storia italiana non ha episodi così atroci come quello del piazzale Loreto. Nemmeno le tribù antropofaghe infieriscono sui morti. Bisogna dire che quei linciatori non rappresentano l’avvenire, ma i ritorni all’uomo ancestrale (che, forse, era moralmente più sano dell’uomo civilizzato). Né giova ributtare sulla guerra l’origine unica di questa ferocia. I linciatori di piazzale Loreto non videro mai una trincea: si tratta di imboscati o di minorenni che non hanno fatto la guerra. I reduci di guerra sono, in genere, alieni dalle violenze”.

 

 

Sembra di essere di fronte a una descrizione perfetta di quanto, esattamente 70 anni fa, avvenne nella nota piazza milanese sui cadaveri di Benito Mussolini e degli altri gerarchi del fascismo. E invece si resterà sorpresi a leggere la data in cui queste parole furono vergate: 26 giugno 1920. Si resterà addirittura esterrefatti a leggere il nome dell’autore: Benito Mussolini stesso. L’articolo si riferisce alla barbara uccisione, in piazzale Loreto appunto, del vicebrigadiere dei Carabinieri Giuseppe Ugolini, tirato giù dal tram sul quale si trovava, fuori servizio, dai partecipanti a una manifestazione socialista, e finito a coltellate. L'autopisa stabilì, fra le altre cose, che la ferocia degli assassini li aveva spinti ad amputare quattro dita dell'Ugolini per sottrargli gli anelli che indossava.

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