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(Michele Rallo) - forsennato attacco delle Nazioni Unite contro l’Italia, accusata di volersi prendere qualche profugo in meno, e perciò di fare affidamento su una più efficace azione di interdizione della Guardia Costiera libica.

 

Forse non tutti hanno dato il giusto peso allo squallido affondo di tale Zeid Ra'ad Hussein (Alto Commissario ONU per i diritti umani) ufficialmente contro l’Unione Europea, ma sostanzialmente contro l’Italia. Perché sostanzialmente contro di noi soltanto? perché tutti sanno che i “migranti” arrivano da noi e da noi rimangono, perché nessun altro paese europeo è così coglione da prendersene un po’. Quindi – è il ragionamento del sullodato Zeid Ra'ad Hussein – siccome in Libia i migranti sono trattati male (diciamo pure in modo barbaro) noi dobbiamo fare di tutto per farli andare via da lì, farli arrivare in Italia (dove invece sono trattati da pascià), e naturalmente tenerceli qui da noi.

 

Fino a quando? Beh, questo non si dice apertamente, per non fare perdere troppi voti ai sinistri chierichetti di Bergoglio. Ma è sottinteso che i migranti devono rimanere qui a tempo indeterminato, sia perché gli altri non li vogliono, sia perché – probabilmente – il piano che prevede l’imbastardimento etnico-etico dell’Europa ha riservato all’Italia il ruolo di apripista. Forse dobbiamo essere noi, per primi, a venire annientati da questa invasione lenta, costante, crescente, inarrestabile perché inesauribile: un miliardo di africani, con una forte aliquota di musulmani, che si appresta a sommergere il mezzo miliardo di europei cristiani.

 

Questo, mentre i nostri uomini politici – anche quelli che dovrebbero essere contrari – fanno a gara per apparire comprensivi, possibilisti, moderati. Anche i partiti anti-immigrazione blaterano che dobbiamo accogliere “solo chi ha diritto” di restare in Italia, che dobbiamo accogliere “solo quelli che possiamo integrare”. Dimenticando che nessuno “ha diritto” di entrare a casa nostra se noi non vogliamo, dimenticando che ogni migrante che “si integra” toglie a un italiano un posto di lavoro, un alloggio popolare, un letto in ospedale.

 

Oramai la melassa sommerge tutto e tutti, anche quelli che hanno un po’ più coraggio degli altri. Nessuno che abbia le palle di replicare a muso duro a quelli dell’ONU (cui l’Italia dà una barca di miliardi ogni anno), di dire che i governanti di uno Stato hanno il dovere, il preciso, l’ineludibile dovere di dare assolutamente priorità alle esigenze dei propri amministrati; almeno fino a quando ci sarà un solo cittadino senza un lavoro, senza un tetto, senza un’assistenza sanitaria decente, senza una pensione che consenta di sopravvivere. Se, dopo aver adempiuto al dovere di assicurare l’indispensabile anche all’ultimo dei cittadini, resterà qualcosa da dare agli altri, allora ci si potrà sbizzarrire a fare i filantropi. Prima no. Perché il governante che non mette al primo posto i suoi amministrati, viene meno al proprio dovere. Esattamente come quel padre snaturato che trascurasse i propri figli, e desse aiuto ai figli degli altri. In fondo – ci è stato insegnato – la famiglia non è che la rappresentazione, in scala ridotta, dello Stato: là i figli, qua i cittadini; là i genitori, qua i governanti; tutti – genitori e governanti – tenuti a curare, ad accudire, ad amare chi dipende dalla loro guida.

 

Né vale, neanche per i cattolici, il richiamo al precetto evangelico “ama il prossimo tuo come te stesso”. Ricordo – nel collegio dei gesuiti ove fui mandato a studiare da ragazzino – la mia obiezione al prete che mi ricordava questo precetto: non sarei mai riuscito ad amare “come me stesso” un signore che incontravo per strada. Alla mia obiezione – ricordo – due sacerdoti risposero in maniera completamente diversa. Uno disse che se non ci riuscivo sarei andato all’inferno. L’altro, invece, mi spiegò che il “prossimo” era come i cerchi che si formavano nell’acqua quando ci buttavo un sasso: al centro c’ero io stesso e la mia famiglia; il primo cerchio era quello dei miei parenti; poi quello dei miei concittadini, quello dei miei connazionali, e così via, fino al cerchio più grande che rappresentava tutti gli uomini della terra. Ricordo che allora tirai un sospiro di sollievo, contento di aver evitato l’inferno.

 

Scusate l’amarcord. Ma ogni tanto perdo le staffe e lascio andare il pensiero (e le parole) in libertà. Possibile che, nell’anno di grazia 2017, ci sia ancora qualcuno che ragioni come il primo dei due preti che ho citato, che non capisca che dobbiamo aiutare i nostri, piuttosto che giocare a fare i benefattori dell’umanità quando non abbiamo – come suol dirsi – neanche gli occhi per piangere?

 

E possibile – tornando alle urgenze dell’ora – che nessuno ricolleghi i fatti, le circostanze, le coincidenze di quel che sta avvenendo? Possibile che nessuno si chieda perché il signor George Soros si dia tanto daffare per riempire l’Europa di migranti africani e islamici? Possibile che nessuno si chieda quali siano i miliardari che pompano le ONG perché ci riempiano di migranti “salvati”? Possibile che nessuno si chieda come mai il signor Zeid Ra'ad Hussein ci chieda di farci sommergere ancor più da sedicenti profughi e falsi rifugiati? Possibile che nessuno si chieda perché mai l’ONU non intervenga invece sui paesi africani per bloccare il flusso dei migranti prima che arrivino in Libia? 

 

Possibile che questa nostra sinistra bamboleggiante non abbia ancora capito che sta facendo il gioco della peggiore destra economica e che, dietro il buonismo d’accatto, si nascondono gli interessi di chi vuole schiavizzare il mondo del lavoro italiano ed europeo?

 

 

fonte: paolodarpini.blogspot.it

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