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(Avv. Giuseppe Palma) - Secondo la classica tripartizione operata dal Montesquieu, i poteri dello Stato si suddividono in Potere legislativo spettante al Parlamento, Potere esecutivo spettante  al Governo e Potere giudiziario spettante alla Magistratura.

Se il pensiero del filosofo francese poteva andar bene in un periodo in cui tutti e tre i poteri erano concentrati – nell’ottica del dispotismo assoluto – nelle mani del re, nel corso dei due secoli successivi la situazione ha avuto uno sviluppo differente.

A mio modesto parere, la Magistratura non può in nessun caso esercitare un potere – in senso stretto – dello Stato, infatti per poter parlare tecnicamente di potere, e quindi di imperium, è necessario che esso derivi dal popolo o, come accadeva nei secoli passati, da Dio.

Nelle moderne democrazie occidentali il concetto di potere è strettamente legato a quello di imperium proveniente dalla volontà popolare, quindi è del tutto pacifico affermare che gli unici organi – seppur con tutte le loro derivazioni – ad essere legittimati ad esercitare un Potere sono soltanto il Parlamento (potere legislativo) ed il Governo (potere esecutivo).

Per rendere maggiormente masticabile questo meccanismo, è sufficiente comprendere che nel momento in cui il Parlamento ed il Governo esercitano i propri poteri, lo fanno “in nome” e “per conto” del popolo da cui ne deriva l’investitura, quindi la Magistratura non può essere in alcun modo considerata un potere – in senso stretto – dello Stato; essa è solo un Ordine legittimato ad esercitare – “in nome” del popolo e non anche per conto di questo – la funzione giurisdizionale nei soli spazi delineati dalla Costituzione e, soprattutto, nel fedele rispetto della legge approvata dai soli organi deputati ad adottarla, quindi dal Parlamento e dal Governo, seppur quest’ultimo nei soli casi tassativamente previsti dalla Carta costituzionale.

A dimostrazione di quanto premesso, la nostra Costituzione – della quale i giudici si dichiarano spesso i soli scudieri – parla, non a caso, di Ordine Giudiziario e non di potere. Se si legge il Titolo Quarto della Carta costituzionale è scritto a chiare lettere, nella Sezione Prima, “Ordinamento giurisdizionale”, e non Potere; e a fugare ogni dubbio ci pensa l’art. 104 Cost. : <<La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere…>>.  Fatti chiaramente salvi i principi di autonomia e indipendenza contro i quali nessuno mai si sognerebbe di scrivere neppure un rigo, osservi il lettore che la Costituzione parla – addirittura in maniera esplicita– solo di Ordine, guardandosi bene dall’usare il termine potere.

Se fino alla fine degli anni Ottanta questo tipo di discussione non era neppure immaginabile, a partire dal 1992 – vale a dire da quando è iniziato un periodo di cronica debolezza della politica – la Magistratura ha cercato (come quasi sempre è accaduto nella Storia) di sostituirsi alla politica arrivando addirittura ad esercitare, talune volte anche esplicitamente, alcune prerogative tipiche del Parlamento e del Governo. E mi riferisco, ad esempio, a quando un gruppo di magistrati – durante il cosiddetto periodo di “mani pulite” – si presentò davanti alle telecamere per contrastare l’entrata in vigore di un legittimo – anche se discutibile – Decreto che depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti (il cosiddetto Decreto Conso), violentando in tal modo sia il principio di autodeterminazione delle Camere che l’esercizio della sovranità popolare. E che dire della crociata classista e giacobina racchiusa nelle parole <<resistere, resistere, resistere…>>! Alla “faccia” della Costituzione e del principio della separazione dei poteri!

Non me ne voglia nessuno, ma quando si ha intenzione di difendere la Costituzione bisogna sempre farlo in buona fede e con imparzialità, e non solo quando risulta utile al fine di tutelare gli interessi corporativi di una categoria.

Mai la Magistratura deve sentirsi legittimata a sostituirsi alla politica; anche di fronte a periodi di debolezza di quest’ultima, la Magistratura non deve mai indossare una veste che non sia quella che le ha ricamato su misura la Costituzione e, allo stesso tempo, mai la politica deve utilizzare la giustizia per i propri scopi. Atteggiamenti differenti hanno prodotto e continueranno a produrre gravissimi danni allo Stato di Diritto ed ai principi di libertà e democrazia.

A tal proposito, se non ricordo male nel 2010, vidi sulla prima pagina dei giornali alcuni magistrati con la Costituzione tra le braccia al fine di ergersi ad unici difensori della stessa contro presunti attacchi da parte della politica. Ne rimasi basito! Se si vuole difendere la Costituzione, e lo si vuole fare per davvero, la si deve prima rispettare… anche a costo di perdere determinate posizioni privilegiate. Riprendendo per un attimo quanto ho scritto pocanzi su quel gruppetto di magistrati che circa vent’anni fa andò in televisione per contrastare alcune legittime e sovrane decisioni del potere legislativo e di quello esecutivo, non ricordo di aver visto all’epoca giudici togati talmente affezionati alla Costituzione – come invece lo sono adesso – a tal punto da tenerne una copia tra le braccia con l’intento di difenderla…

E che dire, per esempio, di alcune sentenze della Corte di Cassazione?! Nascondendosi dietro l’importantissima funzione nomofilattica, la Suprema Corte spesso stravolge sia l’intenzione del Legislatore che il senso e la portata delle leggi stesse. Tutte queste deformazioni, se vogliamo continuare a vivere in uno Stato di Diritto, devono al più presto cessare!

Spesso la Magistratura si difende affermando di non svolgere nessuna attività politica,  ma allora perché all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura si sono formate delle vere e proprie correnti? Ma le correnti non sono tipiche dei partiti politici? Per quale motivo gli organi rappresentativi dell’associazione nazionale magistrati vanno di frequente in televisione per combattere la crociata contro un qualsiasi progetto di riforma della giustizia che investa anche l’ordine giudiziario? Ma i magistrati non sono tenuti soltanto ad applicare le leggi dello Stato? Per quale ragione alcuni magistrati, pur mantenendosi saldamente attaccati alla poltrona di pubblico ministero o di organo giudicante, scelgono di fare politica arrivando addirittura a candidarsi alle elezioni senza avere neppure la delicatezza di dimettersi dalle funzioni giudiziarie? Perché assistiamo a tutto questo? Preferisco che sia il lettore, nella meravigliosa solitudine del proprio libero pensiero, a darsi una risposta.

Al momento mi è sufficiente trovare consolazione nel sapere che esiste una maggioranza di magistrati – e vi posso garantire che sono tantissimi – che svolgono onestamente il loro lavoro con professionalità, preparazione e serietà, senza alcuna mira o ambizione che non sia quella nobile e disinteressata di essere al fianco di tutti gli operatori del diritto – seppur ciascuno nel rispetto del proprio ruolo – per garantire ai cittadini l’unica cosa che conta per davvero: la Giustizia!

 

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