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LA SINISTRA E IL TRIONFALISMO BASATO SUL NULLA

Quantunque ritenga che un’eventuale vittoria dei neoliberali di destra sarebbe stata, per lo specifico contesto dell’Emilia-Romagna, foriera di maggiori conseguenze negative per la popolazione, in queste ore mi sto seriamente domandando se il mio stomaco sia abbastanza forte da reggere le sguaiate e inopportune reazioni dei vincitori, vale a dire i neoliberali di sinistra.
Innanzitutto, questi ultimi sembrano non essere sfiorati dal dubbio che vincere ed evitare di perdere siano due cose piuttosto diverse.
In secondo luogo, la reazione di queste ore non potrebbe risultare più fanaticamente auto-assolutoria: si va dall’enunciazione che a Bibbiano non sia mai accaduto nulla fino all’esaltazione per aver bloccato la diffusa istanza di ripristino del principio di sovranità popolare su cui si fonda la Costituzione, ovvero aver bloccato l’odiato e temuto sovranismo (categoria che, in realtà, non ha nulla a che fare con la Lega ma gli editorialisti di Repubblica, probabilmente, di questo ne sono del tutto consapevoli).
Insomma, l’approccio azzerante ogni riflessione autocritica che stiamo vedendo in queste ore, indica come la sinistra abbia tutta l’intenzione di non voler neppure provare a colmare il divario creatosi negli ultimi decenni con le classi povere e impoverite. Al contrario, essa sembra voler proseguire lungo la strada dell’arroccamento identitario e del continuare a negare le contraddizioni sociali di questa fase storica
Difatti, il movimento delle Sardine è riuscito a canalizzare il voto dei delusi di sinistra (che avevano formato, nella precedente consultazione regionale, il grosso del fronte astensionista), ma si tratta pur sempre di un dispositivo identitario. In altre parole, mentre M5S e Lega continuano a rivolgersi alla popolazione nel suo insieme, la sinistra si rivolge esclusivamente al proprio bacino storico di riferimento ch’è ormai composto esclusivamente dalle classi ricche e da quella parte di ceto medio che non ha subito le conseguenze precarizzanti della globalizzazione.
In sintesi, il trionfalismo della sinistra è improprio perché essa, anche in presenza delle Sardine, continua a coincidere con poco più del 20% della popolazione.
Per quanto riguarda i risultati della sinistra cosiddetta “radicale”, le sue risibili percentuali sotto l’1% dimostrano che la prospettiva di far convivere marxismo e adesione ai lineamenti strategici della globalizzazione (dissoluzione degli stati-nazione, deregulation dei flussi migratori), non può avere alcuno spazio politico per manifesta incongruenza logica.

LA DESTRA E LA SUA ASCESA INEVITABILE

Fintanto che la sinistra continuerà a negare il disagio sociale generato dalle politiche globaliste ed eurofederali, la destra potrà continuare a svolgere il proprio ruolo di gatekeeper del dissenso e, così proseguendo, potrà fra non molto divenire maggioranza di governo.
Operai, disoccupati e sotto-occupati, trovandosi dinanzi alla scelta tra chi nega l’esistenza dei loro problemi e chi quei problemi li riconosce anche se si limita a fornire a essi soluzioni palliative di legge-e-ordine mantenendo intatta la cornice normativa del neoliberalismo, non potranno che continuare a votare a destra.
Appare poco probabile, però, che a guidare questa rimonta della destra possa essere ancora Mateo Salvini. Può darsi che queste elezioni rappresentino, invece, l’inizio dell’ascesa per Giorgia Meloni: una leader di destra che, a differenza di Salvini, non ha il fiato della magistratura sul collo e che, soprattutto, è riuscita ad accreditarsi agli occhi degli Stati Uniti.

IL M5S E LA SCONFITTA DEL NEW REALISM

Per i milioni di cittadini italiani che hanno ragione di temere le azioni dell’attuale governo intorno a uso del contante e dintorni, il tracollo del M5S potrebbe essere una buona notizia in quanto potenzialmente foriero di crisi politica.
Ma al di là di questo aspetto contingente, il tracollo pentastellato reca positivamente la sconfitta della pretesa che la politica possa essere deprivata di analisi sistemica della realtà e, più in generale, che possa essere deprivata del pensiero. In maniera analoga al movimento filosofico detto New Realism, infatti, la superstizione fondativa del M5S è stata quella secondo cui il mondo non necessiterebbe più di griglie interpretativi generali, ma solo di interventi pragmatici da valutare caso per caso. La sconfitta di un assioma tanto ideologico e irrazionale, rappresenta un’opportunità per chi, al contrario, propugna la necessità d’uno stretto rapporto tra politica e filosofia.
Inoltre, la sconfitta di un movimento che ha incanalato il dissenso sociale su tematiche distraesti dai problemi socio-economici (come per esempio l’onestà) oppure apertamente neoliberali (come i vari attacchi al sistema della rappresentanza parlamentare), rappresenta un’opportunità ulteriore per chi auspichi l’avvento d’una prospettiva neo-socialista entro un quadro politico generale che è, oggi, occupato esclusivamente da forze politiche neoliberali.

L’URGENZA DI UN PROCESSO COALIZIONALE TRA I SOSTENITORI DEL COSTITUZIONALISMO E DEL SOCIALISMO

Qualunque prospettiva di inversione delle politiche neoliberali che dominano i paesi europei da quarant’anni, non può che darsi una prospettiva di decenni. Ma è anche vero che, nel corso di suddetti decenni, qualche avanzamento va inevitabilmente messo in atto.
Chi sostiene un’alternativa sistemica, in Italia, sono oggi i marxisti neo-socialisti e i sovranisti-costituzionalisti. Questi ultimi sono suddivisi in gruppi di dimensione molto ridotta: alcuni sono radicati in diverse città e già si sono presentati in alcune consultazioni comunali e regionali (come il FSI, cui sono iscritto), altri esistono ma hanno scarsa base militante, altri ancora esistono solo come gruppi di discussione telematica.
Sicuramente, in questa fase non vi è alcun bisogno di creare nuovi soggetti politici: dagli anni 2011-2012 fino a oggi, anzi, ne sono nati fin troppi. Quello di cui c’è bisogno è, invece, un processo coalizionale fra i soggetti esistenti, che ne garantisca l’autonomia, che non sia limitato al tema elettorale ma che sia innervato d’intervento nel sociale e nel quotidiano.
Se questo processo non si attiva subito, se non si coglie l’opportunità rappresentata dalla probabile e imminente implosione del M5S, tutte queste realtà rischiano di fare la fine dei gruppetti marxisti-leninisti degli anni ‘70 come PMLI o Lotta Comunista: da cinquant’anni in stato di riproduzione partenogenico-settaria, con la tetragona certezza che alla fine la storia darà loro ragione.
Siamo dinanzi a un ulteriore cambio di fase dei sistemi capitalisti occidentali e i tempi per l’avvento del soggetto “terzo” – il soggetto socialista (nazionale n.d.r.) e democratico che si contrappone al neoliberalismo di destra e al neoliberalismo di sinistra – devono essere considerati come maturi

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