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giovindi Gianni Fraschetti

 

Domani si vota e la “tumulazione”, avvenuta con la ufficializzazione delle liste, avra’ quindi la sua consacrazione elettorale  e pertanto il crisma dell’ufficialita’.  Lunedi’ sera potremo realmente  dire "ce li siamo levati sul serio dalle scatole", perche’ l’unica classe dirigente che sara’ stata rottamata in blocco con questa tornata elettorale, salvo rarissime eccezioni ,  sara’ quella di AN, sia  all’interno del Popolo delle Liberta’ che nei dintorni. Un vero  sterminio e con  questo atto si chiude definitivamente una storia cominciata venti anni fa. Una storia che non avrebbe  nemmeno dovuto cominciare, perlomeno nel modo in cui comincio'. Una storia di sconclusionati pifferi della montagna che scesero a valle per suonare e che furono suonati.  Perche’ oggi  gli “asfaltati”, nel cui novero va ricompreso a pieno titolo anche Gianfranco Fini e la banda del FLI, raccolgono puntualmente quel che hanno seminato, a partire dal Congresso di Fiuggi e dalla nascita di Alleanza Nazionale, per passare poi a vent'anni di vita politica di un partito con un solo congresso celebrato, per concludere poi con la fusione per incorporazione nel PDL, l'ultima botta di genio di una classe dirigente dal QI spaventosamente deficitario. La stessa AN fu una felice intuizione per alcuni ed una iniziativa politica demenziale per altri, compreso il sottoscritto. Non si era mai visto, infatti, nella pur breve storia della repubblica italiana, che un Partito vincente, su tutta la linea, che doveva solo rafforzare le proprie strutture e radicarsi ancora di piu’ nei cuori e nelle coscienze degli italiani, venisse soppresso dalla sera alla mattina. Senza un momento di opportuna riflessione e senza un serio ed approfondito dibattito interno. Affogato come un gattino, con la supponente ed insopportabile leggerezza che da quel momento avrebbe accompagnato ogni gesto politico  della destra italiana, o meglio, del suo spezzone piu’ significativo. E cio' senza soluzione di continuita', senza tregua, senza un attimo per fare respirare il cervello,  fino  all'inevitabile epilogo. Se cosi' lo vogliamo chiamare.  Nel 1994 dunque, nel breve volgere di qualche settimana,   un  mondo intero, fatto da uomini e donne, giovani e meno giovani, un patrimonio umano, di idee e di ideali ed una riserva  morale e spirituale al servizio della Nazione, che era sopravvissuto a settanta anni di  ghetto e di liste di proscrizione, di arco costituzionale e di antifascismo militante a tutti i livelli,  divenne improvvisamente  obsoleto. Panni troppo logori per il fastoso debutto in societa', abiti di cui ci si cominciava addirittura a vergognare  vennero frettolosamente gettati via per lasciare spazio  all’intuizione di  Pinuccio Tatarella: una alleanza ariosa di social nazionali, liberali, cattolici e società civile. Tatarella mori' poco dopo e quindi non e' dato sapere come avrebbe corretto la sua creatura che fu da quasi subito un fritto misto di cani sciolti e razzumaglia della peggiore specie e delle piu' disparate provenienze. In pratica una riedizione della DC,  che avrebbe dovuto, quantomeno nelle intenzioni, guidare il paese, rappresentando, tale era la   speranza, la maggioranza degli italiani.  O forse  qualcuno ambiva addirittura ad una riedizione dello stesso PNF, quello del ventennio, quello dei compromessi con tutti e che porto’ poi Mussolini ad essere arrestato dal Re col seguito che tutti conosciamo. E non e’ che la storia attuale sia poi molto diversa se valutiamo i percorsi di Berlusconi e di Fini. Certamente  fu la prima fusione a freddo in politica, programmata a tavolino con la precisa intenzione di mettere insieme e fare coesistere il colto e l'inclita, il barone e il cafone ed il possibile con l’impossibile. L’idea romantica degli uomini dalle diverse provenienze uniti dal collante ideale di valori ed obiettivi condivisi non e' certo nata ieri e funziona, nella Legione Straniera per esempio. dove gli istruttori provvedono subito ad eliminare le differenze ed a fornire le giuste motivazioni. Ma non era certo  il caso di AN dove c’era sicuramente abbondanza di Colonnelli sudamericani ma assoluta mancanza di bravi ufficiali. Quindi non poteva funzionare ed infatti non ha mai funzionato. Solo continue faide intestine ed una incapacita’ cronica da parte di chi doveva comandare di esercitare il comando. Questa fu AN. Nonostante cio’ prendeva piu’ voti di quelli che prendera’ adesso il Professore di Varese ed anche in quella disgraziata situazione c’era comunque lo spazio politico per fare meglio e per  correggere la rotta a volerlo fare ma evidentemente il codice genetico della sua classe dirigente non contemplava proprio il concetto di poter fare bene. Nemmeno in via teorica.  Esso infatti comprendeva e coniugava perfettamente solo il linguaggio triviale delle correnti interne con tutti i suoi postulati, corollari e  possibili declinazioni, ovvero tendeva a strutturare ed a far vivere il partito  esattamente al contrario di quello che sarebbe servito per esercitare decorosamente il potere o quantomeno di degnamente  competere per esso. Se a cio’ aggiungiamo una incapacita’ cronica e congenita del suo Leader ad esercitare il comando, un esercizio che pareva quasi annoiarlo in certi momenti,  non stupisce che per vent’anni l’ unica reale immagine della destra, ben visibile a tutti,  sia stata quella, come ha scritto qualcuno, "...di un’Armata Brancaleone di rozzi arraffatori, puttanieri e minchioni di ogni risma..."  che hanno deliziato per anni l’opinione pubblica, aggiungerei, con le loro gesta e con il tormentone finiano delle abiure e del male assoluto. Una roba vergognosa, insomma. Il tutto senza un minimo di rispetto per il proprio elettorato e, se vogliamo, senza nessun rispetto nemmeno per loro stessi. Una crassa e ridanciana commedia all’italiana, di quelle sul boom economico, che suscitavano un riso amaro, dove affari, supermaggiorate, ostentazione volgare del benessere  e politica di infimo livello andavano di pari passo nel disegnare un’Italia che stava piano piano smarrendo le sue radici. Questa fu dunque l’immagine di AN anche se molti dirigenti e militanti non erano cosi’ ed anzi provavano vergogna per quanto vedevano. Storace, per esempio, se ne ando' sbattendo la porta di fronte a questo spettacolo osceno. Fiorito non nasce dunque per caso, non e' un incidente del destino ma arriva da lontano ed e’ l’infelice sintesi di vent’anni di questo andazzo.  La sintesi che tutto racchiude dentro di se e tutto spiega meglio di tante parole. Quella destra, quella che ho appena descritto, se destra la vogliamo chiamare, e’ stata dunque al potere, ad ogni livello e  lo ha gestito come fan tutti. "...Con le donnine e i frigoriferi pieni...", dando il peggio di se, come ha scritto poi qualcun altro. E concordo in pieno. Adesso li hanno fatti secchi. Tutti o quasi. E ben gli sta. Si tranquillizzino, non lasceranno traccia alcuna e men che meno alcuna punta di rimpianto. Che si godano il meritato riposo. Adesso si riparte, possibilmente senza ansie da sdoganamento e senza febbri mondane. D’altronde siamo quelli che siamo ed e' per questo la gente, poca o tanta che sia, ci ama. Se oggi non fossimo ridotti come ci siamo ridotti, saremmo noi i mattatori indiscussi di questo particolare momento storico. Noi che non siamo uguali agli altri, che siamo diversi ed eravamo fieri ed orgogliosi di esserlo. Ed e' li' che abbiamo commesso l'errore piu' grave.  Come scrive Piero Ignazi in “Forza senza legittimità. Il vicolo cieco dei partiti” (Laterza), il limite di tutti i partiti dopo tangentopoli è stato questo: “non incarnano più quegli ideali di passione e dedizione, di impegno e convinzioni che essi stessi sbandieravano come connaturati alla loro esistenza. Hanno perso quella patina mitica che li elevava al di sopra di ogni sospetto e ora mostrano tutte le rughe di ogni organizzazione complessa, piena di interessi materiali e personali”. Penso che ci si possa tranquillamente riconoscere in questo poco edificante  quadretto e sara’ bene farlo nostro, con molta umilta’, perche’ e’ da li’ che si dovra’ ripartire. Dalla riaffermazione di quello che siamo. Dalla riaffermazione della nostra diversita’.

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