Overblog Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog

VAI COL LISCIO !

 

fini_rsi.jpg

di Faber -

Non si ritenga oltraggiato Marcello Veneziani, se prendo in prestito alcune righe del suo editoriale che ha commentato l’ennesima ‘svolta’ di Gianfranco Fini: «Ha cambiato opinione, e che lo faccia per convenienza o per carriera personale, non muta la sostanza. E’ lecito cambiare idea, ha tutto il diritto di dire il contrario di quel che pensava fino alla tenera età di quarant’anni quando sognava il ‘fascismo del Duemila’. Anzi, aggiungo a sua discolpa che se dubitate della sua buona fede di antifascista ora, potete dubitare della sua convinzione fascista di ieri: forse davvero non credeva in niente, ieri come oggi; era un fatto superficiale e perciò non gli è costato molto smentirsi in modo così radicale» (1). Concetti che avrei voluto scrivere io, perciò li sottoscrivo. Ma vado oltre, introducendo nel dettaglio – perché restino a futura memoria – alcune delle più riuscite ‘capriole’, degne del miglior circo della politica.
Veneziani ha ricordato che Fini “sognava il fascismo del Duemila”. Era il lontano 1987, e l’allora 35enne Gianfranco era da pochi giorni il nuovo segretario del Movimento Sociale Italiano – al termine del combattuto (in tutti sensi… chi c’era ricorderà) congresso di Sorrento, dove si impose su Pino Rauti con 727 voti contro 608 – e sul quotidiano del partito scriveva: «Con la formula ‘fascismo del Duemila’ intendo dire che nei confronti del fascismo non vi può essere solo nostalgia o rimpianto, legittimi in chi l’ha vissuto, ma patetici per chi è nato dopo… Il fascismo è stato una grande intuizione politica, non completamente attuata, che contiene risposte convincenti ai problemi del nostro tempo… aveva intuito che l’uomo è al centro del divenire e non può essere assoggettato a logiche materialistiche… aveva anche capito che Stato e Nazione non possono essere separati e che i problemi del mondo del lavoro non si risolvono con il capitalismo né con il comunismo, sono ricette valide anche per l’Italia di oggi. Questo è il fascismo dell’anno Duemila» (2). Ma è lecito cambiare idea.
Nell’ormai famigerato intervento alla festa di Azione giovani (o dei “Giovani in azione verso il Pdl”, come recitava il manifesto del raduno, quello dove non v’è traccia della fiaccola tricolore…), Fini ha voluto precisare la sua posizione sui combattenti della Repubblica Sociale Italiana, al centro della polemica per il coraggioso ricordo pronunciato l’8 settembre dal Ministro della difesa Ignazio La Russa: «Onestà storica e compito per una destra che voglia costruire il futuro e fare i conti col passato è anche dire che non era equivalente stare da una parte o dall’altra, che c’era chi combatteva per una causa giusta e chi combatteva per una parte sbagliata».
Eppure nel 1988, il suo messaggio di saluto al congresso dell’Unione Combattenti della RSI esprimeva ben altre convinzioni, con acuta lungimiranza autobiografica sui valori della politica: «Sono veramente dispiaciuto di non poter partecipare… perché la mia presenza avrebbe simbolicamente costituito la miglior dimostrazione della continuità ideale del Msi, nonostante il cambio generazionale, coi valori che furono all’origine dalla RSI… Concetti quali Onore e Fedeltà sono inimmaginabili nella attuale politica, amorale e molte volte addirittura immorale: erano invece il fondamento stesso della scelta dei tanti volontari della RSI» (3). Ma è lecito cambiare idea.
Forse erano parole dal sen fuggite? Il cameratesco saluto, inviato quattro anni dopo, ai combattenti della Decima Mas non conforta questa ipotesi: «A chi, come voi, difese l’onore e la dignità della Patria nel momento più tragico e doloroso della nostra storia nazionale, deve rendere omaggio ogni italiano: ognuno di voi, e con voi tutti i combattenti delle Forze Armate della RSI, rappresenta la prova che chi è vinto dalle armi ma non dalla storia è destinato, con il passare del tempo, a gustare il dolce sapore della rivincita. Dopo quasi mezzo secolo il fascismo è idealmente vivo, dopo soli tre anni dalla caduta del muro di Berlino il comunismo è definitivamente morto. E chi, come voi, ha sempre combattuto per un’Italia migliore, non può che aver avuto un moto di spontaneo orgoglio, l’orgoglio di chi sa di essere nel giusto» (4). Ma è lecito cambiare idea.
Chissà cosa avrebbe pensato delle nuove convinzioni finiane papà Argenio Sergio, volontario della RSI nella Divisione di fanteria San Marco, che scelse il nome Gianfranco per ricordare un cugino ucciso a vent’anni dai partigiani nell’aprile 1945, oppure nonno Antonio Marani, fascista ferrarese della prima ora, protagonista della Marcia su Roma al seguito di Italo Balbo.
L’analisi finiana è stata maggiormente ficcante quando, con lo sguardo rivolto al dopoguerra, ha spiegato la sua idea di identità ‘democratico = antifascista’: «…in Italia non c’è mai stata una destra politica che abbia avuto il coraggio di dire: Noi ci riconosciamo pienamente nei valori dell’antifascismo, nella libertà, nell’eguaglianza e nella giustizia sociale».
Proprio quel coraggio che deve essere mancato anche a lui in tanti anni di militanza missina ai massimi livelli, tanto che appena eletto segretario nazionale del Msi scriveva: «La consapevolezza che alcuni storici e giornalisti nutrono circa la necessità di seppellire l’antifascismo in quanto non valore o disvalore e in quanto semplice accidente della storia nazionale, va salutata con soddisfazione, ma non può assolutamente significare che anche il fascismo debba essere archiviato. Il fascismo ha ancora una validità, una spinta propulsiva, una proiezione futura. Il fascismo ha un avvenire perché è una concezione di vita, un progetto di Stato, un modello sociale» (5).
Anche in questa occasione, potrebbe sorgere il dubbio che a dettare frasi tanto audaci fosse soprattutto l’entusiasmo generato dall’avvio di una brillante carriera politica. Però, quattro anni dopo rincarava la dose ‘anti’, non solo attaccando i partiti che «non vogliono prendere atto che la Costituzione nata dalla resistenza è fallita»(6), ma addirittura scagliandosi contro la retorica resistenziale: «in Italia la necessità di seminare ancora odio è di chi non può dire altro che “abbiamo fatto la resistenza”, e non di coloro che scelsero la via dell’onore risultando sconfitti soltanto con le armi» (7). Ma è lecito cambiare idea. Seppure quando si scopre che la gomma si sta consumando prima della matita, vuol dire che si sta esagerando.
Termino questa riflessione circense così come l’ho avviata, con le parole di Marcello Veneziani: «Se Fini esplicita che ormai è estraneo alla destra, insofferente verso il suo partito e il suo stesso passato, se si riconosce con una nuova identità e dichiara morto il precedente Fini, allora tutti i dettagli vanno a posto. Ma non può trascinare in questo vortice cinico e nichilista tutto un mondo, un’area, una cultura perfino. Non può raccogliere voti a destra per spenderli poi in modo opposto; tradisce un mandato» (1).
Meditate, finiani meditate.

(vignetta di Giorgio Forattini)

1) Libero, 14 settembre 2008
2) Secolo d’Italia, 18 dicembre 1987
3) Secolo d’Italia, 30 ottobre 1988
4) Secolo d’Italia, 7 maggio 1992
5) Secolo d’Italia, 24 gennaio 1988
6) Secolo d’Italia, 29 marzo 1992
7) Secolo d’Italia, 12 ottobre 1993

Fonte:http://www.spigoli.info/archives/190


Condividi post

Repost 0