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di Paolo Signorelli

Il 29 Aprile del '76 Prima Linea uccide a Milano un padre di famiglia colpevole di essere "fascista"

Enrico Pedenovi: avvocato e missino, morto per commemorare Sergio Ramelli
Quando ho letto ques'articolo di Signorelli non ho potuto fare a meno di pubblicarlo. Io ho vissuto quegli anni, duri, cupi, terribili. Anni nei quali uscivi al mattino di casa e non sapevi se avresti fatto ritorno. Anni impastati di odio, di violenza, di crudelta'. Noi, la generazione nata dopo la guerra, tirata su nella bambagia, con gli omogeneizzati  ed i pannoloni usa e getta, avemmo la nostra guerra civile che non fu meno crudele di quella combattuta dai nostri padri. Le scuole, le universita', le strade e le piazze delle nostre citta' divennero i campi di battaglia dove il regolamento di conti iniziato il 25 Luglio del 1943 e proseguito nei 600 giorni di Salo', il luogo della nostra memoria,  continuo', tra pugnalate, crani sfondati, e corpi crivellati di proiettili. Anni devastanti che lasciarono  per terra decine di morti e cicatrici profonde nell'animo di chi li visse  e notti popolate da incubi e dai volti di chi , a volte, abbiamo visto morire. Ed il bello e' che a distanza  di oltre trent'anni il fuoco non e' ancora spento ma cova sotto la cenere, pronto a divampare come e piu' di prima. C'e' una voglia di violenza nell'aria che lascia interdetti. Evidentemente i conti ancora non tornano ma e' difficile che potranno mai tornare in questa barzelletta che e' diventata l'Italia.
Gianni Fraschetti
Il consigliere provinciale del Msi viene freddato da cinque colpi di pistola a due passi da casa, di prima mattina, men tre si sta recando a lavoro. Quello stesso giorno avrebbe dovuto tenere un discorso in ricordo del giovane ucciso esattemente un anno prima a colpi di chiave inglese da Avanguardia Operaia

 

 “Vivevamo per essere contro chiunque non la pensasse come noi”.Queste le parole di Marco  Donat Cattin, terrorista comunista. Questo il motto dei militanti di Prima Linea e Lotta continua,organizzazione terroristica della sinistra extra parlamentare, responsabili della morte di Enrico Pedenovi.
Lui, Enrico, è nato a Pavia il 2 settembre 1926. E quel 29 apriledel 1976 ha 48 anni.
Avvocato, ex militante della decima Mas, descritto da tutti come una persona calma e tranquilla. Uno che non perde mai la testa.Vive a Milano Enrico. Ha due figlie: Gianna, 22 anni e beatrice di11, ed è sposato con Ida.
A chi gli domanda cosa pensi della lotta politica, Pedenovi,risponde così: “la guerra l’ho fatta da ragazzo, e non posso dire certo che sia bella”. Ha deposto le armi, già da tempo Enrico. Maha ancora una “colpa”, una “macchia” che non si cancella: è il consigliere provinciale dell’Msi.
Quel giorno, il 29 aprile, è lo stesso dell’anniversario dell’omicidio di Ramelli. Non si tratta di una coincidenza, non è un caso. Sì, il povero Sergio, trucidato a colpi di chiavi inglese da un attacco infame, rivendicato da “Avanguardia operaia”, gruppo della sinistra extraparlamentare è morto appena un anno prima.
Enrico, quel giorno, deve pronunciare il discorso in onore del giovane missino massacrato il 13 Marzo del ‘75. Sono trascorsi 365 da quando Sergio si è spento (dopo un mese e mezzo d’agonia) in una stanza d’ospedale, ma il vento di tempesta, soprattutto a Milano, soffia ancora, ed è sempre più forte. Non sa da dove iniziare il suo ricordo, Enrico. Di certo non vuole scrivere nulla. Niente di preparato che sappia di “rito” di circostanza.Vorrebbe improvvisare, forse gli sarebbe viene in mente l’applauso vergognoso con cui il consiglio di Milano aveva accolto la notizia della morte del giovane missino. Si,probabilmente vorrebbe iniziare col contestare quell’applauso.Vorrebbe appunto, perché Pedenovi quel giorno non pronuncia un bel niente.
In quegli anni se sei “fascista”, ti porti addosso una colpa. Se finisci in tribunale, con un’accusa insensata, è tutto normale. Semuori ammazzato, poi, non c’è da meravigliarsi.
Sono tempi difficili quelli. La “guerra civile”, quella degli Anni di piombo è iniziata già da un po’. Ma adesso si è evoluta, qualcosa nel meccanismo che regola gli omicidi politici è cambiato.L’obiettivo non sono più solo i giovani militanti, di destra o di sinistra, com’è stato fino a quel momento. Il nemico da colpire è uno solo: lo Stato. Giudici, avvocati, poliziotti sono le vittime. Brigate Rosse, Lotta Continua e Prima Linea da una parte, i Nardall’altra, sono i carnefici.
Come detto, è trascorso un anno dalla morte di Sergio Ramelli. AMilano si vive sotto una cappa di paura e di tensione. Non passa giorno senza che l'elenco delle aggressioni dell'"antifascismo militante" si allunghi.
Il 29 aprile del ‘76, la sinistra extra-parlamentare, appoggiata dal Pci cittadino, è mobilitata con tutte le sue energie, per impedire qualsiasi forma di commemorazione pubblica dell'anniversario. Lastessa famiglia di Sergio non riesce a trovare una chiesa in cui farrecitare una messa in suo ricordo. Perfino il sacerdote della loro parrocchia, quella di  viale Argonne, si rifiuta di celebrare la funzione. Sembra assurdo, ma anche i preti hanno paura, e temono ritorsioni.
Arriva così quel mattino maledetto. Tutti già sanno che sarà una giornata dura. Nel  pomeriggio è previsto il raduno dei militanti di destra in via Mancini, dove c’è la sede del MSI. Ma loro, i“compagni”, la loro personale “commemorazione” della morte di Ramelli l’hanno già preparata e decisa.
Enrico esce di buon’ora. Prima di raggiungere lo studio legale, come  al solito, si ferma con la sua utilitaria al distributore di benzina, in via Durante, per acquistare dei quotidiani. Proprio li, tre persone a bordo di una Simca 1000, rubata la notte precedente, non fanno altro che aspettare che Pedenovi sia immerso nella lettura per poi colpire. All’improvviso due degli aggressori iniziano a sparare, contemporaneamente, e con una freddezza disumana. Forse ad Enrico torna in mente quella scritta impressa davanti la sua porta di casa: “10, 100, 1000, Ramelli”.Probabilmente capisce che ce l’avevano con lui. I tre colpisconol’avvocato. Cinque colpi. Tutti al torace. Quattro lo  trapassano da parte a parte, uno rimane incastrato dentro il suo corpo. Soffre Enrico, capisce che la sua ora è arrivata. Eppure lui, il leone ferito,non è ancora morto. Ha la forza di muoversi. Esce dalla macchina. Non si sa come, riesce ad aprire lo sportello. Ha bisogno di aria. Non respira più. E a quel punto è costretto a cedere. L’ emorragia, purtroppo, è inarrestabile. Rimane lì, da solo, in una pozza di sangue. Morirà in ospedale, solo un attimo prima di entrare in sala di rianimazione.
Diversamente dagli altri omicidi, l’azione non viene rivendicata da nessuna sigla della sinistra extra-parlamentare. Le indagini della Magistratura, inizialmente, non portano a nessun risultato.Ma Il nome di Enrico Pedenovi, è nell’elenco della lista di proscrizione dal titolo “Pagherete tutto”, che pubblica Lotta Continua su un volantino. Insieme a lui, altri militanti della destra milanese.
Quando la notizia della morte di Pedenovi si diffonde, decine di missini, con la rabbia negli occhi, cercano di recarsi sul luogo del delitto per portare un fiore, per esprimere cordoglio alla famiglia. Ma l'intera zona è chiusa e presidiata da un cordone. Non dipoliziotti o carabinieri, bensì da almeno seimila compagni che,con i volti coperti e le chiavi inglesi in mano cercano di non far passare i “camerati”. Scoppiano gli scontri, gli inseguimenti e i pestaggi. Chi riesce a forzare il blocco e ad arrivare sul luogo del delitto, non trova nulla, né un fiore, né l'ombra di un membro della forze dell’ordine. Incredibile, ma vero. Qualcuno riusciràaddirittura a sostenere che il delitto abbia una matrice di destra, che ad uccidere Pedenovi siano stati proprio i “suoi” camerati.Stessa assurda strategia utilizzata per il Rogo di Primavalle. Follia allo stato puro.
Quello di Enrico è un attacco studiato, con una pianificazionepreventiva e dalla spiccata matrice politica. Prima Linea, infatti, si preoccupa subito di garantire la latitanza ai tre killer, che, a tutti o quasi, sono ancora sconosciuti.
Ma perché proprio Pedenovi? Innanzi tutto, lui, Enrico, era un“nemico” semplicemente perché esponente del Msi. Ma la risposta definitiva, quella giudiziaria, arriverà solo 8 anni dopo, nel 1984, durante il maxi-processo nei confronti di Prima Linea. Gli esecutori, militanti di Lotta Continua, che aspiravano a diventare futuri terroristi di P.L., scelsero Pedenovi perché era un bersaglio“più facile da colpire rispetto ad altri”.
Ma anche perché, come dissero gli imputati: “l'omicidio era legittimato”. Una dichiarazione che Benito Bollati spiega nel suo libro, “Il delitto Pedenovi”, ricordando che, in quegli anni, “era comodo additare i fascisti quali responsabili di tutti i mali, anche quelli di natura sociale ed economica, che non potevano non pesare sui governi, per distrarre l'attenzione della violenza dalle loro persone”.
Ecco perché Enrico Galmozzi, uno dei tre killer, disse davanti ai giudici che si sentiva legittimato alla violenza, soprattutto quella contro i "camerati". D’altra parte non c’era corteo organizzato dai comunisti in cui non si urlasse lo slogan “uccidere un fascista non è un reato”.
Il 22 ottobre 1984, la Corte d’Assise di Milano condannaall’ergastolo Bruno La Ronga e Giovanni Stefan (latitante) qualiesecutori materiali dell’omicidio di Enrico Pedenovi. EnricoGalmozzi dovrà scontare a 27 anni di reclusione in virtù dell’autocritica espressa in dibattimento.  Infine, Piero Del Giudice, viene condannato a 28 anni come “concorrente morale nell’omicidio”.
Ida Pedenovi, la moglie di Enrico, non vuole parlare di quel giorno. “No, la prego, a casa non venga (riferito a Luca Telese,autore del libro “Cuori Neri”, ndr) io ho già sofferto troppo, e le mie figlie ancora più di me. Non resta nulla da dire. La ringrazio se scriverà qualcosa su mio marito, ma io non ho nulla da dire. Ho due figlie, e un giorno una mi disse: ‘mamma, anche se ti rompi la testa contro il muro, papà non tornerà più’”.
A queste parole non si può aggiungere altro. E, intanto, su quel maledetto marciapiede, dell’avvocato missino rimaneva solo unamacchia di sangue sull'asfalto, per la quale nessuno aveva il coraggio di mostrare pietà, in un grigio squallore, figlio dellapaura e dell'inciviltà, simboli di quegli anni impossibili.
Forse è proprio destino che gli uomini di coraggio muoiano così, uccisi dai vili.
 “Vivevamo per essere contro chiunque non la pensasse come noi”.Queste le parole di Marco  Donat Cattin, terrorista comunista. Questo il motto dei militanti di Prima Linea e Lotta continua,organizzazione terroristica della sinistra extra parlamentare, responsabili della morte di Enrico Pedenovi.Lui, Enrico, è nato a Pavia il 2 settembre 1926. E quel 29 apriledel 1976 ha 48 anni.Avvocato, ex militante della decima Mas, descritto da tutti come una persona calma e tranquilla. Uno che non perde mai la testa.Vive a Milano Enrico. Ha due figlie: Gianna, 22 anni e Beatrice di11, ed è sposato con Ida.A chi gli domanda cosa pensi della lotta politica, Pedenovi,risponde così: “la guerra l’ho fatta da ragazzo, e non posso dire certo che sia bella”. Ha deposto le armi, già da tempo Enrico. Maha ancora una “colpa”, una “macchia” che non si cancella: è il consigliere provinciale dell’Msi.Quel giorno, il 29 aprile, è lo stesso dell’anniversario dell’omicidio di Ramelli. Non si tratta di una coincidenza, non è un caso. Sì, il povero Sergio, trucidato a colpi di chiavi inglese da un attacco infame, rivendicato da “Avanguardia operaia”, gruppo della sinistra extraparlamentare è morto appena un anno prima.Enrico, quel giorno, deve pronunciare il discorso in onore del giovane missino massacrato il 13 Marzo del ‘75. Sono trascorsi 365 da quando Sergio si è spento (dopo un mese e mezzo d’agonia) in una stanza d’ospedale, ma il vento di tempesta, soprattutto a Milano, soffia ancora, ed è sempre più forte. Non sa da dove iniziare il suo ricordo, Enrico. Di certo non vuole scrivere nulla. Niente di preparato che sappia di “rito” di circostanza.Vorrebbe improvvisare, forse gli sarebbe viene in mente l’applauso vergognoso con cui il consiglio di Milano aveva accolto la notizia della morte del giovane missino. Si,probabilmente vorrebbe iniziare col contestare quell’applauso.Vorrebbe appunto, perché Pedenovi quel giorno non pronuncia un bel niente.In quegli anni se sei “fascista”, ti porti addosso una colpa. Se finisci in tribunale, con un’accusa insensata, è tutto normale. Semuori ammazzato, poi, non c’è da meravigliarsi.Sono tempi difficili quelli. La “guerra civile”, quella degli Anni di piombo è iniziata già da un po’. Ma adesso si è evoluta, qualcosa nel meccanismo che regola gli omicidi politici è cambiato.L’obiettivo non sono più solo i giovani militanti, di destra o di sinistra, com’è stato fino a quel momento. Il nemico da colpire è uno solo: lo Stato. Giudici, avvocati, poliziotti sono le vittime. Brigate Rosse, Lotta Continua e Prima Linea da una parte, i Nardall’altra, sono i carnefici.Come detto, è trascorso un anno dalla morte di Sergio Ramelli. AMilano si vive sotto una cappa di paura e di tensione. Non passa giorno senza che l'elenco delle aggressioni dell'"antifascismo militante" si allunghi.Il 29 aprile del ‘76, la sinistra extra-parlamentare, appoggiata dal Pci cittadino, è mobilitata con tutte le sue energie, per impedire qualsiasi forma di commemorazione pubblica dell'anniversario. Lastessa famiglia di Sergio non riesce a trovare una chiesa in cui farrecitare una messa in suo ricordo. Perfino il sacerdote della loro parrocchia, quella di  viale Argonne, si rifiuta di celebrare la funzione. Sembra assurdo, ma anche i preti hanno paura, e temono ritorsioni.Arriva così quel mattino maledetto. Tutti già sanno che sarà una giornata dura. Nel  pomeriggio è previsto il raduno dei militanti di destra in via Mancini, dove c’è la sede del MSI. Ma loro, i“compagni”, la loro personale “commemorazione” della morte di Ramelli l’hanno già preparata e decisa.Enrico esce di buon’ora. Prima di raggiungere lo studio legale, come  al solito, si ferma con la sua utilitaria al distributore di benzina, in via Durante, per acquistare dei quotidiani. Proprio li, tre persone a bordo di una Simca 1000, rubata la notte precedente, non fanno altro che aspettare che Pedenovi sia immerso nella lettura per poi colpire. All’improvviso due degli aggressori iniziano a sparare, contemporaneamente, e con una freddezza disumana. Forse ad Enrico torna in mente quella scritta impressa davanti la sua porta di casa: “10, 100, 1000, Ramelli”.Probabilmente capisce che ce l’avevano con lui. I tre colpisconol’avvocato. Cinque colpi. Tutti al torace. Quattro lo  trapassano da parte a parte, uno rimane incastrato dentro il suo corpo. Soffre Enrico, capisce che la sua ora è arrivata. Eppure lui, il leone ferito,non è ancora morto. Ha la forza di muoversi. Esce dalla macchina. Non si sa come, riesce ad aprire lo sportello. Ha bisogno di aria. Non respira più. E a quel punto è costretto a cedere. L’ emorragia, purtroppo, è inarrestabile. Rimane lì, da solo, in una pozza di sangue. Morirà in ospedale, solo un attimo prima di entrare in sala di rianimazione.Diversamente dagli altri omicidi, l’azione non viene rivendicata da nessuna sigla della sinistra extra-parlamentare. Le indagini della Magistratura, inizialmente, non portano a nessun risultato.Ma Il nome di Enrico Pedenovi, è nell’elenco della lista di proscrizione dal titolo “Pagherete tutto”, che pubblica Lotta Continua su un volantino. Insieme a lui, altri militanti della destra milanese.Quando la notizia della morte di Pedenovi si diffonde, decine di missini, con la rabbia negli occhi, cercano di recarsi sul luogo del delitto per portare un fiore, per esprimere cordoglio alla famiglia. Ma l'intera zona è chiusa e presidiata da un cordone. Non dipoliziotti o carabinieri, bensì da almeno seimila compagni che,con i volti coperti e le chiavi inglesi in mano cercano di non far passare i “camerati”. Scoppiano gli scontri, gli inseguimenti e i pestaggi. Chi riesce a forzare il blocco e ad arrivare sul luogo del delitto, non trova nulla, né un fiore, né l'ombra di un membro della forze dell’ordine. Incredibile, ma vero. Qualcuno riusciràaddirittura a sostenere che il delitto abbia una matrice di destra, che ad uccidere Pedenovi siano stati proprio i “suoi” camerati.Stessa assurda strategia utilizzata per il Rogo di Primavalle. Follia allo stato puro.Quello di Enrico è un attacco studiato, con una pianificazionepreventiva e dalla spiccata matrice politica. Prima Linea, infatti, si preoccupa subito di garantire la latitanza ai tre killer, che, a tutti o quasi, sono ancora sconosciuti.Ma perché proprio Pedenovi? Innanzi tutto, lui, Enrico, era un“nemico” semplicemente perché esponente del Msi. Ma la risposta definitiva, quella giudiziaria, arriverà solo 8 anni dopo, nel 1984, durante il maxi-processo nei confronti di Prima Linea. Gli esecutori, militanti di Lotta Continua, che aspiravano a diventare futuri terroristi di P.L., scelsero Pedenovi perché era un bersaglio“più facile da colpire rispetto ad altri”.Ma anche perché, come dissero gli imputati: “l'omicidio era legittimato”. Una dichiarazione che Benito Bollati spiega nel suo libro, “Il delitto Pedenovi”, ricordando che, in quegli anni, “era comodo additare i fascisti quali responsabili di tutti i mali, anche quelli di natura sociale ed economica, che non potevano non pesare sui governi, per distrarre l'attenzione della violenza dalle loro persone”.Ecco perché Enrico Galmozzi, uno dei tre killer, disse davanti ai giudici che si sentiva legittimato alla violenza, soprattutto quella contro i "camerati". D’altra parte non c’era corteo organizzato dai comunisti in cui non si urlasse lo slogan “uccidere un fascista non è un reato”.Il 22 ottobre 1984, la Corte d’Assise di Milano condannaall’ergastolo Bruno La Ronga e Giovanni Stefan (latitante) qualiesecutori materiali dell’omicidio di Enrico Pedenovi. EnricoGalmozzi dovrà scontare a 27 anni di reclusione in virtù dell’autocritica espressa in dibattimento.  Infine, Piero Del Giudice, viene condannato a 28 anni come “concorrente morale nell’omicidio”.Ida Pedenovi, la moglie di Enrico, non vuole parlare di quel giorno. “No, la prego, a casa non venga (riferito a Luca Telese,autore del libro “Cuori Neri”, ndr) io ho già sofferto troppo, e le mie figlie ancora più di me. Non resta nulla da dire. La ringrazio se scriverà qualcosa su mio marito, ma io non ho nulla da dire. Ho due figlie, e un giorno una mi disse: ‘mamma, anche se ti rompi la testa contro il muro, papà non tornerà più’”.A queste parole non si può aggiungere altro. E, intanto, su quel maledetto marciapiede, dell’avvocato missino rimaneva solo unamacchia di sangue sull'asfalto, per la quale nessuno aveva il coraggio di mostrare pietà, in un grigio squallore, figlio dellapaura e dell'inciviltà, simboli di quegli anni impossibili.Forse è proprio destino che gli uomini di coraggio muoiano così, uccisi dai vili.

 

Fonte: Il Giornale d'Italia

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