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Stuprata, seviziata, massacrata per due giorni e finita con un colpo alla nuca. Era una bambina, aveva 13 anni. L'accusarono di essere una spia fascista. Questi erano i partigiani, o almeno la maggior parte di loro. Dei delinquenti abituali...

 

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Torno a riaprire un capitolo doloroso: le vittime del fuoco della guerra civile, divampato in Italia a seguito del tradimento consumato l’8 settembre 1943.
Questa volta voglio parlare della triste vicenda di Giuseppina Ghersi, quasi del tutto sconosciuta al grande pubblico. Io stesso ne sapevo davvero poco prima di oggi ; l’avevo solo intravista ne “Il Sangue dei Vinti”. Poi una persona amica, (Francesco C., a cui dedico questo scritto in segno di profondo ringraziamento), mi ha consigliato di approfondirla.
E’ la tragica storia di una piccola ragazza, ma che aggiunge una tessera di grande importanza nel mosaico della Resistenza italiana; un mosaico fino a ieri alterato, enfatizzato, edulcorato, ma che oggi, grazie anche a storie come quella in oggetto, assume tutt’altri contorni. E ne assumerà sempre di diversi, meno gloriosi ed eroici man mano che i rimasugli del “pensiero omologato” cadranno sotto i colpi della verità storica.
Dalle diverse fonti,( tutte disponibili in rete), che ho avuto modo di reperire e confrontare, emerge che Giuseppina Ghersi, classe 1931,figlia di commercianti ortofrutticoli, era una studentessa iscritta all’istituto magistrale “Maria Giuseppa Rossello” di Savona. Alunna diligente, scrive un tema che la maestra riesce a far pervenire al Duce in persona, il quale fa pervenire i Suoi complimenti alla fanciulla per mezzo del Suo segretario personale. Questa è l’unica cosa certa che si sa sul suo conto fino agli ultimi giorni della sua vita. Nessuna forma di militanza o di collaborazione col regime. Nessuna tessera di partito, nemmeno a casa sua. Solo un suo parente, un certo Attilio M., aveva la tessera del P.R.F. Per il resto niente. Niente di niente. Eppure, nell’aprile del 1945, durante quelle che vengono definite “giornate radiose”, Giuseppina Ghersi viene accusata di “collaborazionismo nazifascista” dai Partigiani di zona, addebito che le costerà la vita dopo atroci sofferenze. Ma andiamo per gradi.
Dall’esposto presentato dal padre al Procuratore di Savona il 26/09/1949[1], risulta che il 25 aprile 1945 dei Partigiani bussarono alla porta di casa Ghersi in cerca di alcol,bende e garze, prontamente consegnate dalla famiglia. Il giorno seguente, mentre si recavano sul posto di lavoro, furono intercettati da alcuni Partigiani, i quali, senza alcun motivo, li condussero al campo di concentramento di Legino, (istituito dagli eserciti alleati nel savonese. Sì anche i "liberatori" istituivano campi di concentramento!). 
Giunti sul posto, altri Partigiani pretesero che fossero loro consegnate le chiavi dell’abitazione e del magazzino dei Ghersi. Di lì a poco, altri membri di quella famiglia furono internati nello stesso campo di concentramento. Mentre alcuni “eroi della Resistenza” depredavano di ogni bene il padre di Giuseppina, altri facevano pressioni su di lui per ottenere la consegna della ragazzina, che si trovava altrove. I Ghersi chiesero spiegazioni ai Partigiani, i quali li rassicurarono «che si trattava di un semplice controllo e che avevano bisogno di fare delle domande alla figlioletta. Siccome Giuseppina aveva precedentemente vinto un concorso a tema ricevendo, via lettera, i complimenti da parte del segretario particolare del Duce in persona, trattandosi di una bonaria quisquilia, i genitori si persuasero parzialmente circa le intenzioni dei partigiani e, accompagnati da uomini armati, andarono a prendere la piccola. L'intera famiglia Ghersi venne dunque tradotta nuovamente al campo di concentramento dove iniziò il primo giorno di follia. E' il pomeriggio del 27 aprile 1945: madre e figlia vengono malmenate e stuprate mentre il padre, bloccato da cinque uomini, è costretto ad assistere al macabro spettacolo, percosso dal calcio di un fucile su schiena e testa. Per tutta la durata della scena gli aguzzini chiedono al padre di rivelare dove avesse nascosto altro denaro e oggetti preziosi. Giuseppina cade probabilmente in stato comatoso perché, come riferisce l'esposto al Procuratore, "non aveva più la forza di chiamare suo papà". Verso sera inizia a piovere e le belve, stanche di soddisfare i propri istinti, condussero Giovanni e Laura Ghersi presso il Comando Partigiano di Via Niella dove viene chiaramente detto che a loro carico non è emerso nulla. Nonostante ciò i partigiani li rinchiusero nel carcere Sant'Agostino. Giuseppina subì da sola un lungo calvario di sofferenze finché, il 30 Aprile 1945 (?), viene finita con un colpo di pistola per poi essere gettata davanti alle mura del Cimitero di Zinola su un cumulo di cadaveri. Il corpo viene disteso dal personale del luogo nella fila dei riconoscimenti per diversi giorni. Qui viene notato dal sig. Stelvio Murialdo per alcuni agghiaccianti particolari»[2].
Vi risparmio la descrizione dettagliata delle sevizie subite dalle famiglia per rispetto e per pudore. Ad ogni modo, se volete rendervi conto della bestialità del trattamento ricevuto, potete consultare gli esposti che il signor e la signora Ghersi hanno rilasciato al Procuratore di Savona. Vi avviso: sono davvero agghiaccianti!
Al termine delle torture, comunque,i coniugi Ghersi, informati che non c’era nulla a carico contro  di loro, furono ugualmente imprigionati al Carcere di S. Agostino. Il marito fu rilasciato l’11 giugno, senza essere mai neanche interrogato per tutta la durata della detenzione. La moglie fu trattenuta 12 giorni. Uscita dal carcere, dovette affrontare mille traversie per poter rientrare in casa sua col marito. Le violenze non terminarono, tant’è che l’11 luglio dello stesso anno, un altro commando partigiano si presenta all’uscio dei coniugi Ghersi, per prelevarli e portarli chissà dove, dato che conoscevano gli autori delle violenze subite in aprile. Per fortuna, la porta di casa resistette agli urti, salvando la vita ai Ghersi, che furono costretti ad abbandonare la città e a vivere quatto anni di stenti, senza lavoro e senza soldi.
Di tutta questa storia, poco o nulla si è saputo fino ai nostri giorni.  L’Anpi e la sinistra di casa nostra si ostinano ancora a chiudere gli occhi e le orecchie di fronte a questi fatti. Quelli di Indymedia, addirittura, gridano alla “falsificazione storica” e alla “strumentalizzazione politica”[3]. Altri, per fortuna, dimostrano maggior prudenza e buon senso, e sembrano disposti ad ascoltare, salvo però cercare giustificazioni di comodo. E’ il caso, ad esempio, della «Sig.ra Vanna Vaccani Artioli - per 27 anni segretaria provinciale e consigliere nazionale dell'Anpi - che afferma: "Mi ricordo Giuseppina Ghersi. Era poco più che una ragazzina ma collaborava con i fascisti. La sua fu sicuramente un'esecuzione"». O dell’ex senatore del P.C.I. Giovanni Urbani «all'epoca commissario politico della divisione partigiana "Gin Bevilacqua", che dichiara sui giornali locali: "Sono sceso a Savona proprio quel giorno ma non sapevo di questo episodio che merita di certo un approfondimento negli archivi. Non sarebbe un caso isolato. Venivamo da una guerra civile in cui era successo veramente di tutto"[4]. Che sia un primo passo verso la verità storica e la pacificazione nazionale? Francamente lo dubito. Certa gente è ancora troppo affetta da “fascistofobia” per poter aprire gli occhi e per riconsiderare la propria posizione. Temo che non riuscirà mai a dare un giudizio sereno ed imparziale, nonché depurato da contenuti ideologici. Ma il fatto che di queste vicende inizi a trovarsi traccia negli archivi è già un buon segnale. Ovviamente non per i seguaci della Resistenza. Loro sono ancora convinti di aver liberato l’Italia e di averlo fatto in maniera eroica e pacifica. Lasciamoli ancora sognare; l’ora del risveglio sta arrivando, anche se con un po’ di ritardo.
Roberto Marzola.

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