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FrenchTroopsMali

 

I perché della trappola africana in cui ci siamo cacciati dietro alla Francia

 

La Francia si è impantanata nel Mali e noi siamo entrati a ruota in guerra alla chetichella.

Il Mali, dove si sostiene che esista la democrazia più riuscita dell’Africa, è ricco di uranio e di gas, nonché confinante con i giacimenti di gas del Niger, ed è, come avviene per molti altri Paesi del Continente Nero, sotto il protettorato comune e concorrenziale di Francia e Stati Uniti.

Ma è anche preda ambita della Cina e dell’imperialismo esercitato per vie religiose dall’Arabia Saudita, che è sì la principale alleata degli Usa ma è anche una partner cinese, ed arma e inquadra Al Qaeda.

In quel teatro tutti questi giocatori, in modo più o meno diretto, animano l’attuale partita.

I francesi vorrebbero mantenervi l’influenza, la Cina vuole dilagarvi alla chetichella, l’Arabia Saudita vi esercita il proprio Risiko e gli Usa fanno il doppio gioco nell’intento nemmeno mascherato di mettere tutti contro tutti e di rendere quanto più instabile si possa ogni luogo di traffici energetici e/o di stupefacenti, sia perché l’instabilità consente alle mafie (e quindi agli apparati istituzionali americani) di muoversi meglio, sia perché l’insicurezza fa levitare i prezzi e dunque i guadagni criminali.

Solo se teniamo conto di ciò capiamo cos’è accaduto e cosa accade nel Mali.

 

Una democrazia compiuta, dicevamo; in effetti la più credibile democrazia in Africa era precisamente questo: una discarica di corruzione come solo le democrazie sanno esserlo. Ora la guida un un presidente ad Interim.

Nell’intento ufficiale di assicurare la sicurezza a questa democrazia africana, le forze speciali statunitensi hanno addestrato un corpo ufficiali indigeno specializzato che, “improvvisamente” è però passato per buoni tre quarti alla guerriglia jihadista portando con sé milleseicento uomini, ovvero un quarto del totale degli effettivi degli insorti.

Ufficialmente gli Usa si fingono traditi e sostengono tiepidamente Parigi. Ma in Africa, come risulta da fonti giornalistiche e universitarie sia anglofone che francofone europee, arabe e africane, tutti i governi sono sempre più restii a concedere basi agli americani perché, sostengono, “subito dopo arriva Al Qaeda”.

La Francia paga così il suo giocare col fuoco. Pur di estendere la sua influenza alla Libia non ha esitato ad allearsi con Al Qaeda tanto lì quanto in Egitto e in Siria.

Ed ora se la ritrova contro in Mali e di fatto si ritrova contro anche il suo alleato americano, sotto la cui ala protettiva si era posta da qualche anno, ovvero da quando il tradimento di Sarkozy mise fine alla linea gollista e riportò i transalpini nella Nato, privandoli di autonomia e d’indipendenza.

Vista la situazione di scoramento d’immagine in cui versa Hollande che fino ad ora ha tradito ogni impegno preso con l’elettorato l’inquilino dell’Eliseo avrà probabilmente pensato di recuperare terreno con una prova muscolare all’insegna dello “spendi uno e prendi tre”.

Ironia della sorte: le armi con cui gli jihadisti tirano gù i francesi se le sono procurate dal patrimonio libico, quello che è stato distribuito tra le bande d’invasori subito dopo l’invasione promossa da Sarkozy e dall’identitario biblico BH Lévy.

La guerriglia in Mali del resto era iniziata ad opera dei Tuareg al servizio di Gheddafi che poi scaricarono. Ed oggi quella guerriglia anti-francese si rivolge contro gli stessi voltagabbana del deserto.

 

In quanto agli italiani che ci stanno a fare, ovviamente con il beneplacito americano, in questo vespaio?

Del tutto incuranti del fatto che le “primavere arabe” sono state mosse sia in Libia, sia in Egitto, sia in Tunisia, contro di noi e che la Francia ci ha letteralmente pugnalati, ci schieriamo al suo fianco su di un campo minato.

Certamente tra intelligence al servizio degli stranieri, organismi servili e fetenzie varie che manderemo nel ginepraio, pensiamo, o meglio alcuni pensano, di strappare ingenti guadagni. Insomma interessi privati in esercizio pubblico.

L’italietta dei lustrascarpe ha altri obiettivi?

Forse ce n’è uno che speriamo sia solo un nostro fantasma.

Visto che a dirigere questo Paese sono ancora in buona misura strutture e uomini della strategia stragista, non vorremmo che abbiano già in conto che, per trascinarci più oltre nel Piano Morgentahu di controllo capillare, di depauperamento, di saccheggio e di disarticolazione, stimino esserci necessità di un’ondata di Terrore.

Se così fosse, si fornirebbe ad Al Qaeda – o più probabilmente alle strutture operative dei servizi segreti delle potenze atlantiste che colpirebbero in suo nome – un ottimo pretesto per compiere massacri in Italia e per spiegare le  ragioni per le quali dovremo non più solo inginocchiarci ma letteralmente strisciare dietro a quelli che ci toglieranno tutto: beni, entusiasmo, libertà, futuro, dignità.

E ameremo il Grande Fratello.

 

Fonte: ICTUMZONE

 

 

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