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zzzzzzzzzzzMussolinidi Gianni Fraschetti -

 

Marco Panella e' un mio amico, un ragazzo dalla intelligenza  e dalla sensibilita' vivaci e straordinarie, come dimostra anche nell' articolo che segue e che ho trovato frugando tra le sue cose in Facebook. Raramente mi e' capitato di leggere ultimemente una analisi cosi' lucida, cosi' anatomicamente precisa della condizione attuale di noi, figli di una destra ( uso questo termine per comodita') che si e' perduta, orfani di un padre che non abbiamo piu', usciti da quella casa pieni di speranze ma perduti poi per le strade di un mondo che e' ben diverso da quanto immaginavamo. Ha ragione Marco...abbiamo perduto una grande occasione, siamo rimasti a bivaccare nella pancia di quel maledetto cavallo. E Marco ha di nuovo ragione  quando afferma che il Fascismo alla fine aveva vinto quando le generazioni da lui educate avevano ricostruito un' Italia distrutta dalla guerra. generazioni che non temevano di tirare la cinghia e di rivoltare anche due volte vestiti e cappostti pur di acsendere ad una condizione migliore e piu' gratificante. Quelle generazioni ci salvarono, quelle figlie del '68 ci hanno poi distrutto. Vi lascio alla lettura delle riflessioni di Marco Panella con la preghiera di diffondere questo articolo ovunque, merita di essere letto e meditato a fondo. Non solo da chi e' di destra.

 

Itaca o Troia. La metafora delle rovine.

 

Ho seguito con grande interesse il dibattito aperto dall’articolo di Marcello Veneziani su Il Secolo, e con grande interesse ho letto gli interventi che ne sono seguiti su varie testate.

Vi ho trovato analisi lucide, citazioni audaci, consapevolezze amare, passioni sopite e disincanto, lacrime agli occhi sul tempo passato e spesso perduto, su quello che si è stati, su quello che abbiamo immaginato di essere e su quello che non siamo diventati.

Storie personali intrecciate nella vita politica, pezzi di storia e di verità della destra italiana dal tempo del secondo dopoguerra sino a quello della grande crisi.

Ottime considerazioni, moltissime, e qualche pulpito nei confronti del quale nutro più di un leggero dubbio, in particolare se visto alla luce dei ruoli giocati nei venti anni dell’epopea berlusconiana, con il senno delle opportunità possibili e non colte, forse non capite, di certo difficilmente ripetibili.

Metafore suggestive, il tempo degli Eroi e degli Dei, l’epica, la sfida, il duello, la gloria, la sconfitta, la tragedia, il ritorno, l’avventura.

Grandi emozioni e passioni vitali.

Bello. Molto bello. Tranne un particolare. Un particolare fondante, però.

Il filo conduttore delle tesi contrapposte: andare, tornare, rimanere.

Bene. Ma dove?

Lo sguardo che poteva cogliere un panorama ampio e scegliere vette ardite se non inaccessibili, si è infine rigirato su se stesso, si è retroflesso ancora una volta ed ha cercato nelle rovine del passato la forza e le ragioni per addentrarsi nella critica del presente.

Eccolo il peccato originale del pensiero postfascista, della destra non destra, dell’oltredestra o come dir si voglia.

Non la visione del futuro si è cercata, ma si è puntato lo sguardo su un passato quasi onirico nella sua sovrapposizione tra storia e mito, irraggiungibile ma, al tempo stesso, fatalmente consolatorio: Itaca e Troia, in questo caso.

Zarathustra parlava per enigmi ma, tant’è, teniamoci pur strette le nostre metafore.

Visto, però, che la metafora diventa simbolo e porta con sé significati profondi, personalmente, avrei preferito uno sguardo ardito sull’immaginario del futuro.

Avrei preferito metafore animate con le atmosfere di Perelandra di C.S. Lewis o le suggestioni dei Cristalli Sognanti di Theodore Sturgeon, raccontate con il taglio pungente delle Cronache Marziane di Ray Bradbury,  articolate intorno alle tre leggi della robotica di Isaac Asimov, avviluppate nei percorsi pericolosi e fantastici in bilico tra finzione e realtà di Philip Dick.

Sognatori del futuro. Anticipatori, quasi sempre.

Qualità preziosa per la politica, l’anticipazione, ma stranamente non coltivata, scarsamente ambita, difficilmente rintracciabile.

Eppure, a mio parere, volendo provare a definire in sintesi estrema, ricorrendo ad una sola parola, il Fascismo, non si potrebbe che sceglierne sempre una e una sola: originale.

Il Fascismo primigenio fu radicalmente originale: il caso, l’intelligenza, il destino, gli fecero elaborare una sua cosmogonia politica e, soprattutto, un suo impianto sociale, per i tempi innovativo sopra tutti.

Talmente guardava al futuro, il Fascismo, che il suo più grande risultato, quell’Uomo Nuovo che spesso tardò a dare segni di sé a Fascismo vivente, trovò invece compimento inaspettato e pieno nei  primi decenni della Repubblica, quando le generazioni cresciute negli anni venti e trenta – nel frattempo diventate politicamente democristiane, comuniste, socialiste e residualmente, se non altro per i numeri, missine - cambiarono l’Italia come mai avrebbero pensato di fare.

Con sacrificio, qualche tacita furbizia propria del carattere italico, amor di Patria e senso della famiglia, gli italiani degli anni cinquanta mangiavano carne una volta a settimana, mandavano i figli in colonia (oggi, con nome più conforme,  si chiamano campi scuola) e per farli studiare si rigiravano i cappotti e tiravano avanti.

Italiani cresciuti con il senso del dovere e del risparmio, proiettarono tutto se stessi verso il futuro dei propri figli, migliorandone la condizione e realizzando una migrazione sociale, tra classi, come non si era mai vista prima.

Futuro. Il pensiero fisso degli scrittori della letteratura d’anticipazione, appunto, così come degli italiani della ricostruzione e del boom economico.

Futuro, il cui termine, senso e significato, in via del tutto singolare e per qualche incomprensibile caso, ad un certo punto spariscono dal lessico politico della destra, tanto da non sfiorarne più nemmeno le sue metafore, e lasciamo perdere per carità assolutoria l’abuso dell’abbinamento con la parola libertà, sforzo vano di trovare nome e simbolo ad un movimento politico personalistico in prevedibile via di dissoluzione.

Capisco e condivido l’emozione di sentir suonare alle orecchie i nomi di Itaca e di Troia, di Achille e di Ettore. Come non potrei.

Ma non capisco, non capisco più e non perdono più, la mancanza di sguardo al futuro che queste metafore portano con sé.

E’ di visioni originali e proprie sui grandi temi del futuro, che abbiamo bisogno.

Vorrei che le metafore aiutassero a comprendere le grandi spinte del cambiamento, quelle leve che, consapevoli o meno che se ne possa essere, producono i loro effetti nonostante ed oltre la politica.

Vorrei sentire parlare di autosufficienza energetica senza confonderla con l’indipendenza energetica; vorrei sentire parlare di demografia, perché senza capirne non vedo come sia possibile costruire un sistema di welfare sostenibile per il prossimo futuro; vorrei sentire parlare di fabbisogno alimentare come questione di sicurezza nazionale, vista la crescita a dismisura dei prezzi agricoli sui mercati mondiali; vorrei sentire parlare di filiere industriali sostenibili e di economie urbane innovative che nelle nuove città stato, le megalopoli,  sembrano essere sempre più ispirate al principio cardine dell’economia castrense, l’autosufficienza, appunto; vorrei vedere linee di lungo corso per i nuovi modelli di conoscenza; vorrei sentire parlare di clima senza pensare automaticamente alla pubblicità dell’ultimo modello di condizionatore d’aria.

Vorrei sentire parlare di futuro, insomma.

Vorrei non assistere alla difficoltà insormontabile del tirare due passi dritti in avanti perchè troppo occupati a contemplare le tracce del percorso già fatto, speculandone finemente su forma, profondità, verso e direzione.

Vorrei vedere riconosciuto, nelle istituzioni elettive di ogni livello, il sacrosanto principio di responsabilità nei confronti delle generazioni future.

Vorrei parlare di 2050 per andare oltre l’orizzonte.

Parole? Può darsi.

Ma tra le svariate guerre perse da una destra fatalmente, forse antropologicamente, più ammaliata dalle liturgie a ricordo di eroiche sconfitte piuttosto che di luminose vittorie, c’è sicuramente la Guerra delle Parole, di cui si è smarrita affabulazione, padronanza, artificio e più che mai manipolazione.

Riappropriarsi del senso delle parole, per uscire dall’angolo del vocabolario, culturale prima che politico, dentro il quale siamo stati cacciati e dove qualcuno, ho l’impressione, si è anche trovato bene, doveva essere la prima grande sfida per la destra occasionalmente, ma ripetutamente, al governo.

Doveva, non lo è stata, ma può ancora essere.

E la Guerra delle Parole inizia dal Futuro e si combatte con un progetto politico asimmetrico e valoriale, fondato su un patto generazionale e destinato a portare nelle latitudini di questa politica, consapevolezze e basi di conoscenza rispetto ai grandi temi del prossimo vivere.

Conoscerli per governarli, per non doverli rincorrere, per non trovarsene superati.

Per dire e per fare questo non è necessario dichiararsi, per poi subito dopo distinguersene, o essere “di destra”. Probabilmente non c’è neanche bisogno di sentirsi “di destra” e non è necessario esibire patenti da militante della prima ora e sarebbe anzi opportuno eliminare la variabile geometrica dalle definizioni della politica.

E’ indispensabile, però, avere buone visioni, e la più o mena presunta appartenenza politica non le fornisce di default.

E’ necessario tagliare ponti e bruciare navi alle spalle, è necessario fare proprio il principio alchemico per eccellenza, il solve et coagula. E’ necessario parlare a tutti e con tutti.

Alcuni giorni fa, mentre camminavo, ho alzato gli occhi.

Ognuno ci pensi e sicuramente converrà che non lo facciamo quasi mai.

Quando camminiamo il più delle volte incrociamo persone invisibili, figurarsi alzare lo sguardo.

Ebbene, sul frontone di un palazzo romano dei primi del novecento, come usava allora, mi è venuta incontro agli occhi una scritta, un’esortazione, probabilmente un auspicio.

Navigare Necesse.

Allora, io direi basta.

Mettiamoci una pietra sopra, abbiamo poco da perdere.

Anche quando la destra “migliore” ha governato, possiamo dire con estrema onestà intellettuale che i risultati ottenuti sono stati quasi sempre dimenticabili.

Il cavallo di Troia delle vittorie berlusconiane non è stato usato, non è stato forse capito, certo è stato sprecato e se guerrieri c’erano, probabilmente si sono trovati bene nella pancia e lì son rimasti.

Avremmo però tutto da perdere e se ne dannerebbe ogni memoria se oggi, qui e adesso, non prendessimo una strada maestra da percorrere caricandoci sulle spalle il futuro dei nostri figli.

Non è una contraddizione in termini, è soltanto l’unica possibilità che abbiamo.

Oggi è molto in auge convocare gli Stati Generali di più o meno qualunque cosa.

Per diverse ragioni, sono termini che non mi fanno impazzire.

Ma se questo è il linguaggio di oggi e se queste sono le parole comprensibili, allora usiamole e convochiamo gli Stati Generali del Futuro.

E come dicono i bambini quando fanno terribilmente sul serio, chi vuole giocare metta il dito qui sotto.

 

Marco Panella

 

 

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