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Militari Siria

Il sito di intelligence israeliana Debkafile ha rivelato oggi che l’intervento militare in Siria si sta già preparando a Washington, Parigi, Roma, Londra e Ankara. La decisione definitiva spetterebbe a Obama, che sarebbe in attesa di vagliare un piano operativo dettagliato del Pentagono e di ascoltare gli ‘umori’ che gli riporterà la Clinton durante il primo vertice degli ‘Amici della Siria’ in programma domani a Tunisi.

Gli 80 Paesi che si riuniranno nella capitale tunisina affronteranno ufficialmente tre questioni all’ordine del giorno: l’aumento (o la creazione) di un canale per trasferire aiuti umanitari in Siria, il sostegno al Consiglio Nazionale Siriano (CNS) in vista di un piano di transizione post-Assad e il coordinamento di sanzioni per indebolire il regime di Damasco. A margine dell’ufficialità, vi sarà con tutta probabilità un serrato confronto tra i vari attori per valutare l’opzione dell’intervento armato.

Quello di Tunisi è un appuntamento particolarmente sentito anche dalla diplomazia italiana, che sarà presente con il ministro degli Esteri Giulio TerziTerzi ha ribadito in più di un’occasione l’impegno italiano per una soluzione della crisi in Siria, anche se l’unica opzione che pare essere stata presa in considerazione è quella del sostegno alle misure dell’ONU, dell’Unione Europea e della Lega Araba per una soluzione politica e pacifica della crisi siriana. Questo il messaggio del titolare degli Esteri ospite a Francoforte presso la sede del Frankfurter Allgemeine Zeitung in occasione di un incontro promosso dalla DGAP, think tank specializzato nello studio della politica estera tedesca.

Le dichiarazioni ‘politically correct’ di Roma hanno seguito le orme di quelle dei più importanti alleati occidentali. Eppure le ultime settimane di guerra civile in Siria hanno rimescolato le carte in tavola.

La prima variabile impazzita è stata l’infiltrazione di al-Qaeda attraverso il confine iracheno (in particolare dalla provincia di Mosul) e quello libanese, come ha denunciato in un’inchiesta l’inviato di al-Jazeera in Libano James Bays. Paradossalmente, da un giorno all’altro le forze di opposizione a Bashar al-Assad si sono trovate a combattere a braccetto con gli operativi di al-Qaeda. Da qui le perplessità legittime dei governi occidentali di trasferire armi ai ribelli siriani, che potrebbero finire nelle mani dei gruppi jihadisti. Uno scenario che potrebbe essere una pericolosa replica del disastro libico.

Il capo di Stato maggiore americano Martin Dempsey ha affermato recentemente come sia “prematuro” armare le opposizioni. Se l’affermazione fa storcere il naso a molti (prematuro forse non era il termine più appropriato), le ragioni dell’attendismo americano sono realichi si arma? Perché il CNS e l’Esercito Libero Siriano hanno visto i loro rapporti deteriorarsi e perché Arabia Saudita, Turchia e Stati Uniti sono probabilmente in disaccordo su chi deve essere il destinatario degli aiuti militari.

Il paradosso della situazione siriana pare stare proprio qui. Il livello più basso di coinvolgimento ‘internazionale’ è ormai cosa nota. Guido Olimpio sulle pagine del Corriere di oggi traccia un quadro tanto appassionante quanto ingarbugliato del mondo dei servizi di intelligence e dei sistemi di sorveglianza utilizzati dai grandi attori esterni alla Siria.

Gli Usa si affidano sia agli 007 che ai droni per sorvegliare e captare eventuali punti deboli o divisioni nell’establishment militare e politico di Damasco. Anche in Libia, i droni Global Hawks (non letali) erano stati utilizzati per le operazioni ISTAR, prima di essere affiancati ai letali Predator nel momento in cui la tensione era salita alle stelle. Israele ha sguinzagliato i suoi agenti e messo a disposizione una postazione per la guerra elettronica sul Monte Hermon (Golan). Anche la Turchia partecipa al Grande Gioco siriano con il suo apparato d’intelligence, il MIT. Immancabili poi i russi, che si sono reinventati insegnanti di tecniche di controterrorismo sullo stile ceceno, e gli iraniani che utilizzano le forze Quds per permettere la sopravvivenza del loro maggiore alleato nella regione.

L’escalation della tensione in Siria pare però come una scala monca di un piolo. Le condizioni che rendono improbabile e forse sconsigliabile la vendita di armi nel Paese potrebbero diventare la ragione principale di un rapido inasprimento delle posizioni occidentali nei confronti del regime di Damasco. Perché il piolo successivo a quello del coinvolgimento minimo di forze di intelligence potrebbe essere proprio l’intervento armato.

La goccia che ha fatto scatenare le reazioni furiose di Parigi, Londra e Washington è stata l’uccisione in Siria di due giornalisti in un attacco che sembra essere tutto fuorché casuale. Le vittime sono il fotoreporter francese Omir Ochlik e la corrispondente di guerra del Sunday Times Marie Colvin (americana di nascita ma inglese di adozione).

Difficile pensare che questi tre Paesi non siano pronti a valutare di rispondere ad Assad con una reazione più decisa: Sarkozy, com’è noto, si prepara ad affrontare la corsa alle presidenziali e dai tempi dell’intervento in Libia ha mostrato come le Primavere Arabe potessero essere uno strumento per riaffermare l’idea di una Francia che conta. Il governo di Cameron ha già mostrato di voler partecipare al gioco di Damasco: di due settimane fa le indiscrezioni che volevano le truppe britanniche già in territorio siriano (insieme a quelle qatarine). Per Washington, come spesso ultimamente accade, una nebbia strategica senza apparente soluzione.

Gli Stati Uniti hanno finora privilegiato il low profilehanno inviato degli operativi in Siria con il compito di organizzare le opposizioni e uscire dall’empasse sul ‘chi armare’. Il numero di questi esperti è però apparentemente troppo basso per incidere con efficacia sulle sorti del conflitto. Il rischio politico è che la Lega Araba e la Turchia non siano più disposte ad attendere che gli alleati si chiariscano le idee, e che decidano di intervenire più massicciamente nel conflitto siriano. Le priorità delle forze mediorientali non sono però le stesse che fanno capo agli interessi strategici americani (l’appoggio di al-Qaeda da parte dei sauditi è esemplificativo di questa discrepanza). Meglio per Obama un approccio nuovo, che abbracci (e che controlli) una dimensione militare che costringa Assad a riconsiderare unaexit strategy per sé stesso e per il suo regime. Questa necessità di non ‘subire’ il contesto siriano potrebbe spingere Washington a superare i suoi timori di un dopo-Assad dominato dalla Fratellanza Musulmana.

Le indiscrezioni di Debkafile trovano un possibile riscontro nella realtà delle cose in Siria. L’unica vera sorpresa è il potenziale coinvolgimento dell’Italia nei piani di azione militare contro Damasco. Un’azione per la verità possibile solo se all’interno di una cornice NATO (dato che l’ONU è bloccata per il doppio veto cinese e russo). Roma sta mostrando un’attenzione crescente verso la regione mediorientale del Levante, in particolare nei confronti del Libano, Paese il cui destino è sempre stato intrecciato a quello della Siria.

L’attivismo italiano nel Paese dei cedri è stato particolarmente intenso nelle ultime settimane: il 28 gennaio, alla presenza del ministro della Difesa Giampaolo di Paola, si è tenuta in Libano la cerimoniaper l’assunzione della guida della missione internazionale UNIFIL da parte del Generale Paolo Serra (su richiesta dell’ONU). Tre settimane dopo l’ambasciata italiana a Beirut donava 138 kit completi di cerca-mine digitali all’esercito libanese (per un valore di 500mila euro); di ieri infine la decisione del Senato di convertire in legge il decreto sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero per il 2012, che non ha scalfito l’impegno militare del Belpaese in Libano.

L’aumento dell’export italiano verso il Paese dei cedri nel corso del 2011 (un valore pari al 34% rispetto all’anno precedente) si affianca alla progressiva crescita dei rapporti italo-siriani nel corso dell’ultimo anno: tra i membri dell’UE, attualmente Roma è il secondo partner commerciale della Siria (con un portafoglio di circa 90 milioni di euro).

Difficile anticipare gli sviluppi del caos che sta andando in scena in Siria. Se la tensione sale rapidamente, sembra che gli oppositori di Assad non vogliano farsi trovare impreparati. Il ruolo dell’Italia, nel presente e futuro di Damasco, è ancora tutto da scrivere.

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