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colonelli

di Antonio Rapisarda   (riflessioni tra parentesi del Lupo Mannaro - L.M.)

 

Si sente, si legge, si capta che – dopo il disastro elettorale, l’implosione di tutta una classe dirigente e la sostanziale scomparsa della destra che esprime rappresentanza nelle istituzioni – alcuni ex colonnelli e luogotenenti di ciò che fu Alleanza nazionale abbiano intenzione di darsi appuntamento a breve per discutere dell’eventuale nascita di una “Cosa” di destra. “Cosa” che, a quanto si è capito, ancora una volta dovrebbe nascere senza alcun coinvolgimento della società, degli elettori, degli appartenenti. Figuriamoci dei fogli di informazione, delle piattaforme on line, delle associazioni e di ciò che rimane del mondo della cultura. Fin qui, oggettivamente, nessuna sorpresa. Lo ha spiegato alCorriere, con una sincerità disarmante, Italo Bocchino: «Chi vuole favorire questo processo di riunione lo faccia tacendo all’esterno, così si facilita l’operazione». Prossimamente, su questo, ci torneremo. (Io invece ci torno subito, Bocchino e' probabilmente, dopo Fini, il principale responsabile di quell'obbrobrio indegno che e'stato il FLI.  Un integralista della poltrona a tutti i costi, delle alleanze contro natura ed e' ormai un antifascista dichiarato, come Alemanno d'altronde. Lido sul quale e' approdato, insieme ad altri, durante le molteplici contorsioni trasformistiche.  Parliamo quindi di gente interessata solo a mettere il culo bene al caldo, a prescindere da ogni  considerazione di carattere morale ed etico. Pur di farlo sono disposti a tutto. E lo hanno ampiamente dimostrato. Bene, senza voler considerare altri corposi aspetti,  che pure ci sono, possiamo mai  ipotizzare di ricostruire il  nostro mondo con   personaggi che oramai sono delle vere puttane della politica. Puttane sputtanate e per di piu'  dichiaratamente antifasciste?  L.M.)

Il problema ulteriore nasce laddove le parole d’ordine con le quali questi intendono risollevare le sorti di questa destra in piena crisi di consenso e di identità, sono una riedizione (nemmeno aggiornata) di gran parte dei luoghi comuni che hanno imbalsamato la proposta politica storica del movimento nazionale nel momento in cui la storia gli ha offerto un ventennio di tempo per affermarsi. Ci sono alcuni termini,  ad esempio, che stanno rimbalzando sui quotidiani e che svelano – per dirla con Jung – l’archetipo negativo rispetto al quale molti di questi ex An restano intrappolati.

Partiamo proprio dai “colonnelli”. Definizione che ha rappresentato la nomenclatura dei figli della svolta di Fiuggi. Ebbene sul web non a caso girano già le parodie tratte dal film di Monicelli sulla fascinazione italiota per la Grecia del ’70 che viene storpiato in Non vogliamo i colonnelliIl messaggio che proviene proprio dai militanti è questo: repulsione per le dinamiche e i protagonisti che hanno portato il proprio partito a rimanere schiavo del correntismo, della frammentazione, di quel meccanismo che ha inteso la selezione in base alla fedeltà più che alla capacità. Una bocciatura senza mezzi termini, insomma, di ogni operazione che veda riproporre lo stesso schema che ha disarticolato An.  (A.n. pago' pesante pedaggio sia alla scarsa qualita', per non dire inesistente, della sua classe dirigente, sia all'errore marchiano di volere sommare pere, mele e banane. Ovvero, i missini con la loro tradizione social nazionale e la chiara visione dello stato etico, con  i liberal-liberisti, ossia una visione dell'economia conflittuale e senza regole, ed i cattolici, del tutto digiuni del concetto di interesse nazionale. Questa macedonia era instabile ed improponibile e non poteva che determinare quanto poi e' avvenuto. Berlusconi copre tutto lo spazio politico che va dalla vecchia DC, fino alla destra liberale e liberista. Resta l'estrema destra, o sinistra nazionale, quella che nessuno pare volere e che suscita espressioni di raccapriccio in certi palati omai avvezzi al caviale e champagne. Non hanno voglia, evidentemente, di riprendere a sfondarsi le suole delle scarpe tra la gente, facendo apostolato politico.. Eppure in tutta Europa, con le nostre idee, ci si fanno percentuali a due cifre ed ancor piu' se ne faranno in futuro ... L.M.)

Un altro termine da bandire, a dire il vero, è ad uso giornalistico. Questa storia della “Cosa nera”, in effetti, non si può davvero sentire. Al di là della semplificazione dei media è evidente come si tratti di un epiteto che nasconde di per sé un giudizio di valore. Una trappola linguistica da cui è necessario emanciparsi, perché indica un recinto buono buono per garantire le larghe intese permanenti. Una definizione, dunque, da rigettare assolutamente.

Altro evergreen è il termine “moderato”. Leggendo le motivazioni di alcuni degli animatori di questo reunion sarebbe questo l’idealtipo a cui si dovrebbe rivolgere una formazione a vocazione nazionale: una massa (ne siamo sicuri?) indistinta (questo è certo) di moderati che abbia paura di cosa? Dei grillini? Dei comunisti alla Enrico Letta? In realtà rivolgersi a un presunto blocco sociale della “conservazione” in un momento di crisi proprio del ceto medio è solo nostalgia di argomenti maccartisti che certificano un vocabolario datato, precisamente all’inizio anni ’90 tanto per capirci. (Non solo, denota anche una preoccupante latitanza del cervello, organo propulsore delle idee. I morsi feroci della crisi spingeranno gli italiani alla disperazione, demolendo quel che resta del blocco sociale della conservazione. Cosa mai ci potrebbe essere da conservare ?  Gli italiani vorranno solo cambiare. Tutto ed in maniera radicale. Eppure non e' difficile  da capire .....L.M.)

Stesso discorso, infine, per “liberale”. Non si capisce bene che cosa voglia dire. Nel momento in cui le ricette anticrisi vanno in tutt’altra direzione: si parla, ad esempio, di un rinnovato ruolo dello Stato nella preservazione della grande industria (caso Ilva), della partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese sul modello tedesco, di rivedere l’impianto delle leggi che hanno precarizzato il lavoro, di bloccare la delocalizzazione delle aziende italiane. Rispetto a questo che fanno i nostri? Invocano una destra “liberale”. Anche qui un’agenda vecchia di vent’anni, quando tutto un mondo abbandonò la Carta del lavoro per innamorarsi – senza capirla – della deregulationMa si sa l’inglese faceva fare bella figura ai tempi. E pessima politica.  

 Sarebbe questo, allora, l’armamentario ideologico di questa rifondazione? Un vocabolario scongelato?

(Infatti, l'errore dal quale dovremmo rifuggire piu' che da ogni altro e' quello di chiuderci nel solito ghetto, orrendamente definito e chiuso dai termini: cattolico, moderato liberale. Non rappresentano le parole d'ordine per accedere al futuro. Noi non dobbiamo avere paura delle idee e, grazie a Dio, nella nostra tradizione politica e nella nostra storia siamo pieni di idee. Basta ridefinirle, magari aggiornando l'etichetta, e saremmo pronti a sfidare il mondo intero sul piano della proposta politica, economica e sociale. Invece no. Dio ce ne scampi da certe tentazioni, almeno secondo certa gente, per la quale  la destra puo' essere solo un accrocco strano. Una via di mezzo tra una associazione di sceriffi in pensione, tutta legge ed ordine, una congrega di  attempati chierichetti ed una formazione neocon volta solo alla conservazione dei privilegi, per chi ce li ha, ovviamente. Non ci sara' un domani se non ci liberemo di queste ciarpame e degli zombie che, pur di sopravvivere, lo spacciano come la chiave magica per interpretare il futuro...L.M.)

 

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