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F-16 Israeliano | Foto di: Israel Defense Forces | Flickr CC
F-16 Israeliano | Foto di: Israel Defense Forces | Flickr CC

Nel 2009, Donald Lu – alla guida della missione diplomatica americana a Baku – inviò un cablogramma a Foggy Bottom. Il titolo era “i rapporti riservati tra Israele e Azerbaigian”. Il memo, recentemente venuto a galla tra i leaks diffusi dallo scaltro Julian Assange, riportava le parole del Presidente azero llham Aliyev secondo cui le relazioni tra Baku e Gerusalemme erano come un iceberg, il 90% del quale era in sostanza “sommerso”.

Secondo quanto scrive Mark Perry su Foreign Policy, numerose fonti del Pentagono riferiscono la paura e il sospetto americano che la parte “sommersa” delle relazioni odierne tra Baku e Gerusalemme riguardi la cooperazione in ambito di sicurezza militare. Molti ufficiali dell’intelligence sostengono che grazie a questa “special relationship” oggi Israele avrebbe guadagnato l’accesso ad una base aerea azera per scopi non meglio precisati. Qualche analista si spinge oltre: “Israele ha guadagnato una nuova base aerea, questa base si chiama Azerbaigian”.

Gli scenari elaborati sino ad oggi dal Pentagono su un’eventuale escalation militare innescata da unostrike preventivo di Gerusalemme per arrestare l’arricchimento dell’uranio iraniano sono, con la nuova pista azera, carta straccia.

Se lo strike sulle centrali atomiche degli ayatollah farà scalo a Sitalcay – aeroporto situato a 40 km a nord est di Baku e a circa 30 miglia dai confini con l’Iran – i nuovi scenari di crisi regionale coinvolgerebbero gioco-forza anche il Caucaso. S’innescherebbe così un effetto domino che, oltrepassando i Paesi che si affacciano sul Golfo Persico, coinvolgerebbe nei fragili equilibri regionali anche le aggrovigliate dispute territoriali attorno al Nagorno Karabakh (conteso da Baku all’Armenia) e le dispute energetiche attorno alla Baku-Tbilisi-Ceyhan.

Senza considerare la Turchia. Ankara, player regionale di un certo peso, non starà certo a guardare l’Israeli Air Force attaccare un alleato (l’Iran), utilizzando un Paese che ritiene parte di quella che il politologo Huntington avrebbe definito senza riserve la propria “civiltà”.

Sino ad oggi le sicurezze americane poggiavano sulla presunta incapacità delle forze aeree israeliane di coprire i 2200 chilometri che separano Gerusalemme dalle centrali nucleari senza effettuare scali o rifornimenti in volo. Mancavano le capabilities per un attacco e Washington ha irritato più di una volta Ehud Barak e Netanyahu che reclamavano il sostegno militare americano. Le capacità di trasportare armamenti efficaci da parte degli F-15 e F-16 israeliani è indirettamente proporzionale alla distanza che dovranno coprire. Di questo al Pentagono sono sempre stati convinti.

Vi sono illustri pareri contrari in merito, come quelli di Toukan e Cordesman del Center for Strategic and International Studies. Queste tesi mostrano efficacemente come le capacità balistiche israeliane siano efficaci per portare a termine, grazie ai caccia, un piano di contro-proliferazione nucleare che metta in ginocchio gli Ayatollah. Ma la questione non è centrale e al di là delle dispute l’accesso alle basi azere resta cruciale per Israele.

Le basi aeree potrebbero servire come punti d’appoggio per ricognizioni “search and rescue” nei giorni prima dello strike, come avamposti per l’installazione di postazioni di ascolto elettronico, oppure potrebbero ospitare sofisticati droni da utilizzare per missioni che gli analisti classificano come dirty. Si tratterebbe del sorvolo e della bonifica di ambienti estremi, interdetti all’accesso umano a seguito di possibili incidenti nucleari o eventuali rappresaglie con armi chimiche o biologiche. Uno scenario che in pochi si sentono di escludere.

Nel 2010 un’esercitazione congiunta tra Romania e Israele simulò uno scenario di possibile attacco allefacilities nucleari iraniane in Grecia. Dopo lo strike dell’aviazione, commando tattici addestrati in precedenza nelle montagne della Transilvania si sarebbero dovuti paracadutare nelle centrali per prenderne il controllo. Esattamente quello che potrebbe avvenire grazie alla base dismessa dai sovietici di Sitalcay, oggi in uso a Baku e in subappalto a Gerusalemme. Ha pochi dubbi Sam Gardiner, ex Generale dell’US Air Force: “that would be the place”.

Nella parte “emersa” delle relazioni tra Baku e Gerusalemme tutti si affrettano a negare la reale natura della partnership. Nel corso di una recente visita a Teheran, il ministro della Difesa azero ha dichiarato: “La Repubblica dell’Azerbaigian, come sempre in passato, non permetterà a nessun Paese di avvantaggiarsi per via di terra, aria o mare contro l’Iran che consideriamo un Paese amico.

Un analista americano che si occupa da molto tempo di proliferazione nucleare in Medio Oriente ha dichiarato a Foreign Policy: “stiamo controllando quello che fa l’Iran da vicino, ma stiamo controllando anche le mosse di Israele in Azerbaigian e non siamo per niente felici a riguardo”.

Secondo il Military Balance del 2011, l’Azerbaigian disporrebbe di numerose basi dismesse dai sovietici con la caduta dell’URSS, cui oggi Israele avrebbe ottenuto accesso grazie ad una serie di accordi sottotraccia.

Nel 2006 il Generale israeliano Oded Tira rese pubblica per la prima volta l’opzione azera, lamentando un certo lassismo dell’amministrazione Bush sulla questione del nucleare iraniano. “Da parte nostra – affermava Tira – ci coordineremo con l’Azerbaigian circa l’uso delle basi aeree sul territorio e ci muoveremo per sostenere la minoranza azera in Iran”. Il coordinamento di cui parlava Tira, oggi “emersa”, significa che un attacco non è certo, ma certamente più probabile.

Oggi Israele è il secondo consumatore di petrolio azero e gli accordi militari tra i due Paesi permettono a Baku di bypassare l’embargo imposto dall’OSCE a seguito di sei sanguinosi anni di guerra opaca con l’Armenia per il controllo del conteso Nagorko Karabach. Secondo Alexander Mourinson, analista del Tel Aviv Begin-Sadat Center for Strategic Studies, Baku avrebbe compiuto passi importanti in direzione di Gerusalemme.

L’Azerbaigian ha messo al bando gruppi terroristici riconducibili a Teheran, chiuso moschee e luoghi di culto che predicavano l’odio verso Israele. Gerusalemme avrebbe ringraziato con un accordo per la produzione di 60 droni (cancellando, allo stesso tempo, una analoga commessa militare di 150 miliardi di dollari con Ankara).

Alla Turchia non resta che guardare. Nel novembre 2011 i sistemi radar di Ankara intercettarono un drone Heron a sud di Adana. Nonostante le richieste di spiegazione di Erdogan, ad oggi non è arrivata alcuna risposta.

Le relazioni tra Baku e Gerusalemme s’inaugurano nel 1994 e sono insolitamente forti per un Paese musulmano. La Bezeq fornisce reti e griglie telefoniche all’Azerbaigian, la birra Maccabeer e i cellulari prodotti dalla divisione israeliana della Motorola invadono i mercati dell’alleato caucasico. Nel 1996 Ephraim Sneh, all’epoca ministro della Salute israeliano, mette il sigillo con una visita ufficiale sull’inedita alleanza che preoccupa oggi Teheran e Washington e irrita Ankara.

Dal 1997 al febbraio 2011,Netanyahu, Lieberman, Peres e altre delegazioni della Knesset visitano regolarmente Baku. Avi Lenmi, CEO della Israel’s Aeronautics Defense Systems ed ex ufficiale del Mossad, è l’uomo che durante la visita di Peres del 2009 prepara la strada per l’accordo sulla fornitura di droni.

Nel 2001 anche a Foggy Bottom cominciano ad osservare le mosse israeliane con un certo sospetto. L’israeliana Velbit System contratta con la Tibilisi Aerospace l’aggiornamento della flotta aerea ereditata dai sovietici, i fatiscenti SU-25 Scorpion, aerei da attacco terrestre ravvicinato. La Israel’s Elta System fornisce oggi supporto nella costruzione della TecSar, un sistema di riconoscimento satellitare in uso alle forze armate azere, mentre operativi dei servizi israeliani forniscono la scorta estera al Presidente azero.

Israele derubrica la cooperazione con l’Azerbaigian ad “ordinaria amministrazione”, sottolineando cheBaku è l’unico Paese musulmano a far sentire benvoluto Israele. Sneh si è spinto oltre: “l’Azerbaigian è un’icona di progresso e modernità nella regione caucasica”. I cablogrammi dell’ambasciatore americano a Baku riferiscono che il presidente Alyev sarebbe una sorta di Micheal Corleone caucasico. Segno che lo slancio di entusiasmo di Sneh nasconde altri validi motivi per incensare l’amicizia tra i due Paesi. Motivi perlopiù militari.

Gli analisti continuano a sostenere che “lanciare un attacco da Israele sarebbe un azzardo troppo grande per Israele”. Un’eventuale rappresaglia iraniana, qualora l’attacco israeliano partisse (o facesse scalo) a Baku, coinvolgerebbe inoltre anche l’Azerbaigian nell’escalation militare. Quali vantaggi ci sarebbero per il Paese caucasico?

E’ possibile che la pista azera sia un leaks circa i piani di attacco israeliani che molti sospettano l’amministrazione Obama orchestri ad arte per bruciare l’effetto sorpresa in mano a Gerusalemme. L’unica certezza è che da qualche tempo la leadership militare e politica israeliana osserva un inquietante silenzio circa l’attacco alle centrali. E’ successo altre volte, come prima di Osirak.

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