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Correva l’anno 1997, il comandante partigiano era calabrese ma i suoi uomini si erano battuti in Piemonte, intorno alla valle di Susa. Era una piccola armata mista, fatta di piemontesi e di “terroni” come il primo organizzatore dei ribelli, l’alpino abruzzese che li aveva raggruppati in montagna dopo l’8 settembre del ’43. Allora, i nemici che avevano di fronte erano due: fascisti e tedeschi. Ma quel giorno del ’97, il nemico divenne uno solo: l’esercito germanico. Le truppe della Repubblica Sociale Italiana furono semplicemente cancellate dalla memoria ufficiale. Italiani-contro? Guerra civile? Niente: colpo di spugna. Una storia troppo pericolosa da ricordare, dato che nell’aria spirava un altro “vento del Nord”, quello della secessione leghista. Meglio dunque fingere che la resistenza fosse stata solo una guerra contro un nemico esterno e non una feroce guerra civile, tanto bugia piu' bugia meno la storia della resistenzaera talmente incasinata e contraddittoria che non ne avrebbe certo risentito. Peccato che il massimo cerimoniere della penosa mistificazione fosse nientemeno che l’uomo del Colle, il presidente della Repubblica.

Un cerimoniale solenne, ossia il solito vasetto: i saluti di Oscar Luigi Scalfaro, le medaglie al valore distribuite a mazzi, il silenzio compunto di Piero Fassino – allora sottosegretario agli esteri – e le Umberto Bossinote dell’Inno di Mameli riproposte a distesa, all’infinito, per tutta la durata della melensa e  ridondante liturgia tricolore: teoricamente organizzata come omaggio  ai combattenti antifascisti, ma in pratica dedicata interamente alla sfida politica lanciata dai barbari “lumbard”. E loro, i partigiani?  Quel giorno furono costretti a fingere di essere sopravvissuti a tutt’un’altra Storia rispetto a quanto credevano di ricordare, popolata di soli nemici tedeschi. Masticando amaro, per aggirare lo sconcertante divieto imposto dal Quirinale, l’anziano comandante Giulio Nicoletta – originario di Crotone – davanti al sacrario partigiano di Forno di Coazze ricorse a una formula complicata e sinuosa, per spiegare l’avventura storica dei suoi uomini senza dire la verita', che avevano cioe'  rischiato la pelle e dato la vita per combattere contro due distinte categorie di avversari: i tedeschi occupanti, certo, ma anche contro altri italiani che non la pensavano affatto come loro.

Gremitissime, in quella occasione, le piazze delle valli. E foltissima anche la rappresentanza dei leghisti piemontesi – ancora incerti, all’epoca, se riconoscersi definitivamente “padani” come voleva la retorica del Capo o semplicemente italiani “incazzati” contro “Roma ladrona”. Nell’aria c’era ancora il terremoto di Tangentopoli, l' arma che era stata utilizzata per scardinare il sistema politico italiano,  disarcionare i padreterni di cinquant’anni di politica corrotta e subalterna e mettere in vendita l' Italia al miglior offerente.. Il Capo dei Barbari aveva sfoderato contro il “regime della partitocrazia” un’impudenza inaudita, da villano. Tutto si potevano aspettare, i ruspanti leghisti piemontesi, fuorché una tale paura da parte del massimo rappresentante dello Stato, pronto persino a distorcere la Storia, sacrificando la memoria degli eroi della sua  resistenza, pur di riscrivere – a modo suo – la genesi dell’ultima guerra all'  Oscar Luigi Scalfaroitaliana  da cui nacque la democrazia di De Gasperi e Ferruccio Parri, di Nenni e di Togliatti che trovo' poi la fine nelle torbide vicende di mani pulite.

Quasi metà dei militanti piemontesi della Lega Nord proveniva dalla sinistra: erano elettori del vecchio Pci, operai e impiegati, affascinati dalla carica etica di Enrico Berlinguer e dalla sua promessa di giustizia moralizzatrice. Scomparso Berlinguer, avevano cambiato bandiera per stanchezza, delusi dall’immobile palude romana. E avevano seguito con fede quasi religiosa il Capo dei Barbari, che – tra l’altro – aveva appena mandato a gambe all’aria il primo governo Berlusconi, col leggendario “ribaltone” che aveva detronizzato il Cavaliere pochi mesi dopo la sua roboante “discesa in campo”. C’era da fidarsi, del Capo? Che fosse un autocrate in odore di stalinismo non c’erano dubbi: lo sperimentarono centinaia di militanti e dirigenti piemontesi, cacciati dal partito come fastidiosi indesiderati, solo per aver firmato un documento che chiedeva maggiore democrazia interna. Anno dopo anno, la musica non è cambiata: il leader non ha fatto che arroccarsi, attorno alla corte berlusconiana con le sue “leggi ad personam”, fino al triste epilogo – anche giudiziario – del “cerchio magico”.

La Lega  è il più vecchio partito italiano, nato nell’agonia pentapartitica e sopravvissuto e cresciuto nella bufera di Tangentopoli che ha cambiato per sempre la geografia politica. Poi alleata con l' incidente di percosrso, con l' inmprevisto che aveva sconvolto i piani dei liquidatori d' Italia, quel Berlusconi, abile più di tutti a infilarsi nella breccia aperta da Mani Pulite nel muro del sistema e a ereditarne il comando come  uomo nuovo, esterno ed estraneo. 

La verità è che la Lega non c’era più da tempo e oggi ciò che ne resta affonda insieme con Bossi, il “capo barbaro” che agli inizi aveva un istinto politico fortissimo, un linguaggio basico dunque nuovo nella sua spregiudicatezza, un legame istintivo coi militanti, una pratica politica di estraneità al sistema politico declinante, dunque anche ai suoi vizi. Negli ultimi anni, il “cerchio magico” ha impedito che l’autonomia perduta dal Capo venisse recuperata ed esercitata dal partito, tenuto in minorità permanente, costretto a ricevere e ad ascoltare dai sacerdoti del “cerchio” la traduzione delle parole d’ordine del Capo, elevato (in realtà ridotto) da leader a totem, simbolo indebolito di se stesso Pontidaed il declino di Bossi arriva per via giudiziaria, nemesi perfetta dalla dirompente ascesa di tanti anni addietro. Esattamente come allora, il potere centrale è delegato a un anonimo governo “tecnico”, di cui la Lega Nord è fieramente all’opposizione. Unica opposizione che doveva sparire per aprire la strada al partito unico ed al Regime.  L’elettore medio della Lega vede rappresentata la propria paura della globalizzazione selvaggia, a cui i partiti principali non sanno dare risposte. E’ l’Italia spaurita dei territori, la confederazione delle campagne, i ceti popolari impauriti che si vedono scavalcati da poteri forti e non sindacabili, sempre pronti a ordinare operazioni colossali e oscure, come insegna il caso della Torino-Lione e la ribellione della valle di Susa. L’Europa misteriosa dei tecnocrati ed i dikat della Bce evocano scenari da incubo.  I leghisti piemontesi che assistettero quindici anni fa alla surreale parata tricolore celebrata da Scalfaro hanno potuto godersi nel 2011 le repliche offerte da Giorgio Napolitano, il king-maker di Mario Monti. Con una furbata all' italiana stanno cercando di liquidare l' unica forza popolare di opposizione ma ho il sospetto che stanno sortendo l' effetto contrario perche' molti italiani che certamente leghisti non sono avvertono distintamente la puzza di marcio che emana da questa ennesima porcheria e si preparano in cuor loro a battersi per  quello che era il grido di battaglia della Lega. La liberta'.

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