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marx-economydi Gianni Fraschetti -

 

Marx ha vinto ma il comunismo ha perso. Marx aveva previsto una minoranza sempre più ricca e ristretta e una maggioranza sempre più vasta e povera: la ricchezza concentrata in poche mani. Nel Manifesto prefigura profeticamente lo spirito della nostra epoca: «Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra e gli uomini sono finalmente costretti a osservare con occhio disincantato la propria posizione e i reciproci rapporti». Il marxismo è ormai prassi invasiva e pervasiva e funziona benissimo come il più potente anatema scagliato contro Dio e il sacro, la patria e il radicamento, la famiglia e i legami con la tradizione. Senza scardinare il sistema capitalistico, il marxismo si è realizzato nell’Occidente, traghettando la vecchia società cristiano-borghese al capitalismo nichilista e globale. La società dei consumi, dei desideri e dei mondi virtuali ha realizzato la definizione marxiana del comunismo: «il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente». Non sul piano collettivo, come pensava Marx, ma su quello individuale s’è realizzata l’utopia comunista. Non il comunismo, non l’abolizione dello Stato o della proprietà privata o delle disuguaglianze, ma l’individualismo di massa era il fine dichiarato nella “Ideologia tedesca”: la liberazione di ogni singolo individuo» dai limiti locali e nazionali, familiari e religiosi, economici e proprietari. La società capitalistica ha realizzato, seppur distorte, le promesse del marxismo: globalizzazione o internazionalismo senza patrie; uniformità, omologazione e livellamento universale; dominio del mercato e primato dell’economia; ateismo pratico e irreligione; primato dei rapporti materiali, pratici e utilitaristici e cancellazione di valori spirituali, morali e tradizionali; liberazione da ogni legame organico e naturale; società permissiva e liberazione da vincoli familiari e matrimoniali e, infine, il primato della prassi sul pensiero. Fallito come apparato repressivo a Est, il marxismo si è riciclato come radicalismo permissivo e liberismo economico a Ovest, dimenticando giustizia sociale e rifuggendo dal radicamento nel proletariato operaio. Il marxismo occidentale ha sconfitto il comunismo orientale. I nostri marxisti si sono convertiti allo spirito radical e liberal, all’individualismo, al mercato e alla liberazione sessuale, dismettendo e “de-localizzando” la liberazione sociale. Non più lotta di classe, ma antisessismo e antirazzismo; non più difesa egualitaria dei poveri, ma tutela prioritaria dei «diversi». Il marxismo, morto apparente, resta, sotto falso nome e falsa identità, come spirito dissolutivo della realtà e del suo senso, del sacro e del fondamento, dei principi e delle strutture su cui si è fondata la società tradizionale. Ma non e' questa l' unica incongruenza il capitalismo e l’immigrazione, ad esempio, sono le due facce della stessa medaglia: la destra liberale e affaristica e la sinistra umanitaria e globalizzata.

Fin dalle sue origini, il capitalismo ha rivelato una profonda affinità col nomadismo internazionale, già Adam Smith diceva che la vera patria del commerciante è quella dove può realizzare il massimo profitto. Prendere posizione a favore del principio del “lasciar fare, lasciar passare”, cioè della libera circolazione di uomini e merci, così come ha sempre fatto il capitalismo liberale, significa mantenere le frontiere spalancate. Dal punto di vista della Forma-Capitale, la Terra non è che un immenso mercato che la logica del profitto ha la vocazione di scoprire integralmente, impegnandosi in una perpetua fuga in avanti. Il capitalismo, come aveva ben visto Marx, elimina tutto ciò che ostacola questa fuga in avanti in quanto ostacolo da far sparire. In questa prospettiva, il ricorso all’immigrazione appare come un mezzo per mantenere bassi i salari e le conquiste sociali dei lavoratori autoctoni. È in questo senso che l’immigrazione costituisce “un’armata di riserva del capitale” bella e buona. Il paradosso è che molti avversari del capitalismo vorrebbero vedere continuare l’immigrazione, perché s’immaginano di trovare nella massa degli immigrati una sorta di “proletariato di ricambio ed in questo modo si chiude il cerchio tra queste due visioni dell' economia, dell' uomo e della vita stessa che si sono dimostrate sempre piu' complementari.

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