Se esistesse il “Manuale del Piccolo Dittatore” non c’è alcun dubbio che il suo primo capitolo sarebbe dedicato alla elencazione delle misure che un aspirante despota deve adottare per soffocare la democrazia ed imporre un regime dittatoriale. Noi non sappiamo se Monti abbia mai letto un manuale sull’argomento, ma è certo che il premier dimostra una inusitata dimestichezza su come un dittatore deve comportarsi per prendere in mano un Paese senza disporre del consenso popolare, ma potendo comunque contare sull’appoggio dei poteri forti, quello della grande finanza massonico-comunista europea, ora ulteriormente rafforzatasi con Hollande, e dell’area catto-comunista nostrana.
Un governo che fu teorizzato nel famoso convegno di Todi della scorsa estate, e non è per caso che ben tre tra quei convenuti a dissertare sulla “determinazione dei cattolici a contribuire al rilancio del Paese senza ricorrere alla fondazione di nuove formazioni politiche”, cioè Passera, Profumo e Riccardi siano poi diventati ministri nell’esecutivo golpista di Monti. Stando quindi alle regolette empiriche del Manuale, il punto primo stabilisce che un dittatore deve disfarsi del governo in carica democraticamente eletto: cosa fatta, operazione affidata in “outsourcing” alla componente comunista di quelli che lo appoggiano, a Napolitano in particolare, che ha congedato un governo che disponeva ancora di maggioranza parlamentare e che era stato impossibilitato a governare da lui stesso, dalla componente “catto” all’interno della maggioranza, capeggiata da Pisanu e Scajola, dalla componente comunista all’esterno di essa. Punto secondo, “eliminare” il capo dell’esecutivo esautorato: fatto.

Ora l’eliminazione in questione si presta in generale ad un’ampia gamma di soluzioni diverse, che vanno dall’omicidio all’esilio, dalla reclusione in carcere od alla esecuzione capitale dopo processi farsa, o nell’intimidazione del soggetto in modo da cauterizzarlo politicamente e renderlo innocuo ad vitam aeternam. Per Berlusconi è stata scelta quest’ultima soluzione, esteticamente preferibile ad una sanzione più sanguinaria sostenuta da Fini e Di Pietro, ma che avrebbe fatto storcere la bocca ai prelati dell’Alta Curia ed ai benpensanti del PD alla Renzi, alla Cucciari, alla Franceschini, suscitando qualche irritante distinguo da parte di Casini. Dopo essere stato schernito, infangato e denigrato agli occhi del mondo, Berlusconi ha finalmente capito che la “De Benedetti Demolitions, Ltd.” faceva sul serio solo dopo che s’è visto implicato in 35 procedimenti giudiziari, tutti molto pericolosi proprio perché tutti infondati, s’è visto depauperare il patrimonio di famiglia della bellezza di 560 milioni di euro e s’è visto minacciato nella propria attività imprenditoriale con il sequestro delle frequenze televisive già assegnatigli. Prima che gli togliessero il resto e mettessero i suoi figli in galera Berlusconi ha dovuto cedere, battendo in precipitosa ritirata dalla politica attiva e smettendo di raccontare barzellette per prendere atto della sua scomoda situazione.

Terzo punto del manuale, appropriarsi della stampa. Fatto. Questa è stata l’azione più semplice. Infatti, col suo governo Monti ha triplicato le tasse, ha fatto aumentare i disoccupati, il debito pubblico, i fallimenti di imprese, negozi e famiglie, fa sì che la gente si ammazzi, ha distrutto l’economia, ha creato stuoli di nuovi poveri e di sfollati sfrattati, senza che mai si sia levata una mezza protesta, una parvenza di critica sulla stampa nazionale per la quale, evidentemente, stabilire con chi sia stato a cena un premier costituisce argomento di maggiore rilevanza che non il sottolineare il fallimento totale di una classe dirigente, di una formula politica, di un governo. Punto quarto: assumere il controllo della TV di Stato e di quelle ad essa affiliate. Appena fatto, presa la Rai. Con un atto che lo stesso Monti ha definito “di forza” e, rivolgendosi ai politici sprezzante di ogni regola di democrazia, per avvertirli che “dovranno piegarsi, non possiamo più sottostare ai veti dei partiti” ha posto ai vertici della Rai Anna Maria Tarantola presidente, e Luigi Gubitosi Direttore Generale. Brutto segno quando il capo di un governo indica nei rappresentanti eletti dal popolo “gli ostacoli da eliminare sulla strada del governo”, come sempre avviene nelle migliori dittature. La Tarantola è una catto-bancaria che arriva da Bankitalia, la numero quattro della nomenklatura interna a quell’Istituto nel quale svolgeva il ruolo di vigilante della sfera creditizia nazionale. Brillantemente laureatasi alla Cattolica di Milano, è ovviamente sposata con un noto commercialista, Carlo Ronchi, molto accreditato negli ambienti della Curia meneghina, cosa che altrettanto ovviamente “non ha per niente influito sulla carriera della moglie”. Gubitosi è un altro bancario, ma c’era bisogno di dirlo?, che arriva da Bankamerica-Merrill Lynch, laureato in giurisprudenza con doppia specializzazione, una all’Insead di Fontainbleau, una alla London School of Economics. Che non abbiano alcuna esperienza per condurre il carrozzone pubblico radiotelevisivo non riveste alcuna importanza. Il loro ruolo è infatti limitato a gestire una Rai commissariata dal governo per sottrarla al controllo del CdA.

Non è un caso che contestualmente alla nomina dei vertici, Monti abbia anche disposto che il potere di firma dei suddetti venga esteso da 2,5 a 10 milioni di euro. Questo significa che solo per le iniziative di spesa superiori a 10 mln €, cioè mai, i vertici Rai saranno soggetti alla ratifica ed al vaglio del CdA per quanto decideranno di provvedere. Entro quella cifra potranno fare quello che parrà loro di fare. Bersani già gongola, perché è ovvio che il mancato controllo dei partiti sulla Rai riguarda tutti, ma non il PD. Per dare via libera a questa operazione, Bersani s’è infatti “accontentato” della promessa che in Rai sarà riservato un occhio di riguardo nel concedere visibilità alla sinistra in vista delle prossime politiche, nonché del controllo in esclusiva di qualche authority. Così, Mario Sebastiani viene spedito alla neocostituita Authority dei Trasporti (altro carrozzone, altre poltrone: i risparmi sui costi della politica secondo Monti). Sebastiani non è un bancario, però va bene lo stesso visto che è stato il consulente economico di tutti i ministri dei trasporti comunisti della storia d’Italia, cioè di Burlando, Treu e Bersani. Insomma un nome emerso non per l’appoggio della sinistra, ma per meriti professionali, Bersani mica c’entra niente. Poi c’è Marcello Cardani, designato a condurre la più delicata authority del momento, cioè quell’Agcom che dovrà gestire la riconfigurazione del settore delle telecomunicazioni, a cominciare dalla spinosissima questione del beauty contest delle frequenze, il cui malcelato obiettivo è quello di affondare il Gruppo Fininvest-Mediaset a favore delle TV proletarie, la neonata Rai-PD e la preesistente La7, con tutta la pletora delle TV locali schierate a sinistra, uno stato di necessità che assicura loro una tranquilla sopravvivenza. Anche in questo caso, il fatto che l’inquilino di Agcom sia del tutto inesperto per quel ruolo è inessenziale, visto che è amico personale di Monti, che era il suo maggiordomo a Bruxelles quando il premier era commissario alla libera concorrenza, e che garantisce al premier tranquillità ed ossequiosa obbedienza, senza nessuna rottura di scatole. Infine, va registrata la raffinatezza con la quale Monti ha regalato al PD anche l’authority per la Privacy. Infatti, Monti e Bersani hanno spedito in Privacy il pluri-trombato Antonello Soro, di professione dermatologo, sempre in attesa di “sistemazione” e del quale il segretario PD non trovava il modo di sbarazzarsi. Fatto. Soro è il più anziano di quelli approdati in Privacy, per cui è subito divenuto il presidente in pectore di quell’Authority, in attesa di divenirlo in modo effettivo alla faccia di Giovanna Bianchi Clerici, candidata di Lega e PdL, che dovrà limitarsi a fare tappezzeria. Una soluzione che ha indignato persino Prodi ed i suoi fidi delfini in PD Arturo Parisi e Sandra Zampa, che si sono detti schifati da questo comportamento attribuito alle pressioni di Franceschini, ed addirittura Di Pietro e Vendola che non hanno lesinato critiche per Monti e Bersani. Tutto ciò è avvenuto in netto contrasto con il profilo delle authority che “oltre ad essere istituite per lo svolgimento di funzioni di garanzia e di vigilanza sull’attuazione di valori costituzionali, sono caratterizzate in misura più o meno ampia dai connotati di indipendenza e di autonomia che le svincolano da qualsiasi riferimento al circuito dell’indirizzo politico”. Avendo il pieno controllo delle authorities, Bersani potrà fare nel Paese il buono ed il cattivo tempo, decidendo lui cosa si può e cosa non si può fare.

In altri termini, Monti fa il tecnico quando deve difendere le banche, mentre si affida totalmente al PD quando ci sono di mezzo questioni che non lo riguardano direttamente, ma che attengono alle clientele, all’affarismo ed alla corruttela politica. Ritornando al manuale, al quinto punto si elenca la necessità di un ferreo controllo sull’economia e la finanza. Fatto. In particolare, il governo sta svolgendo molto bene la sua Core Mission che è quella di salvaguardare il potere delle cosche finanziarie e di concedere alle banche la possibilità di fare gratis la ricapitalizzazione e la ri-patrimonalizzazione loro imposta dal summit bancario Basilea 3. Infatti, il prof varesino non ha battuto ciglio quando le banche italiane si sono appropriate dei miliardi, almeno 280, destinati da Bce alle imprese ed alle famiglie, che ripagheranno all’1 % dopo averci fatto sopra speculazioni al 7-8 % così di fatto ricapitalizzandosi gratis sulle spalle di chi lavora. Per l’economia il governo tiene sotto ricatto le imprese semplicemente mantenendo nei loro riguardi lo stato di insolvenza. A tal fine, ha varato quattro decreti che appesantiscono la burocrazia che così potrà entrare nel merito dei pagamenti, mandando a buon fine solo quelli verso le imprese degli amici, e degli amici degli amici, per lo più gravitanti indovinate un po’ su quale versante politico.

La corsa alla raccomandazione è già scattata ed il segnale di via è stato l’annuncio del governo di mettere a disposizione di questi pagamenti solo 20 dei 90 miliardi che la PA deve alle imprese. Una discriminazione che state certi non riguarderà le cooperative rosse, né aziende che finanziano i partiti di sinistra. Per completare la costruzione del regime catto-comunista e passare la mano al governo delle sinistre ora a Monti resta poco da fare. Una cosa è la concessione della cittadinanza italiana a tutti gli immigrati clandestini per costituire un cospicuo ed affidabile serbatoio di voti per la sinistra che le garantisca margini di sicurezza per la vittoria nelle elezioni da qui a 50anni. La seconda riguarda un’ulteriore cautela : hai visto mai che questi clandestini negli anni diventino imprenditori, professionisti o quant’altro per cui poi si mettono a votare per i centristi, o peggio ancora per la destra? Ecco quindi che occorre varare una legge elettorale che garantisca al PD di valorizzare i voti che gli sono garantiti nelle regioni rosse. In altri termini, una articolazione dei collegi elettorali che permetta loro di vincere con i soli voti delle regioni in cui hanno la maggioranza. Non ancora fatto, ma ci confermano che ci stanno lavorando sopra.