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parlamento-europeo.jpgdi Lupo Mannaro

 

Un paio di mesi fa  il parlamento europoide ha adottato – senza dibattito e in silenzio – due provvedimenti che fanno entrare i poteri della Troika nel cuore del «diritto» europeo. Per Troika, ricordiamo, si intendono le delegazioni di tecnici di tre istituzioni non-elette (la Banca Centrale Europea, della Commissione e del Fondo Monetario ) che vanno nei Paesi in difficoltà ad assicurarsi che essi applichino le politiche di rigore che sono state loro richieste in cambio di un «aiuto». Per «aiuti» si intendono dei prestiti con tassi d’interesse molto più alti rispetto a quelli a cui s’indebitano gli stati creditori – dunque sono «aiuti» che portano grassi profitti, di cui nessuno parla mai, alle banche creditrici (e allo Stato-creditore con capitale Berlino).

Con la fretta di chi capisce che deve essere più veloce della rivolta sociale, per mettere in gabbia gli europei, gli euro-deputati hanno passato due regolamenti che inchiavardano la gabbia in modo definitivo. Il cosiddetto «2-Pack», che dà in pratica il potere alla Commissione di pronunciarsi sui bilanci nazionali dei 17 Paesi (e non solo di quelli «aiutati»), con la possibilità di porre il veto a spese non gradite (prima poteva solo fare «raccomandazioni») e infliggere sanzioni agli Stati che non si adeguano.

Nella pratica, i governi dovranno i loro primi progetti di bilancio di previsione per l’anno seguente agli eurocrati della Commissione, entro il mese di aprile, prima di qualunque passaggio al parlamento nazionale. E gli eurocrati potranno esigere delle correzioni del progetto, prima che ci sia stato un voto su di esso.

Non è solo la cessione della sovranità alle oligarchie non elette. È la fissazione della politica europea nel neo-liberismo bancario, contro qualunque volontà futura ed eventuale del corpo elettorale. Quel che è peggio, i Due Pacchi scolpiscono nel bronzo dei trattati le politiche di austerità che, applicate da tre anni, si sono rivelate catastrofiche, e che persino il Fondo Monetario oggi mette in dubbio.

A questo punto, ci si domanda a che scopo le due camere italiote stanno votando per i loro presidenti. Perché mantenere due camere, fare elezioni e formare governi, quando è la Commissione eurocratica che ci governerà? Almeno risparmiamo.

E il bello è che i giornali della sinistra intelligente e lo stesso PD hanno presentato questo doppio pacco come «un primo importante passo verso il superamento della linea dell’austerità in favore della crescita»: così l’euro-pd Roberto Gualtieri. I tg parlano di una Merkel addolcita, che ci consentirà la famosa «crescita». In realtà, tutto quello che hanno ottenuto le sinistre è che la Commissione ha promesso di «avviare una riflessione» (sic) sulla possibilità di emettere eurobonds; e per l’Italia, un vago riconoscimento che «è giusto un uno spazio maggiore per gli investimenti pubblici»: così Bersani ha ottenuto lo «slargo» di cui farfuglia nella sua povera mente. Ma è solo a parole. La «riflessione» durerà fino al marzo 2014, quando ci saranno state le elezioni a Berlino, e i Due Pacchi entreranno pienamente in vigore, inchiodando i popoli alla croce: perché sia chiaro, gli ultimi provvedimenti «non possono essere migliorati e nemmeno addolciti, poiché fondamentalmente consistono nell’uccidere la spesa pubblica ingabbiandola in norme di bilancio strettissime, di cui solo la Commissione ha le chiavi». (Une décision grave au Parlement européen)

I due provvedimenti che confiscano quel che resta della sovranità popolare e nazionale sono stati varati col voto determinante di Verdi e Socialisti. Il che spinge dolorosamente l’autore francese di cui abbiamo dato le coordinate, un esponente dell’ultrasinistra, a chiedersi come abbiano potuto farlo «partiti vicini alle nostre lotte».

Le sinistre per il capitale

E’ la stessa domanda che molti si fanno: a che gioco giocano le sinistre? In Francia, se lo chiede un libro di Jean Claude Michéa (filosofo, un tempo aderente al Partito Comunista ) dal titolo significativo: Les mystères de la gauche: De l’idéal des Lumières au triomphe du capitalisme absolu, (Climats, mars 2013, 131 pagine). Interessante la tesi: socialismo e «sinistra» sono due posizioni diverse. Michéa evoca una (fantomatica?) storica «critica socialista della disgregazione dell’umanità in monadi di cui ciascuna ha un principio di vita particolare»; e per questo era anti-capitalista. La «sinistra», invece, intende come suo nemico «le forze del passato», «attaccate all’amore della terra e del mestiere», si pone in lotta contro «la reazione» come ad esempio «il ritorno alla famiglia patriarcale»; quindi, la sinistra attuale non fa che celebrare esclusivamente il culto delle trasgressioni morali e culturali, della mobilità obbligatoria; una «ideologia della pura libertà che egualizza tutto», e di cui il self-made man liberista, che non deve niente a nessuno e non vuol dipendere da nessuno, è il modello esemplare proposto. Le sinistre non vedono più, dei problemi che incontrano le società umane, che quelli dei «diritti». E lottano soltanto per il diritto di ciascuno a vivere come gli pare: ossia in pro dell’individualismo narcisistico. Michéa se la prende con i gauchistes parigini che «si mobilitano in ogni circostanza, possibilmente davanti alle telecamere del Sistema, per difendere il diritto liberalista di ogni monade isolata a darsi una vita particolare ed un fine particolare». Esempio?

«Diritto al matrimonio per tutti, diritto alla procreazione per tutti, diritto all’università per tutti, diritto al trapianto di cuore per tutti, diritto a vedere la Gioconda per tutti...», motteggia il philosophe, che conclude: «L’esito logico del matrimonio di sinistra è il matrimonio a Las Vegas».

Fa piacere che, almeno in Francia, un marxista (ex) giunga a capire con 50 anni di ritardo quel che aveva profetizzato da noi Augusto Del Noce: che il partito comunista sarebbe diventato il partito radicale di massa, subalterno al capitalismo consumista e finanziario. Magari potrebbe chiedersi cosa diventa uno come lui, «socialista» ma non «di sinistra» e che guarda con favore alle classi medie «attaccate all’amore della terra e al senso del mestiere»? Proviamo a pronunciare la parola: nazional-socialista?

I tempi non sono maturi. Diciamo: populismo. Piaccia o no, è la sola speranza residuale contro la chiusura della gabbia tecnocratica. Il che spiega perché lo Spiegel, il giornale dell’establishment tedesco (il solo che gode della gabbia euro), abbia sparato a palle incatenate contro Grillo: «L’uomo più pericoloso in Europa», e lo apparenti esplicitamente al Duce. (Green Facism: Beppe Grillo Is the Most Dangerous Man in Europe)

L’establishment teme il contagio del «populismo» italiano in Europa. Spiegel parla di «simpatie che Grillo gode in Germania» perché appare «vicino alla sinistra: molto del programma del Cinque Stelle si trova nelle piattaforme dei verdi e di Attac», ed esorta «le sinistre» a scorgere, sotto la pelle ecologista, il neo-fascista . Già è nato il partito «alternativa per la Germania» che propone l’uscita dall’euro. È piccolo, ma crescerà. In Olanda, una campagna di cittadini per rendere obbligatorio un referendum per ogni nuovo trasferimento di sovranità alle UE ha già raccolto 40 mila firme. Secondo un recente sondaggio, 64% degli olandesi vogliono questo referendum per sancire o respingere ogni nuova cessione di sovranità; e 65% (ancor di più dunque) sono comunque contro ogni ulteriore cessione. (Is the Netherlands heading for a referendum on Europe?)

È dunque una reazione di panico che ha spinto Jean-Claude Juncker, ex presidente dell’Eurogruppo, premier del paradiso fiscale Lussemburgo (e squadra-compasso europeista), a dire (sempre allo Spiegel) che in Europa possono svegliarsi da un momento all’altro «i demoni dormienti della guerra», e che secondo lui il 2013 è «il 1913», ossia un anno prima dell’attentato di Sarajevo che scatenò il primo gigantesco conflitto intra-europeo. (Europe still has 'sleeping war demons')

Anche allora, dice Juncker, «si pensava che in Europa una guerra non fosse più possibile; le grandi potenze erano così integrate economicamente che si pensava non potessero permettersi un conflitto militare». Poi , la lingua torna a battere dove il dente duole: «La campagna elettorale italiana è stata eccessivamente ostile alla Germania, e dunque anti-europea». Juncker non deflette però dalla rovinosa ricetta: i governi devono mantenere le politiche di austerità anche se impopolari. «Non si possono adottare politiche sbagliate solo perché si teme di non essere rieletti. I governanti devono essere responsabili del loro Paese e dell’Europa nel suo insieme».

Juncker mostra così che lui e l’eurocrazia dominante restano attaccati all’ideologia depassée da cui nacque la Comunità europea – dopo la seconda guerra mondiale, la conclusione dei vincitori americani fu che il bellicismo era pandemico in Europa, ed era dovuto agli Stati nazionali e ai loro nazionalisti: ragion per cui gli Stati dovevano essere spogliati della loro sovranità (e i banchieri, capeggiati dalla Lazard USA, diedero al loro fiduciario Jen Monnet il compito di distribuire i fondi del Piano Marshall in cambio di cessioni di sovranità). Ed ora che gli ideologi del 1948 si vedono in pericolo, e in pericolo gli interessi bancari che hanno servito per quasi 70 anni, non riescono ad immaginare nessun altro programma che la solita ricetta. E gridano al fascismo che torna, ai demoni bellici che si svegliano... come 70 anni fa. Sintomo impressionante dell’esaurimento intellettuale di questa classe.

Ciò che aumenta la loro pericolosità. Finché non adottano un’idea nuova, continueranno ad applicare la sola che hanno. E che ha già ridotto alla miseria la Grecia, e poi Portogallo, Irlanda, Spagna, Italia; dove stanno creando deserti de-industrializzati, disoccupazione di massa, di recessione-depressione, deflazione e – per giunta – l’aumento dei debiti pubblici che le loro «cure» pretendono di ridurre.

Peggio: hanno imposto le stesse misure a Lituania, Bulgaria, Romania e Ungheria: tagli salariali, riduzione dei benefici sociali, di scuole e ospedali, stroncando la possibile ripresa futura. Una vera africanizzazione dell’Europa del Sud e dell’Est. Siamo al punto che il patriarca ortodosso di Bulgaria, Neofit, ha fatto pubblico appello alla popolazione: smettete di suicidarvi (quattro si sono già dati fuoco per protesta contto miseria e corruzione). Ma gli eurocrati non vedono altra via che imporre il proseguimento dei programmi di austerità: una gelida, impersonale crudeltà che ricorda gli ideologi staliniani quando determinarono la morte per fame di 4-6 milioni di ucraini. Come diceva Solgenitsyn, l’uomo, preso per sé, tende a disgustarsi della propria crudeltà; ma è l’ideologia che gli dà la costanza per continuare a qualunque prezzo anche a torturare, uccidere, affamare e terrorizzare.

Così «salvano» Cipro

Naturalmente, la «purezza ideologica» non esclude, anzi, che i puri ideologici facciano en passant i loro affari. Si è visto nella decisione europea di finalmente «aiutare Cipro», in stato fallimentare: 10 miliardi di euro a gravissimo tasso d’interesse, e fra le contropartite, questa: un prelievo forzoso – una imposta, dicono – sui depositi bancari ciprioti, del 9,9% (del 6,7 sotto i 100 mila euro). Si saccheggiano i correntisti per salvare le banche creditrici. Quando si tratta del sacro capitalismo finanziario, anche la proprietà privata viene violata: purché sia dei piccoli. È stalinismo dei miliardari.

Guardate da Cipro la fine che farà il vostro conto corrente, cari italiani che temete di uscire dall’euro perché avete paura che i vostri risparmi vengano intaccati: i soccorritori europoidi scremeranno i vostri risparmi, come già stanno facendo ai ciprioti. Per adesso, si intascano il 10%. E a Cipro i bancomat sono obliterati, e gli sportelli bancari restano serrati almeno fino a martedì: hanno ancora i soldi in banca, i risparmiatori? E quando accadrà a voi e noi? (Ue, accordo per gli aiuti a Cipro. Tassa sui depositi bancari)

È appena il caso di ricordare che questa politica serve a precisi interessi: ai grandi creditori, anzitutto alle banche tedesche che hanno inondato dei loro surplus le nazioni che mettono oggi alla fame. Quando il sovra-indebitamento va troppo oltre, non ci sono che due uscite dalla crisi: l’inflazione (l’eutanasia dei rentiers secondo Keynes) oppure la ristrutturazione del debito (default parziale e concordato). Nell’uno e nell’altro caso, i creditori ne fanno le spese. Così ora si tenta a tutti i costi di imporre il rimborso del debito, con le suddette gabbie europee. Piccolo effetto collaterale: l’applicazione della cura provoca la recessione, anzi il collasso delle economie indebitate. E le banche, salvate a così caro prezzo, non fanno credito alle piccole medie imprese (soprattutto in Italia) aggravando la crisi. Le banche salvate dunque oggi non servono a nulla – tanto che in USA e Giappone si ventila l’idea che la Banca Centrale intervenga ad irrigare direttamente l’economia reale, scavalcando il sistema bancario. Ma da noi, ovviamente, il tema è tabù. Quando Grillo dice che «siamo già di fatto fuori dall’euro» viene aggredito dai politici, ma dice la pura verità. Sono loro che non ce la dicono.

Quanto agli europarlamentari, che abbiamo eletto noi (o i nostri partiti), il loro tradimento è più odioso. Ma anch’essi obbediscono a direttive, sia pur minime. Il budget europeo l’hanno votato perché da quel budget hanno scremato, per i loro rispettivi Stati, micro-tangenti a soddisfazione di qualche lobby casalinga. Si va dai 20 milioni ottenuti dal Lussemburgo per «sviluppo rurale» (sic: nel Paese-banca, l’agricoltura conta lo 0,3% del Pil) fino ai 200 milioni strappati dalla Francia per Mayotte, l’isolotto sulla costa africana a cui Parigi ha concesso lo status di territorio metropolitano francese: Mayotte ha 204 mila abitanti, di cui dunque ciascuno ha ricevuto quasi mille euro a spese dei contribuenti europei.

Per questi piatti di lenticchie i parlamentari ci hanno venduto la sovranità alle oligarchie creditizie. E tutto avviene a marce forzate, come se temessero di avere i giorni contati. Durante una seduta-maratona di 2 ore e mezzo, il Parlamento europeo ha varato oltre 100 emendamenti al patto agricolo (oggetto di miriadi di brame), Common Agricoltural Policy, fra cui la reintroduzione di sussidi diretti per i coltivatori di tabacco (un’altra lobby accontentata). La fretta è stata tanta, che il presidente della seduta, il greco Georgios Papastamkos, è crollato fisicamente ed ha dovuto essere rianimato da un medico. Martin Schulz, il notorio presidente dell’europarlamento, ha detto: «Dobbiamo trovare un’altra via in modo da non dover sedere qui per ore a votare – ad essere sinceri – a volte non sappiamo nemmeno per cosa».

 

 

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