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benito-mussolinidi Benito Mussolini

 

L'applauso col quale ieri sera avete accolto la lettura della mia dichiarazione mi ha fatto domandare stamane se valeva la pena di fare un discorso per illustrare un documento che è andato direttamente alle vostre intelligenze, ha interpretato le vostre convinzioni ed ha toccato la vostra sensibilità rivoluzionaria.

Tuttavia può interessare di sapere attraverso quale ordine di meditazione, di pensiero, io sia giunto alla formulazione della dichiarazione di ieri sera. Ma prima di tutto voglio fare un elogio di questa assemblea e compiacermi delle discussioni che si sono svolte.

Solo dei deficienti possono stupirsi che si siano determinate delle divergenze e che siano apparse delle sfumature. Tutto questo è inevitabile vorrei dire necessario.

Armonia è armonia, la cacofonia è un'altra cosa.

D'altra parte, discutendosi di un problema così delicato come l'attuale, è perfettamente logico ed inevitabile che ognuno porti non soltanto la sua preparazione dottrinale, non soltanto il suo stato d'animo, ma anche il suo temperamento personale.

Il più astratto dei filosofi, il più trascendente dei metafisici, non può del tutto ignorare né prescindere da quello che è il suo temperamento personale.

Ricorderete che il 16 ottobre dell'anno decimo, innanzi alle migliaia di gerarchi venuti a Roma per il decennale, a piazza Venezia, io domandai:

« Questa crisi che ci attanaglia da quattro anni - adesso siamo entrati nel quinto da un mese - è una crisi "nel" sistema o "del" sistema? ».

Domanda grave, domanda alla quale non si poteva rispondere immediatamente. Per rispondere è necessario riflettere, riflettere lungamente e documentarsi.

Oggi rispondo: la crisi è penetrata così profondamente nel sistema che è diventata una crisi del sistema.

Non è più un trauma, è una malattia costituzionale.

Oggi possiamo affermare che il modo di produzione capitalistica è superato e con esso la teoria del liberalismo economico che l'ha illustrato ed apologizzato.

Io voglio tracciarvi a grandi linee quella che è stata la storia del capitalismo nel secolo scorso, che potrebbe essere definito il secolo del capitalismo.

Ma prima di tutto, che cosa è il capitalismo?

Non bisogna fare una confusione tra capitalismo e borghesia.

La borghesia e un'altra cosa. La borghesia è come un modo di essere, che può essere grande e piccolo, eroico e filisteo.

Il capitalismo viceversa è un modo di produzione specifico, è un modo di produzione industriale.

Giunto alla sua più perfetta espressione, il capitalismo è un modo di produzione di massa per un consumo di massa, finanziato in massa attraverso l'emissione del capitale anonimo nazionale e internazionale. Il capitalismo è quindi industriale, e non ha avuto nel campo agricolo manifestazioni di grande portata.

Io distinguerei nella storia del capitalismo tre periodi: il periodo dinamico, il periodo statico, il periodo della decadenza.

Il periodo dinamico è quello che va dal 1830 al 1870. Coincide con la introduzione del telaio meccanico e con l'apparire della locomotiva. Sorge la fabbrica. La fabbrica è la tipica manifestazione del capitalismo industriale, è l'epoca dei grandi margini, e quindi la legge della libera concorrenza e la lotta di tutti contro tutti può giocare in pieno. Ci sono dei caduti e dei morti che poi la Croce Rossa raccoglierà. Anche in questo periodo ci sono delle crisi, ma sono crisi cicliche, non lunghe, non universali. Il capitalismo ha ancora tale vitalità e tale forza di ricupero che le può superare brillantemente.

È l'epoca nella quale Luigi Filippo grida: « Arricchitevi! ».

L'urbanesimo si sviluppa. Berlino, che faceva centomila abitanti all'inizio del secolo, raggiunge il milione; Parigi, da cinquecentosessantamila all'epoca della rivoluzione francese, va anch'essa verso il milione. Così dicasi di Londra e delle città d'oltre Atlantico. La selezione in questo primo periodo di vita del capitalismo è veramente operante. Ci sono anche delle guerre. Queste guerre non possono essere paragonate alla guerra mondiale che noi abbiamo vissuta. Sono guerre brevi. Quella italiana del 1848-1849 dura quattro mesi il primo anno, quattro giorni il secondo; quella del 1859 dura poche settimane. Altrettanto dicasi di quella del 1866. Né più lunghe sono le guerre prussiane. Quella del 1864 contro i Ducati di Danimarca dura pochi giorni, quella del 1866 contro l'Austria, che è la conseguenza della prima, dura pochi giorni e si conclude a Sadowa. Anche quella del 1870, che ha le tragiche giornate di Sedan, non dura più di due stagioni.

Queste guerre, oserei dire, eccitano in un certo senso l'economia delle nazioni, tanto è vero che appena otto anni dopo, nel 1878, la Francia è già nuovamente in piedi e può organizzare l'Esposizione universale, avvenimento che fece riflettere Bismarck.

Quello che accadde in America, non lo chiameremo eroico. Questa è parola che dobbiamo riservare alle vicende di ordine esclusivamente militare; ma è certo che la conquista del Far West è dura e fascinosa ed ha avuto i suoi rischi ed i suoi caduti, come una grande conquista.

Questo periodo dinamico del capitalismo dovrebbe essere compreso fra l'apparire della macchina a vapore e il taglio dell'istmo di Suez. Sono quarant'anni.

Durante questi quarant'anni lo Stato osserva, è assente e i teorici del liberalismo dicono: voi, Stato, avete un solo dovere, di far sì che la vostra esistenza non sia nemmeno avvertita nel settore dell'economia. Meglio governerete, quanto meno vi occuperete dei problemi di ordine economico.

L'economia quindi in tutte le sue manifestazioni è delimitata solo dal Codice Penale e dal Codice di Commercio. Ma dopo il 1870 questo periodo cambia. Non più la lotta per la vita, la libera concorrenza, la selezione del più forte. Si avvertono i primi sintomi della stanchezza e della deviazione del mondo capitalistico. S'inizia l'era dei cartelli, dei sindacati, dei consorzi, del trust.

Certamente io non mi indugerò perché voi possiate avvertire la differenza che passa fra questi quattro istituti. Le differenze non sono rilevanti, o quasi. Sono le differenze che passano fra le imposte e le tasse. Gli economisti non le hanno ancora definite. Ma il contribuente che va allo sportello trova che è completamente inutile discutere, perché o tassa o imposta egli deve pagare.

Non è vero, come ha detto un economista italiano dell'economia liberale, che l'economia «trustizzata», cartellata, sindacata, sia il risultato della guerra. No, perché il primo cartello carbonifero in Germania, sorto a Dortmund, è del 1879. Nel 1905, dieci anni prima che la guerra mondiale scoppiasse, in Germania si contavano sessantadue cartelli metallurgici. C'era un cartello della potassa nel 1904, un cartello dello zucchero nel 1903, dieci cartelli c'erano nell'industria vetraria.

Nel complesso, in quell'epoca, dai cinquecento ai settecento cartelli si dividevano in Germania il governo dell'industria e del commercio.

In Francia nel 1877 si costituisce l'Ufficio industriale di Longwy, che si occupava della metallurgia, nel 1888 quello del petrolio, nel 1881 tutte le Compagnie di assicurazione si erano già coalizzate.

Il cartello del ferro, in Austria, è del 1873; accanto ai cartelli nazionali si sviluppano quelli internazionali. Il sindacato delle fabbriche di bottiglie è del 1907. Quello delle fabbriche di vetri e specchi, che raccoglie francesi, inglesi, austriaci e italiani, è del 1909. I fabbricanti di rotaie ferroviarie si erano internazionalmente incartellati nel 1904. Il sindacato dello zinco nasce nel 1899. Vi risparmio una lettura noiosa di tutti i sindacati chimici, tessili, di navigazione, altri che si sono formati in questo periodo storico. Il cartello del nitrato tra inglesi e cileni è del 1901. Qui ho tutto l'elenco dei trusts nazionali ed internazionali, che vi risparmio.

Si può dire che non c'è settore della vita economica dei paesi di Europa e di America dove queste forze che caratterizzano il capitalismo non si siano formate.

Ma quale è la conseguenza? La fine della libera concorrenza.

Essendosi ristretti i margini, l'impresa capitalistica trova che piuttosto che lottare è meglio accordarsi, allearsi, fondersi per dividersi i mercati, e ripartirsi i profitti. La stessa legge della domanda e dell'offerta non è più un dogma perché attraverso i cartelli ed i trusts si può agire sulla domanda e sull'offerta; finalmente questa economia capitalistica coalizzata, « trustizzata », si rivolge allo Stato.

Che cosa gli chiede? La protezione doganale.

Il liberismo, che non è che un aspetto più vasto della dottrina del liberalismo economico, il liberismo viene colpito a morte. Difatti la nazione che per prima ha elevato delle barriere quasi insormontabili, è stata l'America. Oggi l'Inghilterra stessa, da alcuni anni a questa parte, ha rinnegato tutto quello che ormai sembrava tradizionale nella sua vita politica, economica e morale: e si è data ad un protezionismo sempre più forte.

Viene la guerra. Dopo la guerra e in conseguenza della guerra, l'impresa capitalistica si inflaziona. L'ordine di grandezza dell'impresa passa dal milione al miliardo. Le cosiddette costruzioni verticali, a vederle da lontano, danno l'idea del mostruoso e del babelico. Le stesse dimensioni dell'impresa superano la possibilità dell'uomo. Prima era lo spirito che aveva dominato la materia, ora è la materia che piega e soggioga lo spirito. Quello che era fisiologia diventa patologia, tutto diventa abnorme.

Due personaggi - poiché in tutte le vicende umane balzano all'orizzonte gli uomini rappresentativi - due personaggi possono essere identificati come i rappresentanti di questa situazione: Kreuger, il fiammiferaio svedese, e Insull, l'affarista americano.

Con quella verità brutale che è nel nostro costume di fascisti, aggiungiamo che anche in Italia ci sono state manifestazioni del genere: però, nel complesso, non sono arrivate a quelle cime. Giunto a questa fase, il supercapitalismo trae la sua ispirazione e la sua giustificazione da questa utopia: l'utopia dei consumi illimitati. L'ideale del supercapitalismo sarebbe la standardizzazione del genere umano dalla culla alla bara.

Il supercapitalismo vorrebbe che tutti gli uomini nascessero della stessa lunghezza, in modo che si potessero fare delle culle standardizzate; vorrebbe che i bambini desiderassero gli stessi giocattoli, che gli uomini andassero vestiti della stessa divisa, che leggessero tutti lo stesso libro, che fossero tutti degli stessi gusti al cinematografo, che tutti infine desiderassero una cosiddetta macchina utilitaria.

Questo non è un capriccio, ma è nella logica delle cose, perché solo in questo modo il supercapitalismo può fare i suoi piani.

Quando è che l'impresa capitalistica cessa di essere un fatto economico? Quando le sue dimensioni la conducono ad essere un fatto sociale.

È questo il momento preciso nel quale l'impresa capitalistica, quando si trova in difficoltà, si getta di piombo nelle braccia dello Stato.

È questo il momento in cui nasce e si rende sempre più necessario l'intervento dello Stato.

E coloro che lo ignoravano lo ricercano affannosamente.

Siamo a questo punto: che se in tutte le nazioni d'Europa lo Stato si addormentasse per ventiquattro ore, basterebbe tale parentesi per determinare un disastro. Ormai non c'è campo economico dove lo Stato non debba intervenire.

Se noi volessimo cedere per pura ipotesi a questo capitalismo dell'ultima ora, noi arriveremmo de plano al capitalismo di Stato, che non è altro che il socialismo di Stato rovesciato! Arriveremmo in un modo o nell'altro alla funzionarizzazione della economia nazionale!

Questa è la crisi del sistema capitalistico presa nel suo significato universale.

Ma per noi vi è una crisi specifica che ci riguarda particolarmente nella nostra qualità di italiani e di europei. C'è una crisi europea, tipicamente europea.

L'Europa non è più il continente che dirige la civiltà umana. Questa è la constatazione drammatica che gli uomini che hanno il dovere di pensare debbono fare a se stessi e agli altri. C'è stato un tempo in cui l'Europa dominava politicamente, spiritualmente, economicamente il mondo.

Lo dominava politicamente attraverso le sue istituzioni politiche.

Spiritualmente attraverso tutto ciò che l'Europa ha prodotto col suo spirito attraverso i secoli.

Economicamente perché era l'unico continente fortemente industrializzato.

Ma oltre Atlantico si è sviluppata la grande impresa industriale e capitalistica.

Nell'Estremo Oriente è il Giappone che, dopo aver preso contatto coll'Europa attraverso la guerra del 1905, avanza a grandi tappe verso l'Occidente.

Qui il problema è politico.

Parliamo di politica; perché anche questa assemblea è squisitamente politica.

L'Europa può ancora tentare di riprendere il timone della civiltà universale, se trova un minimum di unità politica.

Occorre seguire quelle che sono state le nostre costanti direttive. Questa intesa politica dell'Europa non può avvenire se prima non si sono riparate delle grandi ingiustizie. Siamo giunti ad un punto estremamente grave di questa situazione; la Società delle Nazioni ha perduto tutto quello che le poteva dare un significato politico ed una portata storica.

Intanto, quello stesso che l'aveva inventata non c'è entrato.

Sono assenti la Russia, gli Stati Uniti, il Giappone e la Germania.

Questa Società delle Nazioni è partita da uno di quei principi che, enunciati, sono bellissimi: ma considerati poi, anatomizzati, sezionati, si rivelano assurdi.

Quali altri atti diplomatici esistono che possano rimettere in contatto gli Stati?

Locarno?  Locarno è un'altra cosa. Locarno non ha niente a che vedere con il disarmo; di lì non si può passare.

Si è fatto in questi ultimi tempi un grande silenzio intorno al Patto a quattro. Nessuno ne parla, ma tutti ci pensano.

È appunto per questo che noi non intendiamo di riprendere iniziative o di precipitare i tempi di una situazione che dovrà logicamente e fatalmente maturare.

Domandiamoci ora: l'Italia è una nazione capitalistica? Vi siete mai posta questa domanda? Se per capitalismo si intende quell'insieme di usi, di costumi, di progressi tecnici ormai comuni a tutte le nazioni, si può dire che anche l'Italia è capitalista.

Ma se noi andiamo più addentro alle cose ed esaminiamo la situazione da un punto di vista statistico, cioè della massa delle diverse categorie economiche delle popolazioni, noi abbiamo allora i dati del problema che ci permettono di dire che l'Italia non è una nazione capitalista nel senso ormai corrente di questa parola.

Gli agricoltori conducenti terreno proprio alla data del 21 aprile 1931 sono 2.943.000, gli affittuari sono 850.000. I mezzadri e i coloni sono 1.631.000, gli altri agricoltori salariati, braccianti, giornalieri di campagna, sono 2.475.000. Totale della popolazione che è legata direttamente e immediatamente all'agricoltura 7.900.000.

Gli industriali sono 523.000, i commercianti 841.000, gli artigiani dipendenti e padroni 724.000, gli operai salariati 4.230.000, il personale di servizio e di fatica 849.000, le Forze Armate dello Stato 541.000, ivi comprese, naturalmente, anche le forze di Polizia, gli appartenenti alle professioni e arti libere 553.000, gli impiegati pubblici e privati 905.000. Totale di questo gruppo con l'altro 17.000.000.

I possidenti e benestanti non sono molti in Italia, sono 201.000; gli studenti sono 1.945.000, le donne attendenti la casa 11.244.000.

C'è poi una cifra che si riferisce ad altre condizioni non professionali: 1.295.000, cifra che può essere interpretata in varie maniere.

Voi vedete subito da questo quadro come l'economia della nazione italiana sia varia, sia complessa, e non possa essere definita attraverso un solo tipo, anche perché gli industriali che figurano con la cifra imponente di 523.000 sono quasi tutti industriali che hanno aziende di piccola e media grandezza. La piccola azienda va da un minimo di cinquanta operai ad un massimo di cinquecento. Dai cinquecento ai cinquemila o seimila vi è la media industria; al di sopra si va alla grande industria; e qualche volta si sbocca nel supercapitalismo. Questo specchietto vi dimostra anche come avesse torto Carlo Marx, il quale, seguendo i suoi schemi apocalittici, pretendeva che la società umana si potesse dividere in due classi nettamente distinte fra loro ed eternamente irriconciliabili.

L'Italia a mio avviso deve rimanere una nazione ad economia mista, con una forte agricoltura, che è la base di tutto, tanto è vero che quel piccolo risveglio delle industrie che si è verificato in questi ultimi tempi è dovuto, come è opinione unanime di coloro che se ne intendono, ai raccolti discreti dell'agricoltura in questi ultimi anni; una piccola e media industria sana, una banca che non faccia delle speculazioni, un commercio che adempia al suo insostituibile compito, che è quello di portare rapidamente e razionalmente le merci ai consumatori.

Nella dichiarazione che io ho presentata ieri sera, era definita la corporazione così come noi la intendiamo e la vogliamo creare, e sono definiti anche gli obiettivi. Vi è detto che la corporazione è fatta in vista dello sviluppo della ricchezza, della potenza politica e del benessere del popolo italiano. Questi tre elementi sono condizionati fra di loro.

La forza politica crea la ricchezza, e la ricchezza ingagliardisce a sua volta l'azione politica.

Vorrei richiamare la vostra attenzione su quanto è detto come obiettivo: il benessere del popolo italiano. È necessario che a un certo momento questi istituti che noi abbiamo creati siano sentiti e avvertiti direttamente dalle masse come strumenti attraverso i quali queste masse migliorano il loro livello di vita.

Bisogna che ad un certo momento l'operaio, il lavoratore della terra possa dire a se stesso e dire ai suoi: se io oggi sto effettivamente meglio, lo si deve agli istituti che la rivoluzione fascista ha creati.

In tutte le società nazionali c'è la miseria inevitabile. C'è una aliquota di gente che vive ai margini della società; di essa si occupano speciali istituzioni.

Viceversa quello che deve angustiare il nostro spirito è la miseria degli uomini sani e validi che cercano affannosamente e invano il lavoro. Ma noi dobbiamo volere che gli operai italiani, i quali ci interessano nella loro qualità di italiani, di operai e di fascisti, sentano che noi non creiamo degli istituti soltanto per dare forma ai nostri schemi dottrinari, ma creiamo degli istituti che devono dare a un certo momento dei risultati positivi, concreti, pratici e tangibili.

Non mi soffermo sui compiti conciliativi che la corporazione può svolgere, e non vedo nessun inconveniente alla pratica dei compiti consultivi. Già adesso accade che tutte le volte che il Governo deve prendere dei provvedimenti di una certa importanza, chiama gli interessati. Se domani ciò diventa obbligatorio per determinate questioni, io non ci vedo alcun che di male, perché tutto ciò che accosta il cittadino allo Stato, tutto ciò che fa entrare il cittadino dentro l'ingranaggio dello Stato, è utile ai fini sociali e nazionali del fascismo.

Il nostro Stato non è uno Stato assoluto, e meno ancora assolutista, lontano dagli uomini ed armato soltanto di leggi inflessibili come le leggi devono essere.

Il nostro Stato è uno Stato organico, umano, che vuole aderire alla realtà della vita.

La stessa burocrazia non è oggi, e meno ancora domani vuol essere un diaframma fra quella che è l'opera dello Stato e quelli che sono gli interessi e i bisogni effettivi e concreti del popolo italiano.

Io sono certissimo che la burocrazia italiana, che è ammirevole, la burocrazia italiana, così come ha fatto fin qui, domani lavorerà con le corporazioni tutte le volte che sarà necessario per la più feconda soluzione dei problemi.

Ma il punto che più ha appassionato questa assemblea è quello che intende dare al Consiglio Nazionale delle Corporazioni dei poteri legislativi.

Taluno, precorrendo i tempi, ha già parlato della fine dell'attuale Camera dei deputati. Spieghiamoci.

L'attuale Camera dei deputati, essendo ormai terminata la legislatura, deve essere sciolta.

Secondo, non essendovi il tempo sufficiente in questi mesi per creare i nuovi istituti corporativi, la nuova Camera sarà scelta con lo stesso metodo del 1929.

Ma la Camera a un certo punto dovrà decidere il suo proprio destino. Ci sono dei fascisti in giro che vorranno piangere dinanzi a questa ipotesi?

Comunque sappiano che noi non asciugheremo le loro lacrime.

È perfettamente concepibile che un Consiglio Nazionale delle Corporazioni sostituisca in toto la attuale Camera dei deputati. La Camera dei deputati non mi è mai piaciuta. In fondo questa Camera dei deputati è oramai anacronistica anche nel suo stesso titolo: è un istituto che noi abbiamo trovato e che è estraneo alla nostra mentalità, alla nostra passione di fascisti.

La Camera presuppone un mondo che noi abbiamo demolito; presuppone pluralità dei partiti, e spesso e volentieri l'attacco alla diligenza. Dal giorno in cui noi abbiamo annullato questa pluralità, la Camera dei deputati ha perduto il motivo essenziale per cui sorse.

Nella loro quasi totalità i deputati fascisti sono stati all'altezza della loro fede e bisogna pensare che il loro sangue fosse sanissimo perché non si è intristito in quegli ambienti dove tutto respira il passato.

Tutto ciò avverrà prossimamente perché non abbiamo precipitazioni. Importante è di stabilire il principio perché dal principio si traggono le conseguenze fatali.

Quando nel giorno 13 gennaio 1923 si creò il Gran Consiglio, i superficiali avrebbero potuto pensare: si è creato un istituto.

No: quel giorno fu sepolto il liberalismo politico.

Quando con la Milizia, presidio armato del Partito e della rivoluzione, quando con la costituzione del Gran Consiglio, organo supremo della rivoluzione, si diè di colpo a tutto quello che era la teoria e la pratica del liberalismo, si imboccò definitivamente la strada della rivoluzione.

Oggi noi seppelliamo il liberalismo economico.

La corporazione gioca sul terreno economico come il Gran Consiglio e la Milizia giocarono sul terreno politico!

Il corporativismo è l'economia disciplinata, e quindi anche controllata, perché non si può pensare a una disciplina che non abbia un controllo.

Il corporativismo supera il socialismo e supera il liberalismo, crea una nuova sintesi.

È sintomatico un fatto, un fatto sul quale forse non si è sufficientemente riflettuto: che il decadere del capitalismo coincide col decadere del socialismo!

Tutti i partiti socialisti d'Europa sono in frantumi!

Non parlo dell'Italia e della Germania, ma anche di altri paesi.

Evidentemente i due fenomeni, non dirò che fossero condizionati, da un punto di vista strettamente logico; c'era però, fra essi, una simultaneità di ordine storico.

Ecco perché, l'economia corporativa sorge nel momento storico determinato, quando cioè i due fenomeni concomitanti, capitalismo e socialismo, hanno già dato tutto quello che potevano dare. Dall'uno e dall'altro ereditiamo quello che essi avevano di vitale.

Noi abbiamo respinto la teoria dell'uomo economico, la teoria liberale, e ci siamo inalberati tutte le volte che abbiamo sentito dire che il lavoro è una merce.

L'uomo economico non esiste, esiste l'uomo integrale, che è politico, che è economico, che è religioso, che è santo, che è guerriero.

Oggi noi facciamo nuovamente un passo decisivo sulla via della rivoluzione. Giustamente ha detto il camerata Tassinari che una rivoluzione per esser grande, per dare una impronta profonda nella vita di un popolo nella storia, deve essere sociale.

Se ficcate il viso nel profondo, voi vedete che la rivoluzione francese fu eminentemente sociale, perché demolì tutto quello che era rimasto del medioevo dai pedaggi alle corvées; sociale, perché provoco il vasto rivolgimento di tutto quello che era la distribuzione terriera della Francia, e creò quei milioni di proprietari che sono stati e sono ancora una delle forze solide e sane di quel paese.

Altrimenti tutti crederanno di aver fatto una rivoluzione. La rivoluzione è una cosa seria, non è una congiura di palazzo e non è nemmeno un mutamento di ministeri o l'ascesa di un partito che soppianti un altro partito.

È da ridere quando si legge che nel 1876 l'arrivo della sinistra al potere fu definito una rivoluzione.

Facciamoci da ultimo questa domanda: il corporativismo può essere applicato in altri paesi? Bisogna farsi questa domanda, perché se la fanno in tutti gli altri paesi, dovunque si studia e ci si affatica a comprendere. Non vi è dubbio che, data la crisi generale del capitalismo, delle soluzioni corporative si imporranno dovunque, ma per fare il corporativismo pieno, completo, integrale, rivoluzionario, occorrono tre condizioni.

Un partito unico, per cui accanto alla disciplina economica entri in azione anche la disciplina politica, e ci sia al di sopra dei contrastanti interessi un vincolo che tutti unisce, in fede comune. 
Non basta.

Occorre, dopo il partito unico, lo Stato totalitario, cioè lo Stato che assorba in sé, per trasformarla e potenziarla, tutta l'energia, tutti gli interessi, tutta la speranza di un popolo. 
Non basta ancora.

Terza ed ultima e più importante condizione: Occorre vivere un periodo di altissima tensione ideale.

Ecco perché noi, grado a grado, daremo forza e consistenza a tutte le nostre realizzazioni, tradurremo nel fatto tutta la nostra dottrina.

Come negare che questo nostro, fascista, sia un periodo di alta tensione ideale?

Nessuno può negarlo. Questo è il tempo nel quale le armi furono coronate da vittoria.

Si rinnovano gli istituti, si redime la terra, si fondano le città.

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