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Nessuno può permettersi di darci lezioni e men che meno imporci come dobbiamo sfilare e comportarci e salutare alla voce i nostri Martiri e i nostri Eroi...

 

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di Gabriele Adinolfi -

 

L'adunata a Milano in Piazza Susa martedì 29 aprile assume quest'anno un'importanza particolare.

L'intervento del giudice Salvini sul blog di Tassinari è stato quanto mai eloquente.

Il magistrato che, a meno di voler evocare una sorta d'inversione della cosiddetta sindrome di Stoccolma, non può di certo essere bollato di simpatie fasciste, ha criticato aspramente il comportamento di Pisapia e dell'amministrazione milanese.

L'idea di ghettizzare e d'irregimentare la celebrazione dei tre Assassinati milanesi del 29 aprile (1945, 1975 e 1976) è immotivata ed è invereconda.

La dice lunga che un gruppo di scalmanati imbecilli pretenda di arrogarsi il diritto d'impedire che si rivolga un commosso saluto a delle persone uccise, inermi, da bande armate. A un eroe di guerra cieco, assassinato senza davvero alcun motivo, ad un diciottenne spirato dopo una lunga agonia, inflittagli per aver espresso le sue idee, e a un consigliere missino freddato davanti casa con un colpo alla testa esploso da terroristi nell'anniversario della scomparsa dello studente martoriato.

La dice ancor più lunga, però, che un'amministrazione cittadina si arroghi il diritto di mettere in forse la celebrazione e che la conceda solo dopo aver determinato una serie d'imposizioni ai manifestanti. 

“Ricordateli, sì, - sembra dirci - ma sotto le forche caudine”.

E' un'amministrazione, quella milanese di oggi, che evidentemente ha nostalgia di quell'altra che trentanove anni fa esplose in grida di giubilo e in applausi eccitati quando seppe che quel maledetto fascista di Sergio Ramelli era finalmente morto, dopo la lezione inflittagli dai valorosi compagni che lo avevano linciato sotto casa per punirlo di aver stigmatizzato in un tema in classe l'assassinio di Giralucci e Mazzola nella sede missina di Padova per mano delle Brigate Rosse.

Quell'amministrazione il 29 aprile 1975 brindò alla morte atroce di un mostro non ancora diciannovenne che aveva espiato il suo crimine ideologico con quarantasei giorni di straziante agonia.

Quest'altra ci concede di commemorarlo con le orecchie basse e chiedendole quasi scusa.

D'atronde è un'amministrazione in cui sguazzano i sopravvissuti dei fallimenti rossi di allora, eccitati da un Saverio Ferrari qualunque, un gran trombone trombato dal partito d'origine, sostenuto dall'Anpi perché riempia faldoni di accuse deliranti che gli consentono di sbarcare il lunario nella veste del pubblico ministero d'accatto. E con lui un codazzo di rivoluzionari mancati, di gente che anziché lavorare è stata piazzata dai compagni di partito in quei posti perché stia fuori dalle scatole in cambio di uno stipendio garantito. In pratica, dei falliti che devono essere accontentati con la licenza di gettare lucrosa bava sui morti e d'istigare odio sui vivi.

E' opportuno, oggi più che mai, che a piazza Susa, si sia in molti. Ed è opportuno anche che, restando come sempre calmi e composti, non si ceda con ciò nello spirito e nella forma alle imposizioni di chi pretenderebbe di stabilire se, come e quando si onorano i morti.

Nessuno può permettersi di darci lezioni né d'imporci quel che sia. Men che meno come si salutano gli Eroi e i Martiri.

Sono certo che saremo all'altezza.

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