A loro la Procura milanese contesta di “avere, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, in concorso e previo accordo tra loro, al fine di evadere le imposte sui redditi e cagionando un danno patrimoniale di rilevante gravità, valutato al momento in almeno 245 milioni di euro, costruito una struttura complessa e artificiosa, predeterminata in ogni sua articolazione, così da non comportare alcun rischio economico o finanziario, unicamente volta a generare, sotto il profilo della rappresentazione contabile, proventi nella forma di interessi, che artatamente invece prospettavano dividendi ai fini della imponibilità fiscale, prevista solo nella misura del 5% del loro ammontare lordo”. Traducendo dal giuridichese finanziario, la truffa sarebbe consistita, a conferma di quanto da noi indicato nel post-denuncia di qualche mese fa, nel far figurare utili  realizzati nell’esercizio ordinario di UniCredit, soggetti all’imposizione ordinaria degli utili d’impresa che si aggira sul 50%, come plusvalenze da investimenti su titoli mobiliari a rischio sui quali si applica l’imposizione solo su un valore residuale del 5 % del totale. In altri termini, è come se un dipendente anziché vedersi applicare in busta paga un’aliquota del 31-40% sullo stipendio lordo si vedesse trattenere la stessa solo sul 5 % del lordo : sarebbe proprio un bel guadagno, non c’è che dire. Va pure detto che secondo la GdF questo non sarebbe un fatto isolato e non riguarderebbe solo UniCredit.
Insomma, quello scoperto potrebbe essere solo la classica punta di un iceberg.

Come abbiamo anticipato in un post del 31 ottobre scorso, quando Alessandro Profumo fu iscritto nel registro degli andagati, negò sdegnatamente e recisamente ogni addebito in merito, chiamando a testimoniare degli operatori finanziari degli ambienti di Wall Street, che però lo sconfessarono. Addirittura il Wall Street Journal riportò un intervento del Profumo nel corso di un convegno in cui l’allora indagato ed oggi imputato aveva teorizzato in una esposizione con dovizia di particolari, i meccanismi contabili-finanziari che permettono di “ottimizzare” l’imposizione fiscale sui redditi d’impresa, cioè in pratica come evadere il fisco. Ad incastrare definitivamente Profumo è bastato il rinvenimento di un solo foglio formato A4, una prova regina, una pistola fumante uscita fuori durante una accurata perquisizione della Guardia di Finanza. Un foglio sfuggito al controllo dell’imputato, che altrimenti lo avrebbe distrutto, nel quale Profumo aveva tracciato di suo pugno a favore dei suoi collaboratori schemini e i passi procedurali per articolare la truffa, triangolando utili su una succursale lussemburghese della britannica Barclays, la Brontos da cui prende nome l’inchiesta.  Ricordiamo che Profumo si è formato alla Bocconi di Monti, il quale è ovviamente del tutto estraneo a questa truffa, ma che certo non farà salti di gioia nel constatare il comportamento del suo allievo ed amico, che rientra adesso tra quelli che il premier ha definito “un nemico vero dell’Italia” come tutti quelli che evadono le tasse.
Ricordiamo anche che Profumo s’è dichiarato più volte lusingato del corteggiamento del PD e di Bersani in particolare, che lo hanno portato a considerare come molto probabile la sua discesa in politica come candidato della sinistra alle prossime elezioni del 2013. Candidatura che non dispiacerebbe affatto a De Benedetti, sempre alla ricerca di gente della sua stessa risma, degli squali della finanza, per arricchirsi rovinando il Paese, e caldeggiata dagli ambienti finanziari vicini al PD, tanto che mentre era indagato a Profumo è stata affidata la presidenza della banca Monte Paschi di Siena. Questa è una banca controllata dalla omonima Fondazione, 13 consiglieri su 16 della quale sono eletti dalla giunta comunale senese, da sempre ed esclusivamente governata dalla sinistra col ruolo egemonico dei comunisti, si raccolgano essi nel PCI o nel PD come adesso. Ricordiamo pure, per chiudere il cerchio, che la Montepaschi, che ha goduto di ottima salute sino al 1996, anno in cui si creò la Fondazione che l’ha fatta diventare il salvadanaio del PD, è tracollata perché Bersani le ha fatto spendere per un suo capriccio condiviso con Fassino e D’Alema 10 miliardi di euro per acquistare una banchetta, l’Antonveneta, che non ne vale 2 – e qui sta indagando la Procura senese – senza dire dello sciupìo di risorse per mantenere di tutto a Siena, foraggiando il Comune non solo per il Palio, ma anche per mantenere un insostenibile sistema di privilegi sociali, per non dire di una squadra di calcio in Serie A ed una squadra di basket ai vertici d’Europa.
Ritornando alla truffa, la Procura milanese ha in particolare contestato a Profumo che le operazioni realizzate non avevano “alcuna autonoma valenza economica, ma servivano esclusivamente all’ottenimento di un illecito vantaggio fiscale per un ammontare complessivo di 745.220.166,28 euro. Di questi 329.492.929,14 euro sono della dichiarazione relativa all’anno di imposta 2007 e 415.727.237,14 euro della dichiarazione relativa all’anno di imposta 2008 per un danno erariale complessivo pari a 245.956.118,49 euro”.
Che ci volete fare? Profumo  a processo, banca Intesa sotto la lente della GdF, col ministro dello Sviluppo che trema perché all’epoca era lui a dirigere quella baracca perche' nelle procure d’Italia al momento si respira Profumo di Passera ( e' veramente da caserma ma non ho saputo resistere NdA ).

 

Fonte: Qelsi.it