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Ha dimezzato i parlamentari, riformato la legge elettorale, nazionalizzato la banca centrale e sbattuto fuori il FMI. Non è il magliaro fiorentino, è Viktor Orban...

vik

 

di Gianni Fraschetti -


C'è un Paese con un leader giovane che ha già  fatto le riforme dove si vota in un unico turno per una Camera sola, con il numero di parlamentari dimezzato rispetto alle precedenti consultazioni e che negli ultimi anni ha svoltato decisamente a destra. E' l'Ungheria. che rinnova oggi, domenica 6 aprile, il suo parlamento. 

CRESCE L'ESTREMA-ESTREMA DESTRA. Limitando la platea a chi la decisione l'ha già presa, secondo i sondaggi, la forbice tra i primi due partiti si allarga: 47% per Fidesz, il partito di estrema destra di Orban, 23% per la coalizione Összefogás (Unità), che raccoglie socialisti, liberali e parte dei Verdi, tallonata dal 21% di Jobbik la destra estrema- radicale, che si prepara a uno storico sorpasso.
 

IL GIUDIZIO SU ORBAN. Il  modo di condurre il Paese di Orban,  in questi quattro anni, ha causato più di un mal di pancia in seno alla UE. Un po' per le ferme posizioni nazionaliste e anti-austerity,ormai  ampiamente condivise in maniera trasversale a Paesi e schieramenti politici, e molto per l'eccesso di autoritarismo che gli viene continuamente addebitato.

Domenica 6 aprile l'Ungheria è chiamata alle urne per rinnovare il parlamento.

(© GettyImages) Domenica 6 aprile l'Ungheria è chiamata alle urne per rinnovare il parlamento.

Particolarmente impopolare a Strasburgo l'approvazione della nuova Costituzione con la quale il premier ha affermato di aver completato la «transizione democratica postcomunista».
Poi c'è la nuova legge elettorale, che prevede collegi uninominali a un turno. Un paradiso demmocratico in confronto all'Italicum  che non garantisce alcuna appresentatività coerente con il risultato delle urne. Eppure ai burocrati di Bruxelles va bene, il collegio uninominale invece no.
Perplessità sono state espresse anche dagli osservatori dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce).
A RISCHIO IL LMP.  Con la riforma di Orban viene eletta poco più di metà dell'assemblea nazionale: 106 deputati. I restanti 93 saranno determinati da una quota proporzionale con sbarramento del 5%, che rischia di lasciare fuori il Lmp, acronimo di Lehet más a politika (La politica può essere diversa). Partito nato nel 2009 per denunciare e tentare di arginare la dilagante corruzione, superò il 7% alle politiche del 2010, eleggendo cinque rappresentanti, ma che oggi veleggia, stando ai sondaggi, attorno al 3%.
SOCIALISTI IN DIFFICOLTÀ. Proprio dello scandalo corruzione che li ha travolti prima delle passate elezioni, il Partito socialista (Mszp) e soci pagano ancora le conseguenze.
Alla guida del Dk, altro partito della coalizione di centrosinistra, c'è ancora quel Ferenc Gyurcsany, premier dal 2004 al 2009, che fu registrato nel 2006 mentre asseriva che «il governo mente mattina, pomeriggio e sera».
Ma non è lui, comunque, l'alternativa a Orban.

Attila Mesterhazy, presidente dei socialisti ungheresi.

(© GettyImages) Attila Mesterhazy, presidente dei socialisti ungheresi.

A sfidare il premier è, infatti, Attila Mesterhazy, presidente dei socialisti dal luglio del 2010, economista 40enne e belloccio. Il Renzi locale insomma.
Secondo il suo programma c'è bisogno di un fiorino più forte (negli ultimi quattro anni si è svalutato del 14% nei confronti dell'euro) e di abbassare le imposte sulle banche che il governo ha elevato, così come quelle sull'energia e le telecomunicazioni. Il solito difensore del potere finanziario che Orban sta bastonando senza pietà

IL PIL CRESCE ANCORA. I numeri infatti sono dalla parte del premier ungherese.
Il Prodotto interno lordo  nel 2013 è cresciuto dell'1,1%  ma nel quarto trimestre ha accelerato al 2,7%, rispetto allo stesso periodo del 2012.
Nonostante la posizione della UE i tedeschi puntano  sul territorio magiaro per produrre, come le tedesche Audi e Mercedes.
L'OMBRA DELLA RUSSIA. Poi ci sono gli accordi con l'amico Vladimir Putin. Il leader di Fidesz è tra i pochissimi in Europa a essere rimasto fedele e ufficialmente amico al presidente della Russia, criticando anche severamente le sanzioni comminate dall'Unione europea a Mosca. Altro motivo di attrito con Bruxelles. Insomma ci sono mille buoni motivi per tifare per lui.

 

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