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 Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi il 22 giugno durante il convegno 'Europa federale, unica via d'uscita?'. «Un default dell'area Euro porterebbe soltanto nel primo anno a un crollo del Pil tra il 25 e il 50%», ha detto riportando i dati del loro ufficio studi,che saremmo curiosi di vedere.
Terrorismo mediatico.
Uno scenario catastrofico che a molti è sembrato un' esagerazione. «Sono cifre e stime fatte usando la 'nasometria'», ha commentato con Lettera43.it Giuseppe Ferraguto, docente di Economia internazionale alla Bocconi, «si fanno tante ipotesi, ma le variabili sono infinite e nessun costo finora calcolato è affidabile».
E ancora: «L'uscita di un solo Paese non è possibile, ne basterebbe uno e a catena uscirebbero anche gli altri».
Cosa che sosteniamo da tempo,se uscisse l'Italia,non ci sarebbe più l'euro.Quindi é impossibile fare calcoli alla Squinzi.Molti personaggi,e non certo di secondo piano, la pensano diversamente,nel senso che non sarà poi una grande catastrofe.
Intanto gioverebbe ricordare che siamo entrati nell'euro per mano dei tedeschi, anche se non avevamo le carte in regola, dopo avere accettato un progetto di deindustrializzazione che ha reso poveri noi e ricchi loro. Lo dice chiaramente Nino Galloni, altissimo funzionario del tesoro all'epoca del sesto Governo Andreotti, in una intervista.C'è un video su You Tube di circa un'ora in cui galloni ben spiega la vicenda.
E ora non usciamo dall'euro per non distruggere Berlino. Lo dice altrettanto chiaramente questo articolo dello Spiegel, datato 13 giugno 2012, di cui riporto un estratto:

« Con un'uscita dall'Euro e un taglio netto dei debiti la crisi interna italiana finirebbe di colpo. 
La nostra invece inizierebbe proprio allora. 
Una gran parte del settore bancario europeo si troverebbe a collassare immediatamente. Il debito pubblico tedesco aumenterebbe massicciamente perché si dovrebbe ricapitalizzare il settore bancario e investire ancora centinaia di miliardi per le perdite dovute al sistema dei pagamenti target 2 intraeuropei. E chi crede che non vi saranno allora dei rifiuti tra i paesi europei, non s'immagina neanche cosa possa accadere durante una crisi economica così profonda. Un'uscita dall'euro da parte dell'Italia danneggerebbe probabilmente molto più noi che non l'Italia stessa e questo indebolisce indubbiamente la posizione della Germania nelle trattative. Non riesco ad immaginarmi che in Germania a parte alcuni professori di economia statali e in pensione qualcuno possa avere un Interesse a un crollo dell'euro. » [Spiegel Online: Kurz vor dem Kollaps]

Secondo l'economista Daniel Gros, con la svalutazione di proprietà e investimenti in euro di banche e aziende, la Germania perderebbe circa duemila miliardi di euro, cioè più o meno l’89% del suo prodotto interno lordo annuo

Eh gia,la Germania ha tutto l'interesse che nessuno esca dall'Europa ,ma mantendo le stesse condizioni di ora,che le consentono di finanziarsi al tasso irrisorio del 2%,mentre ai paesi mediterranei tocca sborsare dal 5 al 7%.

Non ci sarà mai una vera europa federale,probabilmente la Germania accetterà qualche marginale correzione della sua politica,ma non rinuncerà mai a questa posizione privilegiata.La BCE non agirà mai comela FED americana,cosa che tutti invocano.Le soluzioni per risolvere la crisi europea potrebbero essere anche semplici,ma il vero nodo é che qualsiasi radicale e giusta soluzione svantaggerebbe la Germania,ora in posizione di privilegio.Cosa che non accetterà mai.Tutti i vertici saranno destinati a fallire.
E ci tocca sentire Monti proporre l' inutile aspirina.Vuole usare l'European financial stability facility (Efsf) e il suo prossimo successore, la struttura permanente dell'European stabilisation mechanism (Esm), per comprare debito sovrano dei Paesi in difficoltà. «Ma questi fondi europei hanno risorse limitate e questo comporta un invito alla speculazione», sottolinea Ferraguto.Inoltre la Germania fa orecchie da mercante.
L'intruduzione di una Tobin Tax é poi l'ennesima presa in giro,anzi si rivelerà solo dannosa.Una tassa che già Londra ha detto che non accetterà e che se non applicata globalmente,non farà altro che spostare i capitali da un'altra parte,da un'altra base per continuare l'azione speculativa.


Tornando a bomba,ormai molti commentatori che non fanno terrorismo mediatico evocando catastrofi,non considerano più un tabù la fine dell'euro.Così ora i termini si spostano sul terreno politico,sulla democrazia.
Nella discussione sulla crisi della moneta unica e sulle possibilità di uscita dall’euro, ci siamo finalmente liberati di un tabù economico. Dopo le prese di posizioni di molti autorevoli economisti, anche alcuni dei partiti che sostengono l’attuale governo sono stati costretti ad ammettere che un ritorno alle monete nazionali potrebbe presentare, dal punto di vista economico, una serie di vantaggi.
Ma lo spettro della «catastrofe economica», scacciato dalla porta, rientra dalla finestra sotto mentite spoglie, quelle della «catastrofe politica».
Si ammette che uscire dall’euro potrebbe rappresentare una soluzione meno dolorosa dell’agonia provocata dall’attuale unione monetaria, ma, nel contempo, si alza la posta in gioco: ciò provocherebbe, infatti, «forti rischi» sia per la democrazia politica che la stessa integrità dello Stato nazionale.
(Come se oggi fossimo i forti rischi non li avessimo già trasformati in realtà.Sostenere infattiche oggi godiamo di una democrazia,é una barzelletta)
Tale è la tesi sostenuta da Angelo Panebianco, in un recente intervento sulle pagine del Corriere della Sera («Moneta unica e democratica», 21 Giugno 2012): la fine della moneta unica annuncerebbe, ora, una «catastrofica dissoluzione di quasi tutto ciò che è stato costruito in sessanta anni di integrazione europea». Secondo Panebianco, la stabilità del sistema politico e democratico italiano sarebbe inseparabile dalla presenza di un «vincolo esterno». 
L’Italia avrebbe, in altri termini, trovato la propria stabilità non tanto nelle proprie tradizioni culturali e politiche, quanto da una sere di vincoli e costrizioni esterne («la Nato e, per essa, il rapporto con l'America, la Comunità europea in subordine») senza le quali la stessa unità nazionale sarebbe stata destinata a disgregarsi dall’interno. Senza la moneta unica, sembra doversi concludere, verrebbe meno non tanto la stabilità economica dei Paesi europei, quanto la stessa esistenza dell’Italia, dello Stato-nazione.

Ora che lo spauracchio della «crisi economica» è stato smentito, ecco dunque farsi avanti l’incubo politico, ed il suo scenario catastrofista: democrazia a rischio, vuoti improvvisi di stabilità, forse la guerra civile. Ma noi non possiamo permetterci, soprattutto oggi, questa assuefazione alla catastrofe, questo senso di paura di vedere lo Stato disgregarsi.
 La realtà è, tuttavia, rovesciata. È, infatti proprio la moneta unica che costituisce, oggi, il «vincolo esterno» che impedisce all’Italia di poter rivendicare la stessa sovranità e stabilità interna.
È la moneta unica che è in crisi perché non è stata uno strumento efficiente nel favorire quel processo di unificazione politica dell’Europa a cui era preordinata. L’integrazione politica degli Stati era stata pensata al fine di evitare altri milioni di morti in Europa, ma ha finito per produrre miseria e desolazione.
http://www.byoblu.com/post/2012/06/22/La-Germania-ammette-se-uscite-dalleuro-ci-rovinate!.aspx

Perché Angelo Panebianco ,arriva allora a dire che senza un vincolo esterno alla nostra democrazia (Nato, Usa, UE e così via) l'Italia politica, lasciata sola, si disgregherebbe arrivando a mettere in crisi la stessa esistenza dello Stato-nazione? Come si può accettare che qualcuno parli del nostro Paese in questo modo, come se potessimo esistere solo in un ambito di commissariamento continuo, sia esso oscuro (come nel caso dei governi precedenti a quello attuale) o manifesto (come nel caso del Governo Monti)?
Non vogliamo essere troppo maliziosi nel rispondere....

http://www.lettera43.it/economia/aziende/squinzi-e-l-allarme-pil_4367555432.htm

Questo é l'articolo di Panebianco:

Moneta unica e democratica

La crisi dell'euro ha rilanciato anche in Italia la tesi, che circola qua e là con sempre maggiore insistenza, secondo cui un'eventuale uscita dalla moneta unica, ancorché drammatica, sarebbe pur sempre meno dolorosa di una agonia prolungata e senza sbocchi. Meglio, pensano alcuni, fare da soli, tornare alla lira e alle svalutazioni competitive del passato, piuttosto che continuare a precipitare, senza reagire, nell'abisso in cui la crisi dell'euro sta trascinando l'Europa. Persone stimabilissime, da Paolo Savona ad Antonio Martino, lo pensano e lo dicono. Fermo restando che, di sicuro, l'infallibilità non ci appartiene, è però lecito ipotizzare che se l'euro crollasse, anche a voler prescindere dalle conseguenze economiche di un simile evento (per l'economia mondiale e quindi anche per noi), i contraccolpi politici sarebbero assai violenti per il nostro Paese. La ragione è che verrebbe meno quel famoso «vincolo esterno» in assenza del quale in Italia potrebbero correre forti rischi sia la democrazia politica che la stessa integrità dello Stato nazionale.


Possiamo discutere quanto vogliamo sul vizio d'origine della moneta unica, una moneta non sorretta da quella unificazione politica che tanti oggi invocano pur sapendo che essa non è comunque a portata di mano. Ma il fatto è che, quali che siano stati gli errori commessi, giunti a questo punto, la fine dell'euro avrebbe forti probabilità di risolversi, per contraccolpo, in una catastrofica dissoluzione di quasi tutto ciò che è stato costruito in sessanta anni di integrazione europea. E l'Italia si ritroverebbe nelle condizioni di una zattera alla deriva nel Mediterraneo.


Si può naturalmente pensare che ci sia molta esagerazione nella tesi secondo cui l'Italia necessitava prima e necessita oggi di stringenti vincoli esterni. Si può pensare che sia addirittura offensivo, o magari antipatriottico, dipingere un'Italia minorenne, incapace di gestirsi da sola, senza tutori e imposizioni esterne. Ma una più attenta osservazione della nostra storia postbellica nonché delle condizioni presenti del Paese, dovrebbe consigliare maggiore prudenza. Il patriottismo è un'ottima cosa ma a patto che non renda ciechi.


Per tutto il periodo della guerra fredda la democrazia italiana sopravvisse più a causa dei vincoli esterni (la Nato e, per essa, il rapporto con l'America, la Comunità europea in subordine) che a causa delle sue tradizioni e della sua cultura politica. Senza bisogno di spingersi a sostenere che, durante la guerra fredda, la democrazia sopravvisse in Italia nonostante quelle tradizioni e quella cultura politica, non può essere negato il potentissimo ruolo stabilizzatore che ebbero le costrizioni esterne.


Oggi, il rapporto con un'America sempre più lontana non funziona più come vincolo, non può più proteggerci da noi stessi. È rimasta solo l'Europa. Venisse meno anche quest'ultimo vincolo, che accadrebbe all'Italia? Si considerino due aspetti (che, sono, ovviamente, fra loro connessi): la condizione in cui versa la nostra democrazia politica e le vistose crepe che esibisce lo Stato nazionale.


Per quanto riguarda la democrazia, basta leggere le cronache quotidiane: classe politica delegittimata, disaffezione di porzioni ampie dell'opinione pubblica nei confronti del Parlamento e di altri fondamentali istituti democratici, rischi gravi di ingovernabilità una volta che si sia chiusa la parentesi del governo detto tecnico. Nonché la noia infinita di una discussione sulle «urgentissime» riforme costituzionali che si trascina sterilmente da trenta anni (dagli anni Ottanta dello scorso secolo) e minaccia di durare per altri trent'anni. Quanto questo eterno discutere senza sbocchi operativi, senza costrutto, abbia contribuito a usurare linguaggi e simboli della democrazia è difficile stabilire.


Altrettanto grave, e forse ancor più grave, è la condizione in cui versa lo Stato nazionale. Dopo centocinquanta anni di unità, il fallimento è evidente: la grande questione italiana, la questione meridionale, non ha mai trovato soluzione. La frattura Nord/Sud è più viva e forte che mai e, con essa, la distanza che separa certe regioni del Sud dal Nord d'Italia. Con la differenza che, un tempo, la speranza di venirne a capo mobilitava intelligenze, cervelli. Oggi non più. Non esiste più un pensiero meridionalista degno di questo nome. È subentrata la rassegnazione. Se verrà meno il vincolo europeo quanto tempo passerà prima che il conflitto territoriale esploda in forme incontrollabili?


Immediati costi economici a parte, la fine dell'euro, trascinando nella rovina anche l'Unione, ci lascerebbe soli alle prese con tutti i nostri fantasmi. Non ci conviene. Nel calcolo dei costi e dei vantaggi, la bilancia continua a pendere dalla parte dell'Unione. Non siamo certo gli unici, ma siamo comunque fra coloro che hanno un vitale interesse a che la crisi dell'euro venga superata.

Fonte: Dalla parte del torto
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Nota

 Se c'è una svalutazione, in media una percentuale del 10-20% di essa si trasferisce sull'inflazione. Nei suoi primi due anni di vita l'euro svalutò del 35% rispetto al dollaro e il tasso di inflazione aumentò soltanto dello 0,7%. L'esperienza storica e la letteratura scientifica concordano nel dire che quando c'è una svalutazione, in media una percentuale del 10-20% di essa si trasferisce sull'inflazione. Ossia, se usciamo dall'euro è ipotizzabile che la conseguente svalutazione sia nell'ordine del 20%, corrispondente al differenziale di inflazione cumulato rispetto alla Germania dall'adozione dell'euro, e il relativo coefficiente di inflazione, vale a dire il trasferimento della variazione del cambio sui prezzi interni (pass through) è di circa 0,1/0,2. Niente di spaventoso né di ingovernabile, come invece ripetono insistentemente i media. Lo si desume da studi scientifici ben noti, tra cui: Giancarlo Gandolfo, 2002, International Finance and Open Economy Macroeconomics, Berlin, Heidelberg: Springer Verlag, pag. 290, dove si cita, uno studio della Banca centrale del Brasile, le cui conclusioni stabiliscono che nei paesi OCSE (fra cui l'Italia) il pass through è molto basso, molto più basso che nei paesi emergenti.

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